La sesta volta

La sesta volta è stata appena sei giorni dopo la quinta.

Ed è stata meravigliosa.

Ero così felice da sembrare ubriaca.

Così felice da sentirmici veramente, ubriaca.

Ricordo il viaggio in treno verso Roma, leggendo la vera storia di Domenico e sgranocchiando conetti di mais.

Ricordo Roma maestosa, splendente sotto il sole di primavera, l’albergo vicino Piazza di Spagna -il mio luogo del cuore per eccellenza-, io che vagabondavo insieme ai miei compagni di avventura, aspettando che arrivasse l’ora per venire da te.

E poi… Tu.

Ti avevo visto arrivare da lontano, ti avevo guardato avvicinarti, ma poi ti avevo salutato senza fermarti. Sapevo che dovevi andare a fare le prove per lo spettacolo di quella sera, immaginavo che fossi già concentrato, calato nel ruolo… Non volevo interferire.

Me n’ero stata in disparte a chiacchierare con alcuni dei tuoi compagni di scena. Ormai mi conoscevano praticamente tutti: era la terza volta che mi incontravano, e da mesi eravamo in contatto sui social.

Tu stavi bevendo un caffè al bancone del bar del teatro, e io me ne stavo lì, vicina-lontana, senza guardarti ma senza perderti di vista, emozionata e felice per essere a pochi metri da te e per vederti bere un caffè; una cosa apparentemente così banale e ordinaria, che però mi raccontava di te, del Carmine che da un anno stavo cercando di conoscere il più possibile, in ogni minimo dettaglio che ti rende quello che sei.

Qualcuno si era avvicinato a te, ti aveva chiesto se ti ricordavi che vi eravate visti qualche mese prima, ed era stato lì che i nostri sguardi si erano incrociati e mi avevi detto: “Noi ormai ci vediamo sempre!”, regalandomi un sorriso bellissimo e rendendo la mia emozione impossibile da contenere.

Devi avermelo letto in faccia.

Quella faccia così felice da sembrare ubriaca, appunto.

Credo di averla mantenuta così per giorni.

Strano che non mi fosse venuta una paresi.

Ricordo l’emozione della fila 0, sotto al palco, col giornalista accanto a me con cui intessevo le tue lodi mentre aspettavamo che iniziasse lo spettacolo.

E poi aspettarti.

Di nuovo.

E vederti arrivare.

Di nuovo.

Ancora una volta starmene in disparte.

Stavolta non per non disturbarti, ma per prolungare il piacere dell’attenderti.

Senza toglierti gli occhi di dosso.

Senza perdermi un tuo sorriso, un tuo gesto, una tua frase, niente, di quello che stavi condividendo con gli altri.

E poi era arrivato il mio turno, e non starò qui a scrivere tutto quello che ci siamo detti, perché l’ho già raccontato, tre anni fa. Adesso sto dando voce solo alle mie emozioni.

E ai miei ricordi.

Ricordo tutto.

Di questo puoi starne certo.

Ricordo l’inflessione della tua voce, ricordo il tono spesso divertito che avevi mentre parlavamo, ricordo lo stupore per l’uovo di Pasqua che ti avevo fatto arrivare in camerino (del tuo gusto preferito), insieme a una valanga di ovetti di cioccolato per te e tutti i tuoi compagni. “Il coniglietto di Pasqua”: così mi avevi definita. E allora non sapevo ancora che non sarebbe nemmeno stato il soprannome più strano che mi avresti dato lungo questo nostro conoscerci.

Ricordo che dopo averti dato la buonanotte me n’ero andata a Piazza di Spagna.

L’aria era tiepida, Roma era poetica com’è sempre di notte, e sulle scalinate di Trinità dei Monti c’era Eva Herzigova che stava posando per non so quale campagna pubblicitaria.

Io ero Altrove.

Quell’Altrove da dove, ancora oggi, a distanza di tre anni, non sono ancora tornata.

Condividi:

Lascia un commento

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato. I campi obbligatori sono contrassegnati *