Avventura buschiniana 5 (Roma, 23 marzo 2018)

Io ero una persona con la testa sulle spalle, una di quelle che ponderano bene una decisione prima di prenderla (anche se, a pensarci bene, tutte le decisioni “importanti” ho finito sempre col prenderle d’impulso): pacata, paziente, responsabile, e con una vita tranquilla. Non che io fossi sempre stata così, lo ero diventata “maturando”, diventando adulta: in passato ero stata una ragazza irrequieta e passionale, tanto che mio padre aveva inventato per me un soprannome bislacco che suonava più o meno “feughizneeen”, un tedesco tutto suo per dire “focosa”?.

E poi, un giorno, all’improvviso, mi sono accorta che quella ragazza si era risvegliata e stava scalpitando per venire di nuovo allo scoperto: artefice di tutto ciò, quella creatura che porta nome Carmine Buschini.

Inizialmente ho contrastato questo risveglio: non mi sembrava opportuno che ciò avvenisse, né mi sembrava consono alla mia età e a quel ruolo sociale imposto dagli altri (e soprattutto, da me stessa). Io e le imposizioni, però, non siamo mai andate troppo d’accordo, e quella ragazza è sempre stata molto testarda, così ha vinto lei e ho lasciato che prendesse di nuovo il sopravvento. Tutte le meraviglie che sono successe da quel giorno, non starò qui a raccontarvele perché divagherei troppo, vi basti sapere che era da tempo che non mi sentivo così felice, piena di vita e gioiosamente vagabonda.

Il 23 marzo sono di nuovo salita su quel treno per Roma e, come ogni volta, mi ha sorpresa come le emozioni legate al mio raggiungerlo siano sempre diverse, ma gli effetti siano sempre gli stessi: tachicardia, morse allo stomaco, bocca secca, respiro che si blocca; un “attacco di Buschini” in piena regola ?. Quella sera lui si sarebbe esibito a teatro, ed io non volevo assolutamente mancare, nonostante lo avessi già visto ad Atri a dicembre, nonostante avessi già preso altri biglietti per altre date, nonostante il quartiere dove si sarebbe svolto lo spettacolo goda di una fama non bellissima (ma io sono cresciuta a Palermo, e quindi un po’ di ossa in tal senso me le sono fatta ?) e nonostante giovedì mi aspetta un altro viaggio; quando c’è di mezzo lui, è come se tutto il resto passasse in secondo piano, e così mi sono imbarcata in questa nuova “avventura buschiniana”.

Lo spettacolo sarebbe cominciato alle 21, ed io mi sono appostata davanti all’ingresso del teatro dalle 19, sperando che magari uscisse fuori a prendere una boccata d’aria…, macché! Sono usciti tutti tranne lui, ma è stata comunque una bella occasione per socializzare con alcuni degli altri ragazzi della compagnia teatrale. E poi, finalmente, mi sono ritrovata seduta sotto a quel palco, davanti al sipario chiuso, ad attenderlo, stavolta in prima fila; fremendo ho aspettato che arrivasse il momento in cui entra in scena Enrico, e quando me lo sono ritrovata lì, a vederlo recitare così da vicino, è stato incredibile ? (ma di questo vi racconterò un’altra volta).

Finito lo spettacolo ho deciso di aspettarlo, nella speranza che si fermasse, cosa che ad Atri non era avvenuta; stavolta invece sì, complice sicuramente il fatto che fossimo in pochi (questa data era saltata fuori all’ultimo ed era stata poco pubblicizzata). Ero meno emozionata del solito, mentre lo vedevo arrivare, non perché fossi meno felice di vederlo, tutt’altro, ma perché probabilmente ormai sta diventato una presenza familiare, e mi mette molta meno soggezione rispetto ai primi incontri.

Sono rimasta a guardarmelo, incantata, mentre parlava con una bambina e la sua mamma, ed è stato così dolce, e tenero, e premuroso, che aspettare il mio turno non mi è pesato per niente, anzi ?! Poi si è rivolto a me e alla mia amica, e con lei si è presentato dandole la mano, come fa al suo solito, invece a me ha sorriso e ha detto “Ciao!”.

“Noi ci conosciamo già” gli ho risposto ridendo e mi sono avvicinata per dargli un bacio.

“Come stai?” mi ha chiesto poi.

“Benissimo!”; e come potevo non stare benissimo, a stare lì vicino a lui, dopo essermelo goduta due ore sul palco?!

Ci ha chiesto se ci fosse piaciuto lo spettacolo, noi lo abbiamo riempito di complimenti, e stavolta sembrava meno imbarazzato del solito: era sorridente, rilassato, e ci ha detto che gli faceva piacere.

Poi ci ha chiesto se volessimo fare la foto e quando abbiamo risposto di sì, ha allargato le braccia sorridendo e ha detto: “Venite qui, allora!” ?, e ci ha abbracciate tutte e due; mentre la mia amica impostava la fotocamera del cellulare io mi sono girata verso di lui, dicendogli che avevo consegnato alla produzione un mazzo di fiori per lui e chiedendogli se lo avesse ricevuto; lui si è voltato verso di me (estasi! ???) e mi ha risposto che ancora no, ma che adesso avrebbe chiesto e, stavolta, caso strano, niente immancabile: “Non dovevi!”, ma solo un “Grazie mille!”.

Stai facendo progressi, nell’imparare a ricevere, Buschini mio! ?

Prima di salutarlo per lasciare il posto ad un’altra ragazza, ci ho tenuto a ribadirgli quanto fosse stato bravo: “Sei straordinario, per te ne vale sempre la pena!” ❤️.

Nella foto io sono venuta pessima, e lui guarda dall’altra parte, ma vuoi la stanchezza della luuunga giornata, vuoi l’inquadratura del selfie che non era proprio il massimo, è andata così! Ma la foto, in fondo, è solo un ricordo, da guardare per ricordarmi dell’ennesimo “giorno di poesia in una vita in prosa” che ho vissuto grazie alla passione per quella meravigliosa creatura che mi incendia il cuore e la vita.

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