Capitolo 2825: Mercoledì, 26 dicembre 2018

L’attesa impaziente di una nuova vita che sta per arrivare.

Confidenze, intimità, ricordi, malinconia, amore.

È un capitolo nostalgico, questo, ma allo stesso tempo pieno di gioia per la vita che in un modo o nell’altro trova sempre il modo di rinnovarsi e di sorprenderci.

PS: come ho già detto in precedenza, la mia Irene non ha il volto dell’attrice che è stata scelta in Braccialetti Rossi 3; nel mio immaginario, la mamma di Leo è sempre stata una donna dalla bellezza mozzafiato e dal sorriso che incanta, proprio come suo figlio, e trovo che Luisa Ranieri la incarni alla perfezione (ha pure gli occhi verdi!).

 

Mercoledì, 26 dicembre 2018

È passata mezzanotte ormai, e sono andati tutti via. Io ho aiutato papà a mettere a posto le sedie e tutte le assi usate per allungare il tavolo, e adesso vado verso la camera degli ospiti per vedere se Cris si è svegliata.

No, dorme ancora.

Tanto per cambiare, nel mettere a letto Nic si è addormentata anche lei, ormai è la prassi. Mi dispiace svegliarla, se aspetto un po’ magari si sveglia da sola e poi possiamo tornare a casa. La copro, mi sdraio accanto a lei, e do un’occhiata al cellulare per vedere se ci sono notizie di Asia.

Niente.

Scrivo a Michele, ma non visualizza nemmeno: o la Pisciona sta per nascere, o lui è così agitato che al telefono non ci pensa proprio. Sorrido pensando che tra sei mesi nella sua situazione ci sarò io, e allungo una mano per toccare la pancia di Cris, mentre con l’altra le accarezzo piano i capelli. Spero di essere in grado di starle vicino senza farla impazzire, durante la nascita della Gamberetta, perché so già che avrò l’ansia a mille; ce l’ho già adesso; comunque dai, se ho retto il giorno che è nato Nic, con tutta la faccenda della mia guarigione, reggerò pure stavolta; anche se con Nic sono arrivato a cose fatte, e non è esattamente la stessa cosa…

Ma ce la farò, e andrà tutto bene.

E pure stanotte andrà tutto bene, perché ho un credito con l’Universo finché campo, e il mio credito è così grande che ho diritto di campare proprio a lungo.

 

Passa il tempo ma Cris non si sveglia, e pure io comincio ad essere stanco, anche se non credo che riuscirò a dormire. Forse, a questo punto, è meglio fermarsi qui. Vado a vedere se papà è ancora sveglio per dirglielo, e lo trovo seduto sul divano, davanti alla tv, a guardare La ricerca della felicità.

“Insonnia da nonno?” gli chiedo lasciandomi cadere seduto accanto a lui.

“Insonnia da padre” mi risponde con un sorriso tirato.

“Vedrai che andrà bene”; e già basta questa frase, la sua frase, per fargli venire gli occhi lucidi.

“Sì” annuisce lui col mento che trema.

“Cris non ne vuol sapere di svegliarsi… Se ti va bene restiamo a dormire qui.”

“Non devi nemmeno chiederlo! Questa è casa tua.”

“Non dirlo a quelli del fisco!” scherzo io. “Sennò con due case mi spellano vivo!”.

Lui ride e scuote la testa. “Ti serve un pigiama?”

“No” sorrido io. “Ho quello che mi hai regalato tu.”

“Ah già!” esclama lui ridendo; un fantastico pigiama rosso coi fiocchi di neve bianchi, che ha preso uguale anche per Cris e per Nic; sembreremo usciti da una pubblicità natalizia dell’Ikea. “A proposito, aspetta” mi dice alzandosi e uscendo dal salone; torna pochi secondi dopo, e in mano ha un sacchetto che mi porge. “C’è anche questo.”

“Cos’è?” gli domando mentre lo apro, e vedo che dentro c’è qualcosa con la stessa identica fantasia del pigiama che mi ha regalato. “Nooo!” esclamo tirando fuori una tutina da neonato. “Ma è bellissima!”; un minuscolo pigiama per una minuscola Gamberetta. Ma davvero sarà così piccola? Ma davvero Nic era così piccolo?

“Ho pensato fosse meglio non darvelo davanti a Nic…”

“Sì, hai fatto bene” gli rispondo sorridendo mentre tengo ancora la tutina tra le mani e ci immagino la Gamberetta dentro. “Grazie!” esclamo abbracciandolo. “Cris impazzirà!”.

 

“L’una e mezza” dice papà guardando il suo cellulare, quando finisce il film.

“Già…” sospiro io prendendo il mio. “E ancora niente. Michele non ha nemmeno visualizzato.”

“Avrà altro a cui pensare” dice lui cambiando canale.

“Sì…”; vado in cucina e torno con un brick di succo di mela e due bicchieri. “Vuoi?” gli chiedo riempiendone uno.

“No, quella roba la prendo solo per te e Nic, lo sai. Ci vorrebbe qualcosa di forte, ma meglio di no.”

“Faccio un caffè?”

“No, ne ho già presi troppi. Anche se mai come quando è nata Asia, o come la notte che sei nato tu”.

Mi siedo di nuovo accanto a lui e comincio a bere il succo. “Ma quando sono nato io…, eri nervoso come quando è nata Asia? O dato che era la seconda volta…”

“Nervoso uguale. Forse pure di più, perché la prima volta ero ancora incosciente, e finché lei non è nata… non ero ancora del tutto padre. Quando sei nato tu, ero già padre da cinque anni, e perciò ero più agitato. Sapevo bene cosa e quanto c’era in gioco.”

“Quindi mi stai dicendo che per la Gamberetta sarò più nervoso che per il Piscione?”

“È probabile, sì” dice lui accennando un sorriso e appoggiandomi una mano sulla coscia.

“Ok, ho già capito che Cris mi caccerà fuori!” dico piegando le labbra di lato, e lui ride.

“Ah! Se è per questo, la mamma in sala parto non mi ha mai fatto entrare. Diceva che sarei stato più un impiccio che altro.”

“Secondo me aveva paura che cadevi per terra svenuto!”

“Poteva succedere in effetti…! Tu sei proprio sicuro che vuoi assistere?”

“E certo! Già mi sono perso la nascita del Piscione! La Gamberetta non mi frega!”

“Chissà se Michele è dentro con Asia, o se sta facendo un solco nel corridoio, come me. Mi ricordo che quando sei nato tu, non avevo nemmeno cenato perché la mamma era entrata in travaglio prima di cena. Avevo preso così tanti caffè che ero tutto un fascio di nervi, e a un certo punto si era avvicinata un’infermiera a chiedermi se avevo bisogno di qualcosa. Ma poi era arrivata un’altra infermiera, dalla sala parto, a dirmi che eri nato, e che se volevo potevo entrare.”

“E sei svenuto!” scherzo io.

“E sono impazzito di gioia…!”

“Dio, che sensazione!” esclamo abbandonando la testa contro la spalliera del divano. “Non vedo l’ora di provarla di nuovo!”

“Sai, dopo la tua nascita credevo che non l’avrei più provata quella sensazione, e invece è successo…”

“Quando è nato Nic?”

“No” risponde lui, ed io lo guardo perplesso. “Non fraintendermi, eh! Ero felicissimo quando è nato Nic, ma è una sensazione… diversa. Altrettanto forte e bella, ma diversa.”

“E allora non capisco, mi nascondi qualcosa?!” gli chiedo io ridendo, anche se sono un po’ a disagio. “Hai un altro figlio nascosto da qualche parte? In Afghanistan magari!”

“Ma devi sempre scherzare, tu?!”

“E allora…? Di che stai parlando, scusa?”

“Del 10 novembre di qualche anno fa.”

“Ah”: è tutto quello che riesco a dire, perché ripensare a quel giorno mi turba sempre, nel bene e nel male.

“Quando la Lisandri è uscita da quella porta e ha detto che era andato tutto bene…” ; ha la voce tirata, fa una pausa, poi mi sorride. “È stato davvero come quando mi hanno detto che eri nato”.

Gli rivolgo uno sguardo che vale più di mille parole e annuisco; vorrei prendergli una mano, o abbracciarlo, ma sono troppo emozionato e non riesco, così faccio quello in cui sono più capace: sdrammatizzare. “E anche quella volta hai fatto un solco nel corridoio, a forza di camminare avanti e indietro?!” esclamo ridendo.

“No, quella volta no” mi dice lui abbassando il volume della tv, che si è alzato da solo durante la pubblicità. “Il solco lo ha fatto Cris”; io deglutisco, e anche se io e lei ne abbiamo parlato tante volte di quel giorno, non oso proprio immaginare come dev’essersi sentita per tutte quelle ore. “Io mi sono imposto di mostrarmi più calmo possibile, per lei, per… Nic. E lei camminava, camminava, poi ogni tanto si fermava davanti al vetro della porta, la toccava, come se così potesse toccare te. E se ne stava lì, ed era così bella col suo abito da sposa… Io ho provato a dirle di andarsi a mettere comoda, e magari di riposare anche un po’, ma non c’è stato niente da fare. Ho dovuto portarle da mangiare lì, perché non si allontanava di un metro. E poi finalmente è arrivata la Lisandri e…”; si stringe nelle spalle, ha il mento che trema e gli occhi lucidi, e anche i miei non scherzano. “Quel giorno per me sei nato di nuovo, ed io con te”.

Ok, facciamo una scommessa su chi di noi due piange per primo.

Nessuno dei due: il suo cellulare suona annunciando un messaggio, e contemporaneamente sento il mio vibrare nella tasca dei jeans; lo prendo immediatamente, mentre anche papà prende il suo, che è appoggiato sul tavolino; il messaggio è identico.

Asia: “Ciao , Gemma non vede l’ora di conoscervi”.

 

“Cazzo!” esclamo io alzandomi di scatto dal divano. “È nata!”. Papà invece resta seduto, imbambolato a guardare la foto. “Andiamo, dai!”

Andiamo…?” mi chiede lui allibito. “Ma…”

“Sì! In ospedale, no?!” gli dico prendendo il mio giubbotto dall’attaccapanni e controllando che in tasca ci siano il portafogli e le chiavi della macchina.

“Leo, ma sono le due di notte!”

“E allora?!” gli chiedo mettendomi il giubbotto. “Lo sai che là dentro faccio quello che mi pare. Dai, muoviti! Sennò ci vado da solo!”

“Non mi sembra una buona idea” mi dice lui alzandosi e avvicinandosi a me.

“E perché?! Non vuoi conoscere subito la Pisciona?”

“Perché Asia sarà stanca, e avrà bisogno di riposare.”

“Eddai, ma stiamo lì cinque minuti, il tempo di vedere la Pisciona e ce ne andiamo!”

“No Leo, non è il caso, su!”

“Eccheppalle!” sbuffo io alzando gli occhi al cielo.

“Vorrà starsene tranquilla, godersi questo momento con la bambina e con Michele…”.

Io sbuffo di nuovo: odio dovergli dare ragione, ma mi rendo conto che stavolta ce l’ha. “Vabbè…” sospiro mentre mi tolgo il giubbotto e lo riappendo. “Buonanotte… nonno bis!” esclamo dandogli una pacca sulla spalla, e andando poi verso la camera degli ospiti.

“Buonanotte zio Leo”.

Zio Leo.

Ma che figata!

 

Busso alla porta della stanza di Asia, sperando che sia già sveglia, e lei risponde “Avanti!”; e quando vede che sono io, non può fare a meno di scoppiare a ridere.

“Sei caduto giù dal letto?!”

“Ringrazia papà che mi ha convinto a non venire direttamente stanotte” le rispondo mentre mi avvicino a lei e le porgo un grosso mazzo di tulipani.

“Sono bellissimi, grazie!”

“E la Pisciona dello zio Leo dov’è?” le chiedo chinandomi verso di lei, che è seduta sul letto, e abbracciandola.

“Eccola qua…” dice Lucia uscendo dal bagno con Gemma in braccio.

“Oh-oh-oh! Dammela qua!” esclamo io andandole incontro.

“Come hai fatto ad entrare? Mancano più di quattro ore all’orario di visita!”

“Che domande!” le rispondo io ridendo. “Dai, dammi la Pisciona!”

“Deve mangiare, Leo” mi dice lei porgendola ad Asia, che la prende.

“Eddai, solo un attimo! Sono ore che aspetto!”

“Va bene” sospira Asia sorridendo. “Tieni, fai p…”; ma lascia la frase a metà e mi passa la bambina.

“Che stavi dicendo?” le chiedo mentre prendo Gemma tra le braccia.

“Niente, lascia stare.”

“Cosa?”

“Niente che tu non sappia già fare meglio di me” mi dice con tono dolce, e giurerei che si è pure commossa.

Io le sorrido e poi guardo incantato questa Pisciona appena nata, avvolta nella sua tutina bianca a fiorellini. “Benvenuta al mondo, Gemma” dico dandole un bacio leggero sulla testa, e poi la restituisco ad Asia che con molta naturalezza comincia ad allattarla; questo istinto innato che hanno i neonati mi sorprende sempre, e ho molta nostalgia per il periodo in cui Cris allattava Nic; era bellissimo starmene lì a guardarli.

Lucia si accerta che Asia non abbia bisogno di lei, e poi ci lascia da soli.

“Comunque non c’è niente da fare, eh?!” esclamo sedendomi sulla poltroncina accanto al letto. “Qualsiasi cosa fai, la fai alla perfezione! Sei proprio una secchiona!”. Lei ride e accarezza la testa di Gemma, guardandola con occhi adoranti. “E Michele? Si è dato alla fuga?”.

Asia scuote la testa e ride ancora. “È andato a casa a farsi una doccia e a cambiarsi. Oh! Forse è lui!” dice sentendo bussare alla porta.

“No, questo sarà il mio scagnozzo!” esclamo alzandomi e andando verso la porta.

“Che scagnozzo?!”.

Io apro la porta e prendo dalla mani di Toni il vassoio con la colazione, facendogli poi segno di andarsene.

“Ma Leader!” protesta lui. “Devo conoscere la Gemma di Asia!”

“Non adesso Toni, su!” gli dico mettendogli dieci euro nella tasca del camice e richiudendo la porta mentre lui mi guarda sconsolato. “La colazione è servita!” esclamo appoggiando il vassoio sul tavolino mobile del letto e avvicinandolo ad Asia. “Caffè, spremuta, e cornetti a volontà!”

“Ma a dire il vero l’avevano appena portata” mi dice lei indicando il vassoio sul comodino.

“Quattro biscotti secchi e una tazza di tè annacquato, me la chiami colazione?!” rido io tirando fuori i cornetti dalla busta. “Dai retta al vecchio Leo!” dico porgendole un cornetto vuoto ai cinque cereali, il suo preferito.

“Grazie vecchio Leo!” esclama lei ridendo. “Ma lo mangio dopo, non voglio sbriciolarle sulla testa!”; e a me scappa da ridere pensando a tutte le volte che ho mangiato sopra alla testa di Nic, spesso finendo per combinare casini, come quella volta del gelato.

“Caffè allora?”

“Il caffè sì, grazie!”.

Metto un cucchiaino di zucchero nel suo caffè e le porgo la tazzina, poi prendo il mio bicchierone col caffellatte freddo e un cornetto alla crema, e mi risiedo sulla poltrona.

“Sembrerà assurdo ma…” le dico accennando un sorriso. “Mi mancano le nostre colazioni della domenica.”

“Anche a me”.

Pure nei periodi peggiori, la domenica lei arrivava sempre con cornetto e caffellatte freddo, ed io mi sforzavo di fare colazione con lei, anche quando in bocca avevo solo quello schifo di sapore metallico per giorni e giorni; anche quando non facevo altro che vomitare.

“Tu hai sempre creduto in me, e hai sempre fatto di tutto per darmi una parvenza di normalità.”

“Leo…” mormora lei appoggiando la tazzina e allungando una mano per accarezzare la mia.

“Scusa, non è il momento di deprimersi!” esclamo io con allegria. “Parliamo di cose belle! La tua Pisciona ad esempio! O la mia.”

“Siete ancora decisi ad avere un altro bambino?”

“Direi che siamo più che decisi!”

“Cosa…?” mi domanda lei sgranando gli occhi. “Non mi dirai che…?! No! Davvero…?!”

“Sì” annuisco io sorridendo. “Aspettiamo una bambina.”

“Leo, ma è bellissimo!” esclama lei stringendo la mia mano nella sua. “E da quanto?”

“Dal matrimonio di papà” le dico io ridendo. “Pare che non sbaglio un colpo!”

“Va bene, va bene, basta così!”

“Papà andrà ai matti, con tutti questi Piscioni tra i piedi! Nic invece ancora non lo sa, preferiamo aspettare un po’ prima di dirglielo.”

“E Cris? È felice?”

“Certo!” rispondo io, un po’ sulla difensiva. “Perché me lo chiedi? Certo che è felice!”

“Sì, scusa… Immagino che sia felicissima!”

“Volevi insinuare qualcosa?”

“Insinuare…? Ma no, Leo! Ho solo pensato che sarà un bell’impegno, con l’università e con Nic, ma sono sicura che se la caverà benissimo! E poi può contare su di te che sei un super papà!”; lei mi rivolge un sorriso dolce ed io ricambio, annuendo. “Senti, non è che metteresti i fiori in acqua? Ci dev’essere una caraffa in bagno.”

“Oh…, sì, certo!” le rispondo un po’ sovrappensiero.

Finché sono i genitori di Cris a non approvare la nostra scelta non me ne frega poi tanto, anzi, non me ne frega proprio niente; ma che siano Vale o Asia ad avere delle perplessità, mi turba, e non poco.

Cosa pensano, che l’abbia “costretta” a fare un altro figlio? Che le abbia fatto delle pressioni? Che lei avrebbe preferito aspettare ancora qualche anno?

Ok, quella volta nel fienile forse potrebbe essersi lasciata trasportare da me, dalle emozioni, e non aver ragionato lucidamente, ma tutte le volte dopo, però, era ben consapevole di quello che stavamo facendo, e per quanto lei mi ami, è assurdo pensare che abbia voluto fare un altro figlio solo per “accontentarmi”!

È assurdo pensare una cosa del genere, no?

 

Trovo la caraffa, la riempio d’acqua, poi torno in camera e l’appoggio sul tavolo, mettendoci dentro i fiori.

“Certo che ti sei proprio sistemata bene, qui!” dico guardandomi intorno. “Stanza singola, nessuno che ti rompe le palle, puoi tenere la Pisciona con te…”

“Ah guarda, non l’ho nemmeno chiesto! Ieri, quando sono arrivata, mi hanno direttamente assegnato questa stanza!”

“Eh, si vede che essere la sorella del re Leone conta qualcosa, no?!” esclamo io ridendo. “Sei una raccomandata, alla fine!”

“A dire il vero…, ho poi saputo che il nonno mi aveva fatto riservare questa stanza, già da tempo” dice lei sorridendo imbarazzata. “L’ha pagata senza dirmi niente.”

“Il Generale?!”

“Sì.”

“Quello là di questo passo si comprerà l’ospedale, te lo dico io!” rido sedendomi di nuovo. “Pure a me voleva pagare una stanza singola, dopo l’operazione, ma io ho preferito restare dov’ero”.

Asia si rabbuia; le succede sempre se si parla dell’operazione o di quel giorno. Credo che non mi abbia del tutto perdonato per non averle permesso di esserci, per non averla nemmeno avvisata, ma del resto di tempo per farlo non ce n’era proprio.

“Sono davvero belli quei tulipani, grazie” mi dice fissando lo sguardo sui fiori, per distoglierlo da me.

“Non come quelli della mamma però!” ribatto io con un sorriso. “Ma per quelli dovrai aspettare come sempre il tuo compleanno… Le leggi della natura non so ancora sovvertirle!”

“Ah no?!” esclama lei, e ride. “Direi che due figli, contro ogni previsione, sono un bel sovvertimento, no?”

“Beh… sì dai!”; rido anch’io. “Direi di sì!”

“Grazie per non aver lasciato morire i suoi tulipani” mi dice guardandomi negli occhi, con la voce che trema.

Io annuisco e accenno un sorriso, mentre sento un nodo che mi serra la gola. “Sarebbe stata una nonna fantastica.”

“Sì…” mormora Asia con gli occhi lucidi, chiudendo una mano di Gemma nella sua. “Oggi mi manca un po’ di più”.

La capisco.

Benissimo.

Ho provato la stessa cosa il giorno che è nato Nic.

E forse per lei, in quanto donna, in un giorno come questo la mancanza di mamma è ancora più grande, più profonda, più lacerante.

Mi alzo dalla poltrona e mi siedo sul bordo del letto. “Dai, fammi posto” le dico mentre mi asciugo gli occhi con le mani; e lei si sposta un po’, per permettermi di mettermi comodo accanto a lei.

“Non sai quante volte in questi nove mesi avrei voluto che fosse con me…” mi dice mentre io le circondo le spalle con un braccio. “Poterle parlare, condividere con lei le mie paure, le mie gioie…, o chiederle consigli sulle cose più stupide, più banali… Chissà quante cose sbaglierò…”

“Te la caverai benissimo, sorellina” le dico dandole un bacio sulla testa. “Se me la sono cavata io, figuriamoci una secchiona come te!”; rido, ma torno subito serio. “E poi…, tu mamma lo sei già da tanti anni”.

Lei mi sorride; ha il viso bagnato di lacrime, ma il suo sguardo è sereno. “Guardala” mi dice mostrandomi Gemma, che pareva essersi addormentata e invece ha gli occhi spalancati. “Sembra che abbia preso i vostri occhi”.

I nostri occhi.

I miei occhi.

Gli occhi di Nic.

Gli occhi della mamma.

 

 

Per tutte le volte che non sai
se dirmi che passa o non passa mai…
Tu non ci pensare,

e asciuga le lacrime agli occhi,
oppure ricordami il tempo di un fiore
che nasce da uno che muore.
E stai qui.

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