L’ottava volta

Dell’ottava volta ricordo principalmente il tuo sorriso tutto per me e quella parolaccia detta scherzando ad uno dei tuoi compagni di scena.

Di sorrisi dal vivo te ne avevo già visti fare tanti, molti anche solo miei, però quella volta era stato un sorriso di quelli capaci di sciogliermi, di trasformare le mie gambe in gelatina e il battito del mio cuore in un martello pneumatico.

Eravamo dietro le quinte del teatro, dopo l’ennesima replica de “La Partitella”. Io e la mia amica Marianna avevamo vinto il contest indetto dal teatro (su questo contest andrebbe scritta una storia a parte), che permetteva di incontrare privatamente gli attori, e quindi lì con te c’eravamo solo io e lei, più la maschera che ci aveva accompagnate.

Come al solito eri uscito quasi per ultimo, ma nonostante l’agitazione era comunque stato bello aspettarti, scambiando due chiacchiere con i tuoi compagni man mano che uscivano.

Chissà se eri sorpreso di trovarmi lì, se sì non lo hai dato a vedere. Avevi già iniziato a conoscermi un po’, e probabilmente ormai certe cose da parte mia te le potevi aspettare (tipo, appunto, che avrei fatto di tutto, ma proprio di tutto, per vincere quel contest, che per me sarebbe stata una questione di principio, nonostante dopo avrei comunque avuto modo di stare un po’ con te).

Avevi un dolcevita nero che non avevo mai visto prima e che ti stava proprio bene. Ho sempre avuto un debole per quel tipo di maglioni.

Dopo aver scambiato due parole, Marianna ti aveva dato il suo regalo e tu avevi pensato che fosse da parte di entrambe, così nel leggere ad alta voce la scritta stampata sulla borsa di tela avevi guardato me: “La cosa più bella che puoi indossare è il tuo sorriso”, o qualcosa del genere.

E il sorriso che indossavi quella sera, in quel momento, era davvero qualcosa di straordinario.

Ci avevo messo qualche secondo per riprendermi e per dirti che il regalo era solo da parte sua, e che il mio era un altro; quel tuo sorriso mi aveva davvero incantata.

Io ti avevo portato una chiavetta usb a forma di chitarra, con dentro tutti i video che avevo realizzato per te fino a quel momento, e tu mi avevi risposto che era stata una bellissima idea e mi avevi regalato un altro di quei sorrisi che non scorderò più, e un altro ancora quando ti avevo chiesto se la chitarra la suonassi ancora.

“Sempre…”: così avevi detto, e il tono della tua voce mi aveva fatto lo stesso identico effetto dei tuoi sorrisi.

Non ero a disagio; quello ormai da qualche incontro non c’era già più.

Era un’emozione incredibile, ma tutta positiva.

Era confidenziale.

Così come confidenziale era stato sentirti apostrofare in modo piuttosto colorito l’altro Carmine (Rashid), con tono decisamente ironico.

Marianna aveva esclamato qualcosa sul fatto che allora anche tu dici le parolacce, io invece non ero tanto stupita dalla parolaccia in sé, quanto dal fatto che ti fossi sentito libero di dirla davanti a noi; che nella tua vita privata ti capitasse di dirle, mi sembrava ovvio e perfettamente umano.

Ero felice.

Fin dall’inizio, era sempre stato l’essere umano dietro all’attore, quello che desideravo arrivare a conoscere.

Ci stavo riuscendo.

Condividi:

Lascia un commento

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato. I campi obbligatori sono contrassegnati *