“Liberi di scegliere”: la speranza, e il coraggio delle scelte.

Non ho mai amato i film o le fiction sulla mafia.

Forse perché sono cresciuta in provincia di Palermo, e là le storie di mafia le mastichi da quando sei bambino, quelle vere, quelle più atroci, quelle che non finiscono quando si spegne la telecamera.

Se non fosse stato perché Carmine Buschini ne era il protagonista, sicuramente non avrei mai guardato “Liberi di scegliere” (anche se il fatto che il regista fosse Giacomo Campiotti, uomo di estrema sensibilità e umanità, forse mi avrebbe tentato).

E invece l’ho visto (tante volte da perderne il conto), e l’ho aspettato, per più di un anno, cercando di saperne il più possibile sul personaggio interpretato da Carmine: Domenico Tripodi, ragazzo dal destino segnato, in quanto figlio di un boss dell’ndrangheta; e già prima che arrivasse quel 22 gennaio 2019, che mi ha vista inchiodata al divano -a trattenere il fiato davanti alla tv per tutto il tempo, tanta era l’emozione-, avevo capito che “Liberi di scegliere” non è un film che parla di mafia.

Liberi di scegliere” parla di speranza.

E di coraggio.

Il coraggio di un uomo, un giudice del tribunale dei minori di Reggio Calabria, che ogni giorno lotta contro Qualcosa più grande di lui, per poter salvare tanti bambini e tanti ragazzi condannati loro malgrado dalla nascita a una vita di violenza, di dolore e di morte.

Il coraggio di un ragazzo, Domenico appunto, che vede tutto il suo mondo crollare, che vede tutto quello che fino a quel momento ha creduto “normale” e “giusto” perdere di valore, sbriciolarsi, e si ritrova sospeso su un enorme vuoto, tra la vita come la conosceva prima, e la vita completamente nuova e diversa che gli si prospetta davanti.

Il coraggio di guardarsi dentro, di vedere che non siamo felici e realizzati come credevamo di essere, e di rimettere tutto in discussione, anche se fa male. Dannatamente male.

Il coraggio delle scelte.

E anche il coraggio di chi sceglie di non scegliere, come la madre di Domenico, ma accetta le scelte dei suoi figli, lasciandoli appunto “Liberi di scegliere”, di andare, di vivere, di essere felici anche senza di lei.

Tutto questo è “Liberi di scegliere”: la speranza, il coraggio, e le scelte, raccontati con la delicatezza di cui Giacomo Campiotti è capace (indimenticabile resterà l’abilità che ha avuto nell’affrontare, in “Braccialetti Rossi”, un tema “scottante” come la malattia e la morte nei bambini e negli adolescenti, raccontandolo con leggerezza e profondità insieme), e con un cast all’altezza di tutto questo, dai protagonisti ai ruoli secondari, dagli attori più esperti fino ai bambini.

Menzione a sé merita per me Carmine Buschini, e si potrebbe pensare che io sia di parte -e forse un tantino lo sono-, ma il suo straordinario talento è oggettivamente davanti agli occhi di tutti, in ogni sua singola micro-espressione del viso e del corpo, in tutta la sua intensità, in tutta la realtà che riesce a trasmettere, anche solo con uno sguardo, anche nelle scene dove resta in silenzio.

E sempre per restare in tema di “libertà”, credo che con questo personaggio Carmine si sia finalmente  liberato dalla pesante e perenne identificazione, da parte del pubblico, col personaggio di Leo, il protagonista di “Braccialetti Rossi”. Forse non ancora del tutto e forse non ancora per tutti; sicuramente sì per gli “addetti ai lavori” e per tutti i fan che hanno scelto di andare “oltre Leo” -pur non dimenticandolo mai- e di seguire Carmine in quella che si preannuncia una lunga e sfavillante carriera in ascesa.

 

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