La quinta volta

La quinta volta è stata in un piccolo teatro della periferia di Roma.

Anzi, diciamo pure in un quartiere malfamato.

Nessuno dei miei compagni di avventure buschiniane era riuscito a venire con me, e chiunque -ma davvero chiunque– aveva cercato di dissuadermi dall’andare da sola.

Inutile dire che nessuno era riuscito a farmi cambiare idea: già di mio ho la testa molto dura, se poi di mezzo ci sei tu, non c’è proprio possibilità che io demorda e rinunci alla possibilità di vederti (e il fatto di essere cresciuta a Palermo, mi faceva sentire “allenata” a muovermi nella periferia romana). Alla fine, comunque, si era aggiunta una mia amica non Buschiner, attirata dall’idea di visitare Roma e di farsi un paio di giorni di vacanza con me, e così tutti si erano un po’ tranquillizzati.

Avevo già visto “La Partitella” ad Atri, ma stavolta ero in fila 0, e tu eri davanti a me in tutto il tuo splendore, con quella divisa azzurra che ti sta d’incanto.

Mi sentivo felice.

Mi sentivo anche tanto orgogliosa di te, delle tue scelte, del tuo percorso, della voglia di fare e dell’umiltà che ti avevano spinto a esibirti in un teatro per niente lussuoso, con le sedie di legno al posto delle poltrone imbottite e col costo del biglietto davvero irrisorio, dividendo il palco con altri 18 ragazzi, tutti con più esperienza teatrale di te, senza un vero ruolo da protagonista, se non per la tua bella faccia in locandina, messa lì solo per attirare il pubblico e non perché avessi più battute rispetto a molti altri.

Ti avevo fatto arrivare dei fiori in camerino: girasoli e rose rosse.

Luce e passione.

Come ti avevo scritto sul biglietto che li accompagnava.

“Perché tu hai questo dono: illumini la vita degli altri col tuo semplice esistere, e la scaldi con l’anima che metti nel tuo lavoro, senza quasi accorgertene”.

Mentre ti aspettavo nel foyer del teatro, dopo lo spettacolo, provavo un’emozione di quelle serene, di quelle che provi nel rivedere dopo due mesi qualcuno a cui tieni e che ormai fa parte della tua vita in un modo difficile da spiegare a parole.

E poi eri arrivato.

Bello, stanco e sorridente.

Col tuo fare educato e modesto ti eri presentato alla mia amica, stringendole la mano e dicendo il tuo nome, invece a me avevi dato un bacio e avevi chiesto “Come va?”.

Ti avevo risposto “Bene” e poi ti avevo fatto i complimenti per lo spettacolo, cercando di contenere la gioia incredibile che stavo provando in quel momento, non solo per essere insieme a te, ma anche per il senso che quel “Come va?” assumeva.

Continuavi a ricordarti di me.

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