Capitolo 625: Domenica, 8 settembre 2013

Da un po’ di tempo Leo si è finalmente rimesso in piedi, grazie alla sua nuova super gamba, ed oggi fa la sorpresa a Cris, che finora era ignara di tutto.

L’umore gioioso di Leo però precipita quando si ritrova, per l’ennesima volta, ad affrontare i limiti che la sua giovane età e la Bestia impongono alla sua libertà.

 

Domenica, 8 settembre 2013

Finalmente è arrivato mezzogiorno: Cris non vede l’ora di rivedere Leo, tanto per cambiare, ma oggi c’è pure dell’altro.“C’è una sorpresa!”: così ha detto lui ieri sera al telefono, e nonostante lei abbia insistito parecchio, non è riuscita a farsi dire di che sorpresa si tratti. Da ieri sera non ha fatto che ripensare a quella frase, vagliando varie ipotesi, ma senza trovarne una che la convincesse abbastanza; ha pure cercato di ricordare se all’8 fosse collegata qualche loro ricorrenza importante, ma niente!

Adesso è arrivata al piano, salendo le scale di corsa, dopo aver liquidato in modo non proprio carino Laura che era in vena di chiacchiere, ma è troppo impaziente. Svolta l’angolo, imbocca velocemente il corridoio, e poi si ferma di colpo.

Leo.

Leo è davanti alla porta della sua stanza.

Indossa quella canotta gialla che gli sta così bene, che mette in evidenza le sue braccia forti che lei ama tanto, e le sta regalando uno dei suoi splendidi sorrisi.

È un sorriso emozionato, imbarazzato, luminoso, questo. E Cris giurerebbe che lui sta anche tremando un po’.

Anche lei sta tremando adesso, ed è ancora lì, ferma impalata a guardarlo.

Meravigliata, stupita, sorpresa, col cuore che le scoppia di emozione.

Leo.

Leo è in piedi.

 

La faccia di Cris direi che vale più di mille parole! Ho fatto proprio bene a non dirle niente fino all’ultimo: è fantastico vedere la sua espressione mentre mi guarda, incredula.

Sta per correre verso di me, ma io con un cenno della mano le chiedo di fermarsi e di aspettare. Lei annuisce, e ha ancora quell’espressione incredula sulla faccia, ma sorride, mentre cammino verso di lei con passo incerto. Cazzo! Mi sono esercitato così tanto, e fino a poco fa il mio passo era decisamente più sicuro, ma adesso, ad andare incontro a lei, mi tremano le gambe e mi sembra di metterci una vita per raggiungerla.

Lei mi aspetta con la schiena appoggiata a una colonna, giocherellando con la tracolla della sua borsetta, e ha un sorriso dolcissimo. Alla fine non ce la fa a starsene ferma, e quando ci separano ormai pochi passi, annulla la distanza e mi abbraccia di slancio, felice, e poco ci manca che cadiamo tutti e due.

“Ehi!” esclamo io ridendo, mentre la stringo a me. “Attenta! Non sono ancora così stabile!”

“Scusa…!” mi risponde lei ridendo a sua volta. “Non sono riuscita a trattenermi! Sei… insomma è… è fantastico! E sei bellissimo!”.

Io le sorrido e le sposto all’indietro i capelli. “Direi che la sorpresa ha avuto l’effetto sperato…”

“Ma da quanto… cioè…”

“Da quanto ce l’ho?” le domando sollevando il gambale dei pantaloni per mostrarle la mia super gamba. “Un mese, più o meno.”

“E sei riuscito a non dirmi niente per un mese?!”

“Volevo essere sicuro di riuscire a camminare senza cascare letteralmente ai tuoi piedi! Non volevo fare figuracce, ecco…”

“Sei stato bravissimo” mi dice lei dandomi un bacio sulle labbra, e poi mi guarda sgranando gli occhi. “Ma era il nostro primo bacio in piedi!”

“Bacio…” ribatto io con tono ironico, agitando in aria una mano. “Diciamo che era un bacetto…”. Le prendo il viso tra le mani e sono davvero emozionatissimo, forse anche più di quella volta in ascensore o nel parcheggio; è come aver recuperato una parte della mia vita ormai quasi dimenticata, è come riavere un pezzo di me stesso, e non sto parlando della gamba, ma delle sensazioni che sto provando mentre mi chino a baciare la mia ragazza. Sorridiamo entrambi, mentre le nostre labbra si avvicinano, ma appena si sfiorano la passione prende il sopravvento; tengo una mano sul suo viso, mentre con l’altra le circondo la vita e la tengo stretta a me.

In questo momento, non saprei dire quale cuore batta più forte, se il suo o il mio.

 

“Mi piace come mi guardi…” dico a Cris mentre camminiamo mano nella mano, lungo il corridoio.

“So quanto ci tenevi…, quanto era importante per te, ed è bellissimo vederti così!”.

Io annuisco sorridendo e richiudo la porta della mia stanza, dopo che siamo entrati. “D’ora in poi sarò sempre io a chinarmi per baciarti… Fantastico, no?!” esclamo poggiandole le mani sui fianchi.

“Sì!” mi risponde lei buttandomi le braccia al collo.

La stringo, la bacio, e come al solito mi manda ai matti: il suo sapore, il profumo dei suoi capelli, il suo corpo tra le mie mani… Cammino verso il letto, sempre baciandola e tenendola stretta, barcollando un po’, e lei ride lasciandosi cadere all’indietro; mi sdraio su di lei, sostenendomi con le braccia, stando attento a non farle male con la gamba; è una sensazione strana avere di nuovo un altro piede da appoggiare e su cui fare peso.

Continuiamo a baciarci, e intanto io la accarezzo su un fianco, per poi scivolare con la mano sotto alla sua maglietta, a contatto con la sua pelle; la sento rabbrividire ma anche sorridere contro le mie labbra, quando però arrivo al bordo del reggiseno, lei apre gli occhi e si allontana: “Leo, ma… e se arriva qualcuno?!”

“Tranquilla, chi vuoi che arrivi? I dottori a quest’ora non passano mai, e nemmeno gli infermieri”; le sorrido, in quel modo che so che la fa impazzire, e lei mi sorride di rimando.

Ricominciamo a baciarci, la mia mano sale ad accarezzarle il seno, e lei si lascia sfuggire un gemito; quanto mi piace accorgermi dell’effetto che le mie mani o i miei baci hanno su di lei! Senza perdere tempo cerco un contatto più diretto, infilando la mano sotto al reggiseno e spostandolo verso l’alto, rendendo i gemiti di Cris ancora più intensi, anche se lei cerca di trattenersi, senza troppi risultati, mentre mi accarezza la nuca e il collo. Ci guardiamo negli occhi, e il nostro sguardo è così intenso che per un momento mi ci perdo, come alla deriva; poi ritorno in me, con la mano scendo sulla sua coscia, la tocco, la stringo, l’accarezzo risalendo di nuovo verso i fianchi, e poi verso la sua pancia scoperta.

Afferro il bottone dei suoi shorts, ma con una mano sola non è facile sbottonarli; ci sono quasi, ma lei mi ferma prendendomi la mano. “Leo, no!”

“Perché…?” mormoro baciandole il viso.

“Non voglio fare l’amore qui…”

“Nemmeno io, Cris” le rispondo sorridendo. Oddio, sono così eccitato in questo momento che lo farei ovunque, ma mi rendo conto che una stanza d’ospedale non è il posto più romantico della terra per la nostra prima volta. “Però ci sono tante cose che possiamo fare…”.

Non le lascio il tempo di dire niente e ricomincio a baciarla, percorrendola poi con le labbra dal mento fino al petto, passando per il collo, mentre finalmente riesco a sbottonare gli shorts e a tirare giù la zip, facendomi spazio fino a sfiorare il tessuto delle sue mutandine; lei mi prende la testa tra le mani e mi attira a sé per potermi baciare ancora, e io insinuo le dita appena sotto al bordo superiore delle mutandine, sotto all’elastico, facendola rabbrividire di nuovo.

Sto cercando di decidere se è il caso oppure no di andare un po’ più giù con le dita, quando mi sembra di sentire dei passi che si avvicinano e mi fermo di colpo, smettendo anche di baciarla.

Lei cerca il mio sguardo, disorientata, e io le faccio segno di restare in silenzio.

“Che c’è?” mi domanda col respiro affannato.

Io non le rispondo e le faccio segno con una mano di aspettare, e a questo punto si sentono chiaramente dei passi in corridoio. Restiamo immobili, in silenzio, cercando di capire se i passi si avvicinano o si allontanano, ma purtroppo pare proprio che si stiano avvicinando.

“Leaaader!”: questa voce è inconfondibile. “Ti ho portato la pastiera!”

“È Toni!” esclamo alzandomi di scatto dal letto, seguito subito da Cris.

“Leader, posso entrare?!” domanda Toni bussando alla porta.

“Eh… un secondo Toni, arrivo!”.

Cris ha i capelli spettinati, il viso arrossato, e i vestiti fuori posto; va un attimo in bagno, poi torna e mi dà l’ok per aprire, ma io faccio un cenno della testa verso di lei, che non coglie immediatamente a cosa mi riferisco.

“Gli shorts” le dico muovendo le labbra senza parlare; lei abbassa lo sguardo e nota che sono ancora sbottonati; li abbottona e tira su la zip, mentre io le sorrido e apro la porta a Toni.

 

“Nooo! Non ci credooo!”

“Ciao Toni” sospiro io, alzando gli occhi al cielo, mentre Cris gli sorride agitando la mano.

“Il Leader in piedi!” esclama lui gesticolando in modo esagerato. “Ma che bellezza! Che bellezza!”; abbraccia me e poi Cris, e dopo mi guarda con molta serietà, annuendo: “Quello è stato San Gennaro, a fare la grazia!”

“Ma che San Gennaro!” ribatto io dandogli un leggero colpo sulla nuca. “La grazia me l’ha fatta mio padre che me l’ha pagata, e io che mi sono fatto un culo così!”; e anche Max che mi ha fatto sputare sangue; per fortuna che è tornato: mi fa incazzare, ma tira sempre fuori il meglio di me; con Roberto non so se mi sarei già rimesso in piedi!

“Eh… ma quello è stato sempre San Gennaro che…”

“E piantala Toni, eddai!”

“Vabbuò, questa è una gran giornata! Dobbiamo festeggiare! Facciamo una festa!”

“Una festa…?” gli chiede Cris corrugando le sopracciglia, ma poi sorride. “E perché no?”

“Ma dai ragazzi, non direte sul serio?!” esclamo io sedendomi sul letto.

“Ma Leader, hai fatto la festa per salutare la gamba vecchia, eh!” mi dice Toni allargando le braccia. “Ci vuole pure la festa per quella nuova!”

“Non ho voglia di fare una festa” rispondo io scuotendo la testa. “Mi è già bastata quella per il mio compleanno”; e visto com’è finita, per il secondo anno di fila tra l’altro, non c’è da stupirsi se non voglio più festeggiare un bel niente.

“Però Toni ha ragione…” mi dice Cris sedendosi accanto a me e accarezzandomi il viso. “In qualche modo dovremmo festeggiare! Non c’è proprio niente che ti piacerebbe fare?”.

Sì, c’è, ma non lo posso dire davanti a Toni. Le rivolgo un sorriso malizioso, facendola arrossire, e poi scuoto la testa: “No”.

“Possiamo andare al mare!” esclama Toni battendo le mani. “Nella spiaggia di Davide!”.

Il mare.

Non sarebbe affatto male, il mare.

È da più di un anno che non mi faccio una nuotata, e la mia super gamba è adatta anche per andare in acqua.

“La spiaggia di Davide…?” gli domanda Cris perplessa, spostandosi i capelli da un lato.

“Quella vicina alla Chiesa!” gli risponde lui. “Dove abbiamo preso i fiori!”

“Dai!” esclama lei guardandomi. “Ti piacerebbe?”.

Sì.

Mi piacerebbe.

“Sì…” ammetto sospirando.

Lei sorride raggiante e mi abbraccia: “Possiamo andarci domani!”

“Vado a dirlo a Rocco!” urla Toni correndo via.

“E io chiamo Vale” dice Cris prendendo il cellulare dalla borsetta.

E immagino che a me tocchi dirlo alla Lisandri.

 

“Toglitelo dalla testa, Leo. Non se ne parla”.

Ecco: che non sarebbe stata una passeggiata me lo immaginavo, però speravo di avere almeno un po’ di margine per convincerla, e invece la Lisandri sembra intenzionata a non spostarsi di un millimetro.

“Ma perché?!” esclamo sbattendo la mano sulla sua scrivania.

“Come perché?” mi domanda lei togliendosi gli occhiali e infilandoli nel taschino del camice. “Devo rinfrescarti la memoria sul tuo quadro clinico?”.

Io sbuffo e alzo gli occhi al cielo, ma poi torno a guardarla. “Ma io mi sento bene!”

“Il fatto che tu ti senta bene, non vuol certo dire che stai bene. I tuoi ultimi esami non erano proprio rassicuranti, lo sai. E dopodomani hai la chemio”.

Già… la chemio, che da “almeno sei” è diventata “meglio farne altre sei”, per un totale di dodici, perché la Bestia pare proprio a suo agio attaccata al mio polmone e non si schioda da lì.

“Appunto!” esclamo io battendo di nuovo la mano sulla scrivania. “Dopodomani, non domani! Domani sono libero, no?!”.

Lei sospira e si passa una mano sulla fronte e sugli occhi. “Non è possibile, Leo. Non posso farti uscire. Ti devi riguardare.”

“Le giuro che mi riguardo, che non esagero!”

“No.”

“Ma che cavolo, dai! Lo sa quanto è importante per me essere tornato a camminare!”

“Sì lo so.”

“E avrò il diritto di festeggiare questa cosa, o no?”

“Puoi festeggiarla senza bisogno di uscire dall’ospedale. Chiama i tuoi amici, potete andare agli Ulivoni, o sul terrazzo…”

“Io voglio andare al mare! Mi dia il permesso!”

“No. Non posso dartelo questo permesso.”

“Ma le sembra giusto?!”

“Il punto non è ciò che mi sembra giusto. Il punto è che io devo tutelare la tua salute, e tu adesso non sei nelle condizioni di passare una giornata fuori. Al mare, per di più!”.

“Non sono nelle condizioni?!” sbotto a voce alta, alzandomi di scatto. “Ma mi guardi! Le sembra che non sono nelle condizioni?! A sentir parlar lei…, sembro un moribondo!”

“Non sei un moribondo” risponde lei sospirando. “E lo capisco che tu in questo momento ti senti in forze e hai voglia di uscire, ma io devo tenere conto delle tue analisi, delle tue lastre, dei tuoi parametri… e non posso accontentarti.”

“Nemmeno se mio padre o mia sorella mettono una firma?” le chiedo appoggiando entrambe le mani sulla scrivania e sporgendomi in avanti, verso di lei.

Lei mi guarda sorpresa per un attimo, poi congiunge le mani: “Certo, in quel caso non potrei oppormi, ma non credo proprio che Asia o tuo padre asseconderebbero questo tuo capriccio!”

Capriccio!” esclamo io sbattendo le mani e spingendomi all’indietro. “Vede che come al solito non mi capisce?! È una cosa importante per me!”

“E invece lo capisco che è importante. Ma adesso è più importante la tua salute! Avrai tempo per andartene al mare.”

“Ne è sicura?!” le domando con tono duro; e di nuovo lei mi guarda sorpresa, mentre io deglutisco e le lacrime mi annebbiano la vista. “No perché…”; sollevo in aria una mano, poi la lascio ricadere a peso morto e sbatte contro la mia coscia. “… io a volte penso di morirci, qua dentro! E penso che non ne avrò, di tempo! E che ne ho già perso troppo!”; mi trema la voce e faccio davvero molta fatica a non scoppiare a piangere. “E che… che allora tanto vale andarci, al mare! E uscire! E vivere! E fregarmene di tutto!”. Le volto le spalle e vado verso la porta, ho già afferrato la maniglia, ma poi mi giro di nuovo verso di lei. “Può garantirmi la guarigione?!”; lei resta in silenzio e abbassa lo sguardo, e io rispondo al posto suo. “NO!” dico urlando. “Non può! È la prima cosa che mi avete detto quando ho messo piede qua dentro! Ed è passato più di un anno! Ed è cambiato qualcosa, forse?! Adesso è sicura che guarirò?! Me lo può garantire?!”. Non ce l’ho fatta a trattenere oltre le lacrime, e ora cerco di asciugarle con le mani mentre mi scendono sulla faccia.

“Torna qui a sedere, Leo” mi dice lei guardandomi negli occhi, ma io resto fermo vicino alla porta.

“È cambiato qualcosa da quando sono chiuso qui?! Eh?! La situazione è cambiata?! Sono migliorato?! NO! Ho perso solo del tempo che avrei potuto usare in modo migliore! E ho perso pure una gamba! E adesso le sto chiedendo un cavolo di permesso per un cavolo di giorno! Perché voglio festeggiare una cavolo di gamba… finta! Ma lei…”

“Vieni a sederti Leo. Per favore, su”. Io sospiro, e poi mi decido a tornare da lei; mi lascio cadere sulla sedia e prendo un fazzoletto dalla scatola che c’è sulla scrivania, mentre lei giocherella con una biro. “La guarigione non posso garantirtela, è vero” mi dice annuendo. “Però ti assicuro che sto facendo di tutto…, di tutto per far sì che succeda. Per far sì che tu possa uscire da qui, ma sano! Ed andartene al mare ogni volta che vuoi. E lo so quanti sacrifici hai dovuto fare, e lo so tutto quello che hai passato e che stai passando, e hai ragione ad esserne avvilito, però devi capire che quando ti dico no, è per il tuo bene, e di certo non per renderti la vita più difficile.”

“Ah, guardi! Più difficile di così…!” esclamo con tono sarcastico, e mi viene quasi da ridere.

“Devi capire che…”

“Sì sì, devo capire” le dico annuendo nervosamente. “Vabbè… lasciamo perdere che è meglio. Piuttosto, mi dica come sta Angie.”

“Lo sai che non posso dirtelo”.

Io sbuffo e alzo gli occhi al cielo. “Mi dica solo se è migliorata! O peggiorata…”

“Diciamo che è stabile” mi risponde lei accennando un sorriso.

Che in pratica vuol dire tutto e non vuol dire niente.

“Ho già capito…” le dico alzandomi. “Oggi qua da lei non concludo un bel niente.”

“E la gamba come va?” mi chiede quando ho già aperto la porta e sto per uscire. “Te la senti bene?”

“Sì… sempre meglio”; anche se sempre strano è.

“Ti dà fastidio? Ti irrita la pelle?”

“No no, è tutto ok.”

“Bene.”

“Arrivederci.”

“Ciao Leo”.

 

Se la Lisandri crede che io mi arrenda così facilmente, si sbaglia di grosso! Devo fare qualcosa, cazzo! Provare a convincere Asia, penso sia del tutto inutile, perché lei dà sempre ragione ai dottori, però con mio padre potrei farcela. Miracolosamente mi risponde subito al telefono e, cosa ancora più incredibile, riesce a venire subito in ospedale; sembra pure felice di vedermi: mi abbraccia, e ha anche una sottospecie di sorriso sulla sua solita espressione afflitta. Mi sa che gli piace vedermi in piedi.

“Oh! Hai fatto dei grandi progressi!” esclama guardandomi, mentre io cammino avanti e indietro per la mia stanza.

“Beh… non mi vedi da quasi un mese!” gli rispondo io con un sorrisetto sarcastico.

“Sì…” mormora lui abbassando lo sguardo, mortificato. “Ma non pensavo che fossi migliorato così tanto. È bello vederti camminare.”

“Ok, grazie…, ma non ti ho fatto venire per questo.”

“Va bene, dimmi”; ovviamente non si siede, questo ormai lo so, resta in piedi; forse così si sente meno in trappola, forse così gli è più facile prendere e andarsene.

Io invece mi siedo sulla scrivania. “Ho bisogno di un favore… Domattina… puoi venirmi a prendere?”

“Venirti a prendere?” mi chiede lui avvicinandosi a me. “In che senso, scusa?”

“Nel senso che ho bisogno che vieni qui, firmi per farmi uscire, mi porti in spiaggia, e poi mi vieni a riprendere quando te lo dico”.

Lui non sembra prendermi molto sul serio. “Ma… è uno dei tuoi scherzi…?”

“No. Nessuno scherzo papà.”

“Ma… scusa… che ci devi andare a fare in spiaggia?”

“Secondo te?!” esclamo alzandomi. “È da un anno che non ci vado! Ho voglia di fare una nuotata… e così provo anche la gamba in acqua.”

“Ma vuoi andarci da solo?!”

“No, coi miei amici”.

“Ah. Beh…”; forse l’ho convinto, dai! “E la dottoressa è d’accordo?”.

Ecco.

Fanculo!

“No…” dico sospirando. “Non è d’accordo. Ma se tu firmi per farmi uscire, lei non può farci niente!”

“Ma Leo… se la dottoressa non è d’accordo, io non me la sento di…”

“Eddai papà! Quella esagera sempre! Io mi sento bene! E ho bisogno di un giorno fuori da questo posto, sennò impazzisco!”.

Lui sospira e guarda un punto imprecisato: “Facciamo che vado a parlarle, va bene? E cerco di…”

“No!”; se va a parlarle è la fine! Ci mette due secondi a tirarlo dalla sua parte! “Non c’è bisogno che parli con lei! È con me che devi parlare!”

“Non mi sembra una buona idea andare contro il parere del tuo medico. Non è una cosa che mi sento di fare.”

“E certo!” urlo io andando verso la finestra. “Ma c’è una volta, una, in cui fai una cosa per me?!”; guardo un’ambulanza che entra velocemente nel parcheggio con la sirena accesa, e per un attimo mi ritrovo a chiedermi chi è che c’è sopra, quanti anni ha, cosa gli è successo, ma poi penso che è meglio non vedere e mi giro di nuovo verso mio padre, guardandolo con rabbia. “Ah scusa! Forse adesso che hai sborsato migliaia di euro per questa…” gli dico indicandomi la gamba. “Ti senti con la coscienza a posto finché campi! O finché campo, sarebbe più giusto dire!”

“Non mi sento la coscienza a posto” mi dice lui col mento che trema. “E lo so che con te sbaglio tutto, di continuo, ma io più di così non riesco a fare. Vorrei essere diverso, vorrei che tutto fosse diverso. Avrei voluto spenderli per regalarti un viaggio, quei soldi! O per comprarti una macchina quando avrai diciott’anni, o qualsiasi altra cosa desideri! Non faccio che dirmi che era a me, che doveva succedere, e non a te. Vorrei poter cambiare le cose, ma non posso. Vorrei essere capace di starti vicino, di darti forza, ma non ci riesco! Non ci riesco!”.

Siamo alle solite. E come al solito, questo suo discorso mi provoca una rabbia senza controllo. Sì, anche pena, ma mi dà la nausea sentirgli dire sempre le stesse cose, su tutto quello che vorrebbe e su tutto quello che non riesce a fare.

Beh, anch’io vorrei avere desideri normali, come un viaggio, la patente, o una notte fuori con la mia ragazza! Ma si dia il caso che adesso ho altre priorità, e che tornare a camminare fosse proprio una di quelle! E per una volta che ce l’ho, un desiderio normale, per una volta che chiedo un fottuto giorno fuori da questo posto, per potermene andare al mare coi miei amici, sembra che io stia chiedendo la luna!

“Va bene papà” dico appoggiandogli una mano sulla spalla e andando verso la porta. “Fai conto che non ti ho chiesto niente”.

Lui non mi ferma, e io me ne vado. Sto per dirigermi verso l’ascensore, per andare dai Braccialetti Bianchi, ma poi cambio idea e vado verso il reparto delle ragazze.

Vado a trovare Angie.

 

 

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5 commenti su “Capitolo 625: Domenica, 8 settembre 2013

    1. È comparsa nel capitolo 27 giugno 2013 ?, anche se in realtà devo ancora scrivere di quando lei e Leo si conoscono: è una delle due ragazze carine che arrivano in ospedale quando i Braccialetti vengono dimessi (ne parla Leo a Nicola, prima della scena finale).

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