Capitolo 542: Lunedì, 17 giugno 2013

I Braccialetti sono stati dimessi, e Leo si ritrova di nuovo da solo; in più, la Lisandri gli ha riservato una sorpresa per niente piacevole…

Ma poi arriva Cris.

Per fortuna arriva Cris .

 

Lunedì, 17 giugno 2013

Solo.

Sono di nuovo da solo.

Per tutto il tempo, mentre faccio colazione, non posso fare a meno di guardare il letto vuoto dove fino a ieri mattina c’era Vale e adesso non c’è nessuno; nessuno con cui chiacchierare e sparare cazzate tra una fetta biscottata e l’altra, o mentre aspetto che il latte si freddi.

Mangio lentamente, ché oggi non c’ho voglia di alzarmi e di cominciare questa giornata; proprio zero. Cosa farò per tutto il giorno senza Vale, senza Toni…, senza Cris?

Senza Davide.

Cosa facevo prima? Non me lo ricordo più. Ok, dopo passo da Rocco, ma lui non ha nemmeno il permesso di lasciare la stanza; ieri è stata un’eccezione, e oggi deve inderogabilmente restare a riposo, così ha detto la Lisandri. Io, per fortuna, ho il permesso di andarmene in giro liberamente, almeno fino a mercoledì. Poi mi tocca la chemio, e quel che succede non si sa. Che poi, per ‘sta faccenda della chemio mi girano parecchio le palle: questa di mercoledì doveva essere l’ultima, e invece ne devo fare altre tre, oltre alla prossima. Ho provato a protestare, dicendo che dovevano essere solo sei e non nove, ma la Lisandri ci ha tenuto a sottolineare che mi aveva detto “almeno sei”, almeno, e così si è parata il culo. Il tumore al polmone è regredito, ma c’è ancora, e perciò mi toccano altri tre cicli e non ci posso fare niente; ed è già tanto che non debbano operarmi, ci mancava solo quello: non ci tengo proprio ad avere una bella cicatrice nuova di zecca sul petto.

*

Ieri sera io e Cris siamo stati per un’ora al telefono, è stato strano; ha detto che più tardi viene a trovarmi, e pure questo sarà strano.

E sarà bello.

Adesso stiamo insieme, ci ho tenuto a chiarirlo: “Ma quindi adesso sei la mia fidanzata?” le ho chiesto ieri sera a un certo punto, e lei si è messa a ridere e ha risposto: “Certo!”.

Posso baciarla e stringerla quando e quanto voglio, senza dovermi nascondere, senza dovermi sentire in colpa: non ci posso credere. E fatico a credere anche al fatto di averle detto “ti amo”, ma gliel’ho detto davvero, dopo tutti questi mesi passati ad avere paura, a stare in difesa, per paura di soffrire ancora, di uscirne di nuovo col cuore spezzato; e non lo so come andrà tra noi, non lo so quanto durerà e se sarà facile o difficile, so solo che voglio godermela questa storia, giorno per giorno, senza troppi pensieri sul futuro, e non vedo l’ora che arrivino le sette per rivederla. So già che il tempo non mi basterà. So già che un’ora -dai, forse un po’ di tempo in più, a Jhonny, riusciamo a strapparglielo- passerà troppo in fretta.

Lei voleva venire anche stamattina, ma deve andare a pranzo dai suoi. Speriamo bene. Ho paura che rivederli la faccia stare male. Ma perché tutta questa fretta di vederla?! E a pranzo, poi! E ieri non si sono nemmeno degnati di venirla a prendere!

Chissà se papà riuscirà a venirmi a prendere, quando finalmente verrò dimesso, o se manderà Asia perché nemmeno in quel momento sarà in grado di starmi vicino. Intanto, dopo il mio compleanno è di nuovo sparito, ed è quasi passata una settimana; non si è nemmeno preoccupato di sapere come sto dopo la morte di Davide, come sto dopo che un’altra persona importante per me è morta nel giorno del mio compleanno.

Lui non si fa vedere, e io non lo cerco.

*

“Ohi Leo, ancora a letto stai?!”; nel sentire la voce di Ulisse apro gli occhi; dopo aver finito di fare colazione sono rimasto a letto, e poco prima che arrivasse lui stavo quasi per riaddormentarmi.

“Sì…” rispondo sbadigliando. “Stamattina non mi va di fare niente.”

“Mi dispiace ma so’ venuto a prenderte. Te tocca veni’ con me.”

“E dove, scusa?” gli domando un po’ scocciato, mettendomi seduto. “Non ho visite o esami in programma per oggi!”

“No, però…”

“Non mi dirai che la Lisandri mi ha regalato un’altra tac a sorpresa?!”

“No, t’ha anticipato la chemio.”

Che?!” urlo spostando il lenzuolo che mi copre. “Come sarebbe?!”

“Sarebbe che s’è liberata una saletta, e ha pensato de metterci te…” mi dice lui stringendosi nelle spalle.

“Ah no!” esclamo scendendo dal letto e mettendomi sulla carrozzella. “Non lo può mica fare! Adesso mi sente!”

“Ndo vai?! Sta in sala operatoria!”

“E quando esce?”

“Ah non lo so, c’è appena entrata.”

“E certo! È scappata in sala operatoria perché ha paura di affrontarmi!”

“Ah guarda, in effetti stava a trema’ come ‘na foglia e m’ha detto: prima di andare a prendere Leo, aspetta che mi nascondo!” esclama lui ridendo. “Dai su, annamo!”

“No! Non è giusta questa cosa!”

“Ma alla fine che te cambia, scusa?”

“Cosa vuol dire che mi cambia?! Mi cambia eccome! Pensavo di avere ancora due giorni per stare bene!”

“Beh, così te ripigli prima, no?”

“Non funziona proprio così! Lo sai benissimo!”; lui non ribatte, perché lo sa che in fondo ho ragione: non è che se comincio la chemio due giorni prima, vuol dire che starò meglio due giorni prima; mica è così matematico; per quanto mi riguarda, vuol dire solo due giorni di merda in più.

“Come che sia, non mi pare che c’hai molta scelta, no? Se la Lisandri ha deciso, ha deciso.”

“E certo! Perché sono ancora minorenne! E che cazzo! Non è giusto!”

“Dai” mi dice lui poggiandomi una mano sulla spalla. “Prendi quello che te serve, su.”

“Non mi serve niente!” gli rispondo io in tono sgarbato, spostando bruscamente la sua mano.

“Ah vabbè! Dopo non dire che te annoi, però!” esclama afferrando le maniglie della mia carrozzella.

“La noia è l’ultimo dei miei problemi! E mollami che mi spingo da solo!”

“Agli ordini re Leone!” dice lui smettendola di spingere la carrozzella. “Ma che ti hanno dato a colazione, ahò? Limoni e latte inacidito?”.

Io non gli rispondo e vado verso l’ascensore, mentre sento i suoi passi dietro di me.

Sono incazzato nero.

*

“Ma c’è la mia stella bella!”; l’Elvira mi viene incontro con un sorriso a trentadue denti e allargando le braccia verso di me; ha una fascia per capelli fucsia e dei pantaloni maculati: sempre sobria, devo dire. “Ma non lo sapevo mica che oggi toccava a te!”

“Nemmeno io” le rispondo andando verso la poltrona, senza ricambiare il sorriso, anche se in realtà mi fa piacere che almeno ci sia di turno lei.

“Torno dopo a prenderte” mi dice Ulisse, e con noncuranza appoggia sul tavolino il mio i-pod e le mie cuffiette; deve averle prese prima, dal mio comodino, ed io non me ne sono nemmeno accorto; annuisco accennando un sorriso, e sollevo una mano per salutarlo mentre se ne va.

“Che poi non la capisco mica questa storia che dopo te ne torni all’altro reparto!” esclama l’Elvira mettendosi i guanti. “Eh?! Perché non resti qua?”

“Ah ci manca solo questo, guarda!” ribatto io sedendomi sulla poltrona.

“E perché mai?! Non vuoi stare con l’Elvira?!”

“Non è per te” le dico porgendole rassegnato il braccio sinistro. “È questo posto che mi fa schifo! È squallido, è triste, ed è pieno di gente…”

“Squallida e triste” sorride lei legandomi il laccio emostatico. “Lo so, lo so. È per questo che ci vorrei uno come te, che almeno non mi fai scendere la catena!”

“Ah grazie, ma io ne faccio proprio a meno! Odio questo posto! E c’è sempre questo odore… schifoso.”

“Di vomito?” ride lei disinfettandomi il braccio.

“Anche…” sospiro io, sussultando quando mi infila l’ago della flebo. “E di disinfettante, di medicine…”

E di tristezza.

“Se hai bisogno schiaccia quel bagaglio lì, che l’Elvira arriva subito, eh?!”

“Ok grazie” le dico mentre lei chiude la tenda; almeno così non vedo il tizio squallido e triste che è seduto sulla poltrona di fronte. E se anch’io sono così? Se è così che mi vedono gli altri? Squallido e triste? Beh dai, forse un po’ triste oggi sì, ma squallido proprio no.

Abbandono la testa contro lo schienale della poltrona, mi metto le cuffiette e accendo l’i-pod; meno male che a Ulisse è venuto in mente di prenderli: quattro ore qua, senza la mia musica, sarebbero state una palla infinita; lo devo ringraziare, appena torna; è stato premuroso ed io l’ho pure trattato male, che poi mica ce l’avevo con lui, ce l’ho con la Lisandri e con questo bel regalino che mi ha fatto. O forse nemmeno con la Lisandri ce l’ho in realtà, ma con la Bestia, che dopo un anno è ancora qua con me, forte e stronza, e che non mi lascia libero di vivere la mia vita come vorrei.

*

Sono passate più di tre ore; ancora un’ora e sarò libero di andarmene da qua, anche se mi sa tanto che me ne tornerò a letto; ho vomitato solo una volta, ma mi sento a pezzi e ho una nausea tremenda; la musica e le battute dell’Elvira, che arriva ogni mezz’ora per sostituire la flebo, mi hanno aiutato a far passare meglio il tempo, ma sono stanco di starmene fermo qua, e cambio di continuo posizione per trovare sollievo. Speravo di riuscire ad appisolarmi ma non ci sono riuscito. Me ne sto con gli occhi chiusi, perché così mi sembra di riuscire a controllare meglio la nausea, quando sento dei passi avvicinarsi e il rumore della tenda che si apre; non può essere l’Elvira: i suoi passi non sono così leggeri, ma proprio per niente…!

“Cris!” esclamo sorpreso aprendo gli occhi.

“Ciao…” mi dice lei, sorridendo imbarazzata.

“Ma non dovevi andare dai tuoi?” le chiedo mettendomi seduto, mentre lei si avvicina e mi sfiora le labbra con un bacio.

“Sì. Ci vado tra un po’”; si siede sullo sgabello, vicino a me, e sorride di nuovo imbarazzata, toccandosi i capelli. “Avevo voglia di vederti… Non riuscivo ad aspettare fino a stasera”.

Io sorrido e le prendo una mano: “Hai fatto bene”.

Lei annuisce, sorride ancora, poi sospira: “Però non posso fermarmi tanto… Se arrivo in ritardo, mia madre diventa matta.”

“Sei agitata all’idea di andare lì?” le chiedo notando che continua a toccarsi i capelli.

“Sì…, un po’…”

“Un po’… o tanto?”.

Cris resta in silenzio per qualche secondo, prima di rispondermi: “Tanto. Non li vedo da un sacco di tempo, e l’idea di andare a pranzo da loro…, proprio il giorno dopo essere stata dimessa… non lo so…”.

Io cerco il suo sguardo e le stringo di più la mano. “Hai paura di stare male di nuovo?”

“Sì” ammette lei abbassando lo sguardo. “Ho paura che a vederli torni tutto come prima. Ho paura di non essere abbastanza forte.”

“Cris, tu sei fortissima!”

“Qui dentro forse. Perché c’eravate voi. Perché c’eri tu. Ma lì fuori…”

“Sarai fortissima anche lì fuori. Fidati”; le appoggio una mano sul ginocchio, e lei mi guarda.

“Lo spero.”

“Non ti fidi di me?” le chiedo indicandomi il petto con l’indice, e lei ride.

“Sì che mi fido di te” mi risponde con un sorriso dolcissimo.

“E se proprio i tuoi diventano insopportabili… e ti viene voglia di vomitare, tu fai così: vai in bagno e mi chiami subito.”

“Così mi fai compagnia mentre vomito?”.

Io sorrido e scuoto la testa: “Ti fa male frequentarmi, lo sai?”

“Dici?”

“Seriamente, se senti il bisogno di vomitare, chiamami… Dico sul serio Cris, chiamami se…”

“Va bene” mi dice lei appoggiando una mano sulla mia. “Grazie. A proposito, tu come stai?”

“Incazzato per questa sorpresa della Lisandri” le rispondo agitando il braccio attaccato alla flebo.

“Questo lo so. Prima sono andata a cercarti nella tua stanza, e ho incontrato Ulisse.”

“È stata proprio una stronza ad anticiparmela di due giorni!”

“E a parte l’umore, come ti senti?”

“Bene” le dico resistendo alla tentazione di sfregarmi un occhio, ma lei mi guarda poco convinta. “Giuro! Ho vomitato solo una volta!”

“Sei un po’ pallido però…”

“Ho un po’ di nausea” ammetto stringendomi nelle spalle.

“Un po’… o tanta?” mi domanda lei accennando un sorriso.

“Un po’…” dico io, e mi viene quasi da ridere. “Vabbè, ok, tanta.”

“Vado a prenderti un ghiacciolo?”; in effetti, l’altra volta, succhiare un ghiacciolo mi ha aiutato molto con la nausea.

“Solo se lo prendi anche per te”.

Lei sorride e si alza. “Limone o Coca Cola?”

“Limone” le rispondo sorridendo.

 

“Il limone era finito” mi dice Cris quando ritorna. “E pure la Coca Cola. Ho preso l’amarena.”

“Va benissimo, grazie!” rispondo prendendo uno dei due ghiaccioli dalle sue mani e scartandolo. “Ma siediti qua” le dico piegando la gamba per farle posto sulla poltrona, mentre anche lei scarta il suo ghiacciolo.

“Ah ok”; lei sorride imbarazzata per la millesima volta da quando è arrivata, si alza dallo sgabello e viene a sedersi sulla poltrona, di lato, con le gambe che penzolano giù; indossa un vestitino che non le ho mai visto prima, piuttosto corto, e si è anche truccata un po’. “Dici che è troppo corto?” mi domanda provando a tirare il vestito per coprirsi di più le gambe; dev’essersi accorta che gliele stavo guardando.

“No no, va benissimo!” esclamo io con enfasi, forse pure un po’ troppa.

“Non so se ai miei…”

“Stai benissimo” le dico prendendo tra le dita una ciocca dei suoi capelli. “Anche se il mio parere… non è che conta molto.”

“Perché? Certo che conta!”

“Perché per me sei sempre bellissima, pure in pigiama!”.

Lei sorride ed io mi avvicino per baciarla, infilando una mano tra i suoi capelli, che anche oggi profumano di shampoo alla camomilla. Le sue labbra sono fresche e appiccicose, e ha un sapore dolcissimo, di zucchero e amarena; mi circonda il collo con un braccio e mi tira verso di sé; ci baciamo con molta passione, poi rallentiamo, ma quando sento che lei si sta per allontanare ricomincio a baciarla con foga, finché non siamo costretti a staccarci per riprendere fiato.

“E questo cos’era?” mi chiede sorridendo.

“E questo…”; io sorrido e le tengo ancora la mano sul viso. “Era il nostro primo bacio da fidanzati”.

Lei abbassa lo sguardo, poi lo rialza e mi sorride ancora: “Anche l’altro primo bacio è stato qui dentro.”

“È vero…” dico io guardandomi intorno; è stato proprio in questa stessa saletta, su questa stessa poltrona. “Beh… questo però aveva un sapore decisamente migliore!” esclamo ridendo. “Quella volta avevamo vomitato per tutto il giorno!”.

Lei ride e si sposta i capelli dietro l’orecchio: “Io me lo ricordo buonissimo anche quello.”

“Questo di più, fidati”.

Perché adesso sei mia, anche fuori da questa stanza.

Perché adesso so che potremo stare così vicini quando vorremo, e baciarci ancora, e ancora, e ancora.

Perché adesso non c’è più Vale perso per te, o forse ancora un po’ sì, ma almeno è tutto chiaro e non dobbiamo nasconderci e sentirci in colpa.

Perché adesso tu non sei più persa dentro te stessa.

Perché adesso io ho finito di mettere insieme i pezzi della mia vita andata in frantumi. Ok, forse proprio finito no, ma sono a buon punto.

Perché la lotta quotidiana per la sopravvivenza, è vero, c’è ancora, almeno per me, però sembra che davvero stavolta le cose stiano migliorando.

E mentre aspetto che migliorino del tutto, sto vivendo.

 

La bacio di nuovo, sa ancora di fresco, di dolce; con un braccio le circondo la vita, la stringo a me, e mi sembra quasi di non essere più in questo posto squallido, ma su un altro pianeta. A un certo punto sento qualcosa di freddo sgocciolarmi addosso, e mi ricordo che in mano ho ancora il ghiacciolo da finire.

“Oh cazzo!” esclamo aprendo gli occhi e allontanandomi da Cris. “I ghiaccioli!”.

Lei ride guardando la macchia di amarena sulla mia maglietta, e in quel momento pure il suo ghiacciolo sgocciola, sui pantaloni del mio pigiama. “Mi sa che ci conviene finirli!”

“E direi di sì!” rido io, che ho pure tutta la mano destra sporca e appiccicosa. “Prima che ti sporchi pure tu!”

“Non so cosa sarebbe peggio” dice lei succhiando il suo ghiacciolo, e a me viene voglia di baciarla ancora, ma resisto. “Se arrivare dai miei con un vestito macchiato, o in ritardo per essere dovuta passare da casa a cambiarmi!”.

Io piego le labbra di lato e mi pulisco la mano sui pantaloni. “Ah, in ogni caso non ti invidio proprio!”

“Avrei preferito avere ancora qualche giorno di tempo, prima di vederli, ma loro hanno insistito e non sono riuscita a dirgli di no…”

“E la prima notte nella casa nuova, com’è andata?” le domando spostandole all’indietro i capelli.

“È stato stranissimo!” mi risponde lei sgranando gli occhi. “Dopo quattro mesi passati qua dentro… non riuscivo a realizzare…, ho anche faticato un bel po’ ad addormentarmi.”

“Potevi chiamarmi…”

“Non volevo disturbarti… E poi, se avessi sentito la tua voce, penso che sarebbe stato peggio, che avrei sentito ancora più nostalgia.”

“Però sei contenta di essere a casa, no?”

“Sì…” ammette lei sorridendo.

“Niente più sveglia all’alba! Il mio sogno praticamente!”

“Svegliarmi presto non mi è mai pesato più di tanto… però è stato bellissimo non ritrovarmi con una cameriera che mi rifà il letto un secondo dopo che mi sono alzata, come quando abitavo coi miei!”

“Avere qualcuno che mi rifà il letto è una delle poche cose che amo dell’ospedale!” esclamo io ridendo. “A casa mi toccava sempre rifarmelo…”; anche se quando non ne avevo proprio voglia, tenevo la porta chiusa e risolvevo il problema; la mamma di sicuro mi aveva sgamato, ma alla fine faceva sempre finta di niente; quando invece lei era in ospedale, il letto lo rifacevo sempre, non so perché; forse perché così quando tornava a casa trovava la mia camera in ordine e le faceva piacere. Ho rifatto il letto fino all’ultimo giorno, provando a illudermi che sarebbe tornata a casa anche quella volta; nonostante fossi consapevole di tutto quanto, una parte di me ha voluto illudersi lo stesso, e ho rifatto il letto anche quel cazzo di 11 giugno, poi basta, non l’ho rifatto più. Una volta ho trovato Asia che stava cambiando le lenzuola, ma le ho urlato dietro di lasciar stare e non ci ha più provato; le lenzuola poi le ho cambiate io, ma sono andato subito a letto, e perciò nemmeno quella volta l’ho rifatto.

“Ehi…” mi chiama Cris, che dev’essersi accorta che mi sono perso in pensieri non proprio felici. “Tutto bene?”

“Sì sì!” esclamo con ostentata allegria. “Mi è pure passata la nausea!”; in realtà non mi è passata del tutto, ma sto decisamente molto meglio di prima. “Ci voleva proprio quel ghiacciolo! O forse sono stati i tuoi baci a farmi stare meglio…”.

Lei sorride e le si illuminano anche gli occhi: “Allora ce vuole un altro” mi dice mordicchiandosi il labbro inferiore, e mi sorride di nuovo, facendomi accelerare i battiti.

Non ho mai visto un sorriso tanto bello.

Sorridimi sempre così, ti prego.

E guardami sempre così.

E baciami sempre così.

Da togliermi il fiato.

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