Capitolo 540: Sabato, 15 giugno 2013

Non è facile per Leo fare finta di niente dopo il bacio avvenuto con Cris in ascensore, eppure quella pare essere l’unica soluzione per evitare ulteriori catastrofi: fare finta di niente, andare avanti, e pensare ad altro; a Rocco, per esempio, sospeso tra la vita e la morte; o a Nicola, la cui memoria comincia ad accusare i colpi dell’Alzheimer; o ai Braccialetti Rossi, con cui improvvisa un gruppo musicale in memoria di Davide. Eppure c’è qualcosa che sfugge sempre al controllo: una mano, una carezza, uno sguardo…, tanti sguardi; e tanti dubbi: sul presente e sul futuro.

E poi ci sono anche i pensieri di Cris, alla vigilia della dimissione dall’ospedale…

 

Sabato, 15 giugno 2013

Fare finta di niente.

Fare finta di niente e andare avanti.

Questo sembra essere l’accordo tra me e Cris; non ce lo siamo detti, non ne abbiamo parlato, ma non serve: è come se lo avessimo fatto. A dire il vero, non siamo più nemmeno rimasti da soli, dopo ieri pomeriggio: abbiamo evitato ogni possibilità che ciò accadesse, consapevoli di quanto potrebbe essere rischioso.

Fare finta di niente.

Andare avanti.

Continuare come prima.

Essere amici.

Pensare ai Braccialetti, preservare il gruppo, che di catastrofi e scossoni ne ha già avuti abbastanza, e che rischierebbe di crollare in pezzi sotto un altro urto.

Fare finta che quel bacio non ci sia mai stato.

Fare finta che non l’abbiamo desiderato da quella notte del temporale, o forse da ancora prima: da quella mattina a scuola in cui i nostri sguardi e le nostre vite si sono incrociati.

Fare finta che non abbiamo continuato a pensarci da quella volta in sala chemio.

Fare finta che non abbiamo provato niente; sì, è stato bello, ma cosa sarà mai: un bacio.

È stato solo un bacio.

Sì, un bacio vero, ma questo non cambia le cose: non cambia che siamo un gruppo, non cambia che Cris sta con Vale, non cambia che certe emozioni sono troppo grandi.

E fanno paura.

E allora è meglio fare finta di niente.

Ridere e scherzare insieme, come se nulla fosse.

Parlare d’altro.

Pensare a Rocco.

Girovagare con Toni e Vale per l’ospedale, tutti insieme.

Essere un gruppo.

Fare finta di niente.

 

“Ciao ragazzi!” ci saluta Ulisse quando ci vede passare.

“Ciao Ulisse” rispondo io fermandomi, imitato dagli altri.

“Vi volevo presentare una nuova arrivata” dice lui avvicinandosi con una ragazzina di circa dieci, undici anni: “Alina”.

“Ciao!” esclama Cris sorridendo, mentre anche io, Vale e Toni le sorridiamo e alziamo una mano in segno di saluto.

“Lei condividerà la stanza con Rocco…”

Con Rocco?!” gli chiedo io sorpreso. “Ma è una femmina!”

“Decisione dell’amministrazione” mi risponde lui allargando le braccia. “Il reparto delle ragazze era tutto pieno…”.

Io ridacchio e Cris si china verso di me: “Comunque si dice una ragazza, non una femmina!” puntualizza, ed io scuoto la testa sorridendo. “E tu che hai fatto alle mani?” domanda poi ad Alina, dato che ha entrambe le mani fasciate.

“C’è stato un incendio in cucina, a casa sua…” le risponde Ulisse. “Niente di grave, eh?! Un’ustione leggera. Pochi giorni e torna a casa”.

Ulisse viene poi chiamato da un’altra infermiera e si allontana, e noi decidiamo di proseguire per andare a fare un giro agli Ulivoni.

“Ciao Alina” le sorride Cris salutandola, per poi avviarsi, e lo stesso fanno Vale e Toni.

“Ciao” ricambia lei, ma quando a salutarla sono io, lei mi sorride e risponde al mio saluto chiamandomi per nome: “Ciao Leo”.

Io freno bruscamente con la carrozzella e torno indietro, perplesso: “Scusa ma… chi ti ha detto il mio nome?”

“Sei famosissimo qua dentro”.

Questa risposta non mi convince al 100%, ma prima che io possa chiederle altro, interviene Ulisse che la chiama per accompagnarla in camera, lasciandomi col dubbio.

 

Toni è preoccupato: non riesce più a comunicare con Rocco. Io non lo so nemmeno se c’ho mai creduto a questa storia, è talmente assurda! Certo è che di robe assurde nella vita me ne sono capitate, e certo è che Toni ha sempre dimostrato di sapere cose che noi comuni mortali non sappiamo.

“E non ti era mai successo prima?” gli domanda Vale.

“No, mai” gli risponde lui sconsolato.

“Cosa può significare?” gli chiedo io con la voce che mi esce un po’ bassa: vera o no, questa faccenda di Rocco mi turba più di quanto io voglia ammettere.

“Eh… non lo so” mi risponde lui voltandosi verso di me; è seduto sulla ruota della mia carrozzella, ed io gli tengo una mano sulla spalla: meglio evitare che caschi per terra e si spacchi di nuovo la gamba che ormai è quasi guarita. “Però… ormai sono quasi ventiquattro ore che non non sento più la voce di Rocco. Forse dovrei dirlo alla Lisandri. Eh?”

“Sì… È la persona giusta!” annuisco io con tono sarcastico. “Sì, vai lì e dici: senta, io prima parlavo con Rocco, adesso però non ci riesco più… Lei ci crede?!”

“Non sei spiritoso, Leo!” mi dice Cris infastidita.

“Cris ha ragione” interviene Vale. “Non è il momento di scherzare”; e certo! Ti pareva che il cavaliere dall’armatura scintillante non scendeva in campo per difendere la sua dama?!

“Oh!” esclamo alzando la voce. “Ma c’è una volta, e dico una, in cui per te Cris non ha ragione?! O ti darebbe le vertigini dire che ha torto, eh?!”.

Cris sbuffa e si gira dall’altra parte, mentre Toni sospira e allarga le braccia: “Ma che fate, litigate?”

“Lui provoca” puntualizza Vale distogliendo lo sguardo.

“Ragazzi, parliamo di Rocco” dice Cris, che probabilmente non riesce a reggere la tensione tra me e Vale; tensione che ha generato lei, per essere precisi! “Anch’io voglio parlare con la Lisandri.”

“Vai, vai!” sorrido io beffardo, dando a Toni una pacca sulla spalla. “Vai con Toni! Andate! E poi… mi fai sapere se vi ascolta…, ok?”

“Certo che ci andiamo!” esclama lei alzandosi dal prato e guardandomi come se volesse fulminarmi. “Vero, Toni?”

“Eccomi!”.

Toni raggiunge Cris e si allontanano in fretta, lasciando me e Vale da soli; io faccio fatica a guardarlo negli occhi: è come se temessi che mi leggesse in faccia quello che è successo ieri con Cris.

“Che c’è?!” gli domando con tono scontroso, notando che lui mi sta fissando. “Perché mi guardi?!”

“Stai sempre lì a ribattere quello che dice Cris.”

“E allora?! Chi è, the Queen Elisabeth, che non si può criticare?!”

“Quello che non capisco è come fa a non mandarti a quel paese e a restarti amica!”

“È la tua ragazza, mica la mia” ribatto io togliendo il freno alla carrozzella per andarmene; se rimango ancora qui va a finire che gli dico tutto; ma lui mi si para davanti bloccandomi il passaggio.

“Senti Leo… Non dovevamo mettere su un gruppo, anche per Davide?” mi domanda mentre io ancora non lo guardo negli occhi. “Invece di stare qui a litigare, andiamo in palestra a suonare!”

“Non lo so se mi va… mentre Rocco sta così.”

“Era per fare una cosa insieme. Davide ci sarebbe stato”; è vero: Davide ci sarebbe stato; annuisco deglutendo e sospiro, mentre lui mi espone la sua idea: “Io al piano, tu alla chitarra, Toni alla batteria… e Cris a cantare.”

“Perché, tu suoni il piano?” gli domando sorpreso.

“Sì, ho fatto quattro anni.”

“E Cris canta?!”

“Non l’hai mai sentita?”.

Io sorrido, divertito dall’immaginare noi quattro in questa band improvvisata: “Eh… no, è che… a me le serenate non le fa: le riserva tutte a te”.

E basta questa battuta per rompere la tensione: scoppiamo entrambi a ridere e cominciamo a stuzzicarci e a fare la lotta per finta, finché il dottor Basile non ci richiama: “Allora?! Cosa facciamo qui?! Tornate in ospedale! Subito!”

“Ma quale ospedale?!” protesta Vale mentre ci avviamo. “Questo è un carcere!”.

 

“Buongiorno Ginooo!” esclamo io entrando di corsa nella stanza di Nicola, insieme a Vale.

“Ciao” mi risponde lui, intento a fare colazione; Nicola invece sta leggendo un quotidiano e solleva lo sguardo verso di me, un po’ disorientato.

“Ciao Nicola! Mi serve la chitarra che ti ho prestato” gli dico prendendola; ma lui mi guarda e non mi risponde. “Nicola…? Hai sentito?”

“Ci conosciamo?”.

Come sarebbe?! “Ma certo che ci conosciamo, Nicola!” gli dico stringendomi nelle spalle e sorridendo imbarazzato. “Nicola, sono Leo!”

“Piacere Leo” mi dice lui sorridendo, per poi guardare Vale. “Lui chi è?”; e a questo punto capisco ciò che non avrei mai voluto capire, e mi sento stringere lo stomaco in una morsa: l’Alzheimer sta prendendo campo e la memoria di Nicola comincia a perdere colpi.

Lui ci guarda tutti senza capire perché lo stiamo fissando in questo modo, poi mette da parte il giornale e si alza dal letto: “Scusate, devo andare in bagno” dice uscendo dalla stanza.

“Cazzo, Gino, ci siamo…” mormoro io abbattuto. “Ma quant’è che sta così?”

“Da questa mattina che sta così… e oltretutto io non lo posso neanche aiutare!”

“E perché?” gli chiede Vale.

“Perché è orgoglioso…, e non vuol far pena a nessuno”.

Io abbasso lo sguardo e deglutisco senza sapere cosa dire: se Nicola non si ricorda più di me è come averlo perso, ed io non posso permettermi di perdere pure lui.

Aspetto, ma i minuti passano e lui non torna.

“Sono preoccupato, non esce più…” dico a Gino.

“Perché non vai a vedere?” mi suggerisce lui. “Dai, vai a vedere!”.

Io mi decido e vado a bussare alla porta del bagno. “Nicola…” provo a chiamare, ma non ottengo nessuna risposta. “Nicola!” chiamo allora più forte, aprendo la porta di uno dei bagni ma trovandolo vuoto; provo a bussare in quello di fianco: “Nicola…! Nicola, apri!” dico provando ad aprire la porta che però è chiusa a chiave. “Nicola!”

“E che cacchio!” protesta il Signor Perché uscendo dal bagno. “In questo ospedale non si sta mai tranquilli!”

Io mi scuso e poi me ne vado, cercando di pensare a dove posso andare a cercare Nicola; chissà dove cavolo si è cacciato!

 

Dopo averlo cercato praticamente per tutto l’ospedale, decido di controllare se per caso Nicola è tornato nella sua stanza, e per fortuna è proprio lì che lo trovo: sdraiato sul letto, con un rametto di ulivo tra le mani; a cercarlo agli Ulivoni non ci avevo proprio pensato: non credevo si fosse allontanato così tanto.

“Ciao Leo! Come va?” mi chiede mentre mi avvicino al letto.

“Allora lo sai chi sono!” sorrido io rincuorato.

E lui ride. “Ma certo che lo so!” esclama mentre io mi sporgo verso di lui, gli butto le braccia al collo, e lo stringo forte. “Ehi…, ehi! Ma che succede?! Eh?”

“Poco fa…” gli spiego tornando a sedermi sulla carrozzella e appoggiandogli una mano sulla spalla. “Quando sono entrato in stanza…, ti ricordi?”

“Ma di che parli?! È da ieri che non ci vediamo!”

“No, Nicola: poco fa sono venuto qui con Vale. E tu non ci hai riconosciuti.”

“Ma che dici?!”; pare proprio che lui non riesca a credere a ciò che io gli sto dicendo, ed io non so più se insistere o lasciar perdere. “È così, eh?” mi domanda poi, capendo che sono serio.

“Sì. Ci hai chiesto chi eravamo.”

“Sei sicuro?” mi chiede sospirando.

Io annuisco tristemente: “E se non mi credi… chiedilo a Gino.”

“No, no…” mi dice lui scuotendo la testa. “Ti credo, ti credo…”.

 

È incredibile quanta roba si possa accumulare in pochi mesi, pensa Cris mentre comincia a raccogliere le proprie cose e a infilarle dentro al borsone nero: domani lascia l’ospedale.

Per ogni oggetto che mette via, si sente mancare il respiro un po’ di più: è felice di essere guarita, ma all’idea di tornare alla sua vita di prima si sente soffocare.

Si è sentita sollevata all’idea di andare a vivere con Carola e di non dover tornare a vivere con i suoi genitori…, anzi, dai suoi genitori, perché con loro non si ci è mai sentita, e perché quella casa troppo grande e troppo bella non l’ha mai sentita davvero sua: si è sempre sentita come un’ospite, là dentro, e spesso addirittura un’ospite indesiderata.

Fuori posto.

Dissonante.

Con gli anni ha imparato a passare sempre più inosservata, a scivolare sempre più leggera per i lunghi corridoi, tra le tende eleganti e i quadri preziosi, a rendersi sempre più trasparente, sempre più invisibile, sempre di più, fin quasi a scomparire davvero.

Quasi.

Perché poi era successo qualcosa, e non era più scomparsa.

Era cominciato il processo inverso ed era tornata a prendere una forma e una sostanza.

Ed era stato così doloroso.

Ma un giorno, senza sapere dire quando il cambiamento fosse davvero avvenuto, si era svegliata e si era accorta di sentirsi piena e viva come mai si era sentita prima di allora: finalmente se stessa; di certo, però, saprebbe dire con precisione quando il cambiamento aveva avuto inizio: quella mattina in cui Leo era piombato in aula e nella sua vita, con lo stesso identico entusiasmo, trascinandola in quel mondo fatto di sorrisi, di risate, di fughe notturne tra i corridoi dell’ospedale, di strani motti pronunciati con tono solenne, di paure affrontate, di Braccialetti Rossi preziosi come medaglie al valore, di coraggio, di fiducia, di amicizia, nonostante le incomprensioni, i litigi, i musi lunghi; nonostante tutto.

Ed era stato come capire finalmente il significato vero di famiglia.

Ed era stato come appartenere finalmente a qualcosa.

A qualcuno.

E adesso tutto questo sta per finire.

E lei non riesce ad accettarlo.

 

“Cris ma dove sono finiti gli altri?” le domanda Toni entrando nella sua stanza. “Non vedo nessuno!”

“Perché lo chiedi a me?” risponde lei un po’ scontrosa, mentre continua a raccogliere le proprie cose.

“Va tutto bene? Sei nervosa?”.

No, non va tutto bene: sta per andarsene, si sente triste e spaventata, e non ha il coraggio di dirlo a nessuno di loro. “Gli altri ci stanno aspettando nell’atrio” gli dice dandogli le spalle.

“Ah!”

“Però non credo che…”

“Che…?”.

Non credo che avrò il coraggio di vederli e di dire loro che me ne vado.

Non credo che riuscirò a guardarli negli occhi tutti e due, e continuare a fare finta di niente.

“Toni, ti dico un segreto” gli dice d’un fiato, girandosi verso di lui. “Però non lo devi dire a nessuno.”

“Giuro!” esclama Toni sollevando la mano destra.

Cris prende ancora tempo e va a sedersi sul letto: è davvero dura dire la verità, ed impiega un bel po’ di secondi per farlo. “Mi dimettono” dice finalmente. “E… domani torno a casa.”

“Ahio…” mormora Toni abbattuto, lasciandosi ricadere sul davanzale interno della finestra.

“Non sembri tanto felice” osserva lei accennando un sorriso.

“Nemmeno tu”.

A quanto pare, a Toni non sfugge mai niente. “Ma sì che sono felice!” esclama; e in fondo è vero, che un po’ felice lo è. “È solo che… penso che sia un po’ triste lasciare voi. Anche se forse…”.

Toni annuisce e sembra capirla davvero: l’ha sempre stupita questa sua capacità di capire al volo le persone; spesso sembra perso nel proprio mondo, e invece è sempre collegato a quello degli altri da un filo invisibile che gli permette di cogliere cose che agli altri sfuggono: “Anche se non vuoi lasciare Leo e…”

Cosa?!”; ecco: per l’ennesima volta Toni ha capito tutto, e per l’ennesima volta lei ne è stupita.

“Leo!” ripete Toni, come se fosse la cosa più scontata che ci possa essere. “Tu non vedi l’ora di darti…” gli dice facendo con le mani il gesto della fuga. “Perché sei innamorata di Leo! Solo che invece di dirglielo, stai facendo casino fra lui e Vale.”

“Ma che cavolo dici, dai?!” sbotta Cris alzandosi di scatto dal letto e allontanandosi.

“Quello che vedo!”.

E lei non può che arrendersi all’evidenza. “Hai ragione” ammette sospirando mentre Toni annuisce. “È che io ho un casino nella testa e… ed è tutta colpa mia! Che devo fare?” gli domanda andando a sedersi vicino a lui.

“Parlare con Vale!”

“Magari gli scrivo…”

“No, ci devi parlare”.

Toni ha ragione anche stavolta, ma l’idea di dire tutta la verità a Vale la terrorizza: sa per certo che lo ferirà, ed è l’ultima cosa che vorrebbe. “E come glielo dico?!”

“Gli dici…”; Toni sembra pensarci un attimo, e poi sembra venire colto da un improvvisa ispirazione: “Ah! Gli dici che ci sono persone che si sono conosciute cento milioni di anni fa, che si sono volute bene dai tempi dei tempi, fin da quando erano gni-gni-gni, oppure wo wo wo…”

Eh…?!” gli chiede Cris, disorientata da quell’ultima parte della sua teoria.

“Da quando erano dei microbi monocellulari oppure dei piccoli dinosauri…” le spiega lui, come se fosse la cosa più chiara del mondo. “Wo wo wo! Eh?!”.

Toni sembra crederci davvero, e lei non se la sente di deluderlo, perciò annuisce fingendo di mostrarsi convinta: “Ah…”; ma poi lui la spiazza di nuovo, finendo di enunciare la sua teoria con aria molto solenne.

E che quando si rincontrano oggi… per gli altri non c’è niente da fare, non c’è partita. Eh?!”

“Chi te l’ha detta questa?!” gli domanda allora lei, visibilmente affascinata.

“Come chi me l’ha detta?! L’ha scritta Darwin nel suo teorema di Pitagora, relativo a quello di Einstein, e pure Maria De Filippi!”

“Ah, ecco!” esclama Cris ridendo.

“Ma vuoi che te la spiego meglio?!”

“Magari!”

Anime gemelle predestinate”; e di nuovo lei lo guarda affascinata, pensando che forse ha proprio ragione, e che lei e Leo erano destinati ad incontrarsi da sempre. Chissà cosa ne penserebbe Leo di questa teoria; ma Toni non le dà il tempo di perdersi a immaginarlo, perché all’improvviso si rattrista. “Come me e mio nonno…” dice asciugandosi gli occhi lucidi, per poi ritrovare subito il sorriso e voltarsi a guardarla: “Eh?”.

Cris accenna un sorriso, grata per quella stramba conversazione che le ha schiarito le idee e che le ha fatto ammettere la verità, almeno con lui e con se stessa. La parte più difficile adesso è dirlo a Vale.

E a Leo.

 

Continuano a non volerci dire niente su Rocco, e questa situazione comincia ad innervosirmi parecchio. Adesso stiamo aspettando che la Lisandri esca dal suo studio per sapere se c’è qualche novità, soprattutto per sapere se Piera ha deciso di farlo operare o no: non ce la siamo sentita di chiederlo a lei direttamente.

“Dopo che abbiamo parlato con la Strega, potremmo andare a giocare un po’ a palla” propongo io.

“Ma non dovevamo suonare?” mi chiede Toni deluso.

“Ma l’aula che possiamo usare, per ora è impegnata” gli spiega Vale. “Hanno detto che possiamo andare alle cinque.”

“Ah, ho capito!”

“E tu Cris?” le domando poggiandole istintivamente una mano sulla gamba. “Che ne dici?”

“Va bene…” mi risponde lei un po’ imbarazzata, distogliendo lo sguardo dal mio che non riesce a sostenere.

“La Lisandri!” annuncia poi Vale, vedendola arrivare, e tutti ci voltiamo verso di lei.

“Dottoressa!” la chiamo io urlando. “Che succede a Rocco?!” le chiedo sempre a voce alta. “Avete lasciato quella povera madre a decidere da sola! È troppa responsabilità!”

“È questo che fanno gli adulti, Leo” mi dice lei con tono calmo. “Prendersi delle responsabilità. E lei se l’è presa.”

“E quindi?” le domanda Cris.

“Ha deciso di operarlo” risponde la Lisandri accennando un sorriso tirato.

Io mi volto a guardare gli altri, contento per questa notizia, seppur preoccupato, e poi mi giro di nuovo verso la Lisandri: “E quando lo operate?”

“Domani.”

“Fantastico!” esclama Toni. “Lo operano! Che bello! Ci pensate che tra un po’ Rocco si sveglia?!”; e a quest’idea, tutti non possiamo fare a meno di sorridere.

“Sì, e pensa che faccia che fa quando ti vede!” lo prende in giro Vale.

“Quando vede te invece?!” ribatte lui facendoci ridere. “Brutto come sei, tutto pelato?!”

“Io invece penso…” intervengo io. “A quando ritorna a correre…, a uscire…, a vedere i colori, a toccare le cose…”

“Pensate a quando riabbraccerà sua madre…” dice Cris sorridendo.

“Sì, è pazzesco!” esclama Vale. “Potrà fare le cose che fanno tutti.”

E io annuisco: “Potrà avere desideri, avere un futuro…”

“Crescere, diventare alto…” aggiunge Toni.

“Farsi la barba” dice Vale facendo sorridere Cris.

E io, nel vederla sorridere, non posso non dire ciò che mi passa per la testa in questo preciso momento: “Innamorarsi”.

Lei mi guarda per un attimo, poi non resiste e distoglie lo sguardo ridendo: “Passare le notti in bianco a pensare a una ragazza…”

“E quella sarà la cosa che gli piacerà di più: stare sveglio!” esclama Toni mentre tutti ridiamo. “E poi lo porto a fare un bel giretto in moto!”; e davanti a quell’eventualità, smettiamo tutti subito di ridere e protestiamo.

“No, no…”.

Poi cominciamo ad elencare tutti i posti dove vorremmo portarlo: al cinema, al mare, sul trattore, in vacanza… e sembra tutto così vero, così reale, così fattibile… Sembra come se davvero domani tutti quanti ce ne andassimo via da qui, liberi, sani, con tutta la vita davanti, e il futuro nelle nostre mani. E non so se sarà così, però è bello poterci credere, anche solo per poco.

È bello davvero.

 

Sono le tre del pomeriggio, e al campetto da basket c’è troppo sole a quest’ora, così decidiamo di andare a giocare nel cortile antistante l’ospedale. Cris prende al volo un mio lancio, mentre stiamo andando verso il cortile, e poi mi rilancia la palla; “Grande, Cris!” le dico battendole un cinque: non mi aspettavo da lei tanta agilità; e poi non so com’è che dal cinque finiamo per tenerci per mano e percorriamo così un piccolo pezzo di strada, finché non ce ne rendiamo conto e ci affrettiamo ad allontanarci. Passando davanti alla fontana, vediamo Jhonny che sta aiutando Lilia e il padre di Davide a scaricare qualcosa dalla macchina, e ci avviciniamo incuriositi.

“Perché non venite a dare una mano?!” ci domanda Jhonny mentre appoggia qualcosa sul muretto della fontana; e quando arrivo davanti all’auto, rimango stupito nel vedere di cosa si tratta: “Ma quella è la batteria che…”.

La batteria che loro avevano preso per Davide, e che lui non ha mai potuto suonare.

“Fantastico!” esclama Cris.

“Adesso questa chi la suona?!” domanda Toni che già si aspetta la risposta.

“Toniii!” rispondiamo tutti in coro, ridendo, per poi cominciare a far casino: ridiamo, urliamo, cantiamo, ognuno suona un pezzo di batteria, e ben presto attiriamo l’attenzione dei passanti e anche del dottor Rinaldi, che prima ci richiama, ma poi si lascia prendere anche lui dalla musica.

 

Finalmente l’aula è libera e riusciamo a montare la batteria e a sistemare tutto il resto.

“Cris, ti serve una mano?” le domanda Vale, mentre lei sta finendo di incollare sul tamburo della batteria la scritta “I Braccialetti Rossi”.

“No no, grazie.”

“Ragazzi, guardate il tamburo…” dice Toni, entrando col tamburo lungo che gli ha regalato Davide e urtando la batteria, facendo così cadere i piatti che fanno un gran casino.

“Toniii!” lo rimproveriamo tutti in coro.

“Ho dato il là, eh!” ribatte lui, e noi non possiamo che ridere.

E poi arriva anche Ruggero, con il suo basso elettrico. “Ora siamo al completo” dico io dandogli il cinque e stringendogli la mano.

“Dai” mi sorride lui ricambiando la stretta.

“Ciao Nicola!” esclama Cris quando lo vede entrare.

“Ciao.”

“Ciao Nicola!” lo saluto anch’io.

“Tutto bene?” gli chiede Vale.

“Tutto bene” risponde lui con enfasi. “Anzi: tutto più che bene.”

“Questa tonalità va bene?” mi domanda Vale premendo il do sulla tastiera, ed io annuisco mentre finisco di accordare la chitarra.

Prova…” dice Cris un po’ imbarazzata, battendo il dito sul microfono, ed io mi perdo a guardarla per qualche secondo, sorridendo tra me e me. “Funziona.”

“Ci siamo ragazzi?” chiedo io, parlando al mio microfono.

“Ci siamo!” esclama Toni.

“Sì” mi risponde Vale.

“Uno, due…” comincio a dire, contando anche con le dita.

“Un, du, tre, quattr” mi viene dietro Toni, sbattendo tra loro le bacchette della batteria; cominciamo a suonare e a cantare “Io non ho finito”, ma è un vero disastro.

“Stop. Stop ragazzi, basta!” dico fermando tutti. “Siamo fuori tempo. Toni, ce la fai ad andare a tempo?”

“Ma perché?” chiede lui facendo finta di guardare l’orologio. “Che ore sono?”

“Oh ragazzi!” esclamo mentre Vale e Cris se la ridono. “Se stiamo giocando è un conto… Cioè, me lo dite, uno lo sa, si adatta, no?” dico rivolto a Ruggero, che mi dà ragione. “Dai ricominciamo! Più carichi, eh?”

“Aspetta, da dove?” mi domanda Cris.

“Da guarda.”

“Ok.”

“Toni!” lo chiamo io alzando la voce “E one, e two…”

“E un, du, tre, quattr!” urla lui, e ricominciamo.

Stavolta va decisamente molto meglio, e accorre anche un sacco di gente per sentirci; e mentre canto a squarciagola che nonostante tutto io non ho finito, mi convinco veramente di potercela fare: di poter davvero vincere ai rigori contro questa dannata Bestia che da un anno monopolizza la mia vita.

 

Verso le undici di sera, mentre io me ne sto sul letto ad ascoltare la musica in cuffia, e Vale è seduto alla scrivania a disegnare un ritratto della sua ragazza, piomba nella stanza Toni, e sembra parecchio agitato; non sento subito quello che dice perché ho la musica a palla, ma noto subito che anche Vale si agita, e mi tolgo le cuffie.

“Stanno operando Rocco!” annuncia Toni trafelato. “Adesso!”

“Quella stronza della Lisandri aveva detto domani!” esclamo scendendo dal letto e mettendomi sulla carrozzella, parecchio incazzato per essere stato preso per il culo. Vale corre a chiamare Cris, e poi tutti insieme ci precipitiamo davanti al Blocco Operatorio. “Ulisse!” chiamo io quando lo vedo. “Ma è vero che stanno operando Rocco?!”

“Sì.”

“E c’è qualche notizia?” gli domando col cuore in gola.

“Nessuna.”

“Ma non possiamo entrare?” gli chiede Vale.

“Non potete” risponde Ulisse con tono dolce ma fermo. “Non potete entrare, non potete stare qui. Hanno incaricato me di far rispettare quest’ordine, che è tassativo! Perciò ragazzi, forza, andate a letto!”

“Ma se noi stessimo solo qua?” propone Cris, e Toni annuisce.

“Non potete. Andate a letto, forza, che è tardi.”

“Dai, Ulisse…” gli dico io guardandolo con occhi imploranti, ma lui è irremovibile.

“Forza, su… Tanto ne avranno per tutta la notte. Forza! Dai! Buonanotte, su! Dai! Buonanotte…”.

Capisco che insistere è inutile e lancio uno sguardo agli altri per far capire loro che è meglio andarcene a letto, ma dubito seriamente che riuscirò a dormire: Nicola che si è sentito male, Rocco sotto i ferri, e gli sguardi che io e Cris continuiamo a scambiarci quando nessuno ci vede (anche pochi secondi fa).

No, non credo proprio che riuscirò a dormire.

Condividi:

1 commento su “Capitolo 540: Sabato, 15 giugno 2013

Lascia un commento

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato. I campi obbligatori sono contrassegnati *