Capitolo 539: Venerdì, 14 giugno 2013

Rocco la scorsa notte ha cantato, e tutti i Braccialetti sono in attesa di sapere se si sveglierà oppure no; nel frattempo, Leo e Cris sono sempre più vicini alla resa dei conti con i propri sentimenti, e anche se questo fa loro tanta paura, sembra che ormai sia inevitabile…

 

Venerdì, 14 giugno 2013

Non li riesco a guardare.

Vale e Cris.

Mi urtano il sistema nervoso.

Se ne stanno lì, a fare i piccioncini, come se nulla fosse.

Posso capire lui, ma come fa lei a fare finta di niente?!

Cioè: l’altro giorno ha detto che le piaccio tanto da farle quasi paura, poi che credeva mi dispiacesse che si fosse messa con Vale, e gli sguardi che ci siamo scambiati ieri sul furgone della lavanderia… non me li sono di certo sognato! Eppure se ne sta lì, appiccicata a lui, gli fa gli occhi dolci, gli prende la mano, gli sorride: è insopportabile!

Stiamo aspettando di avere notizie di Rocco, fuori dalla porta di Radiologia, ed io mi sono messo in disparte per non stare accanto a loro, ma non riesco comunque a non guardarli, e pare che anche lei non riesca a non guardarmi, perché di tanto in tanto distoglie lo sguardo dal suo ragazzo e guarda me. Ma che cazzo vuole, adesso? Provocarmi?

Dopo un po’ mi raggiunge anche Toni, che dev’essersi stancato anche lui delle smancerie di quei due là. “Leader…” mi dice toccandomi una spalla.

“Mh?” gli chiedo io, un po’ scocciato perché avrei preferito restarmene da solo.

“Hai notato che… da quando Vale ha deciso di non andarsene, quei due sono ancora più ci-ci-ci-ci-ci, eh?!”

“Sì, ho visto” gli rispondo con tono secco, mentre li guardo.

“A te piaceva Cris, vero?”

Cosa?!” esclamo sgranando gli occhi. “No! Ma che dici?!”

“E mi sa che pure tu piacevi a lei!” ride Toni, mentre Cris mi guarda di nuovo. Spero che non stia ascoltando il discorso di Toni!

“Ma che ne sai tu?” gli chiedo io a bassa voce.

E lui alza le mani: “A me sembrava di sì!”

“Ha parlato il grande esperto!”

“Oh! Lo diceva pure Davide, eh?!”

“E si sbagliava pure lui! A me, Cris… non è mai piaciuta” dico sfregandomi un occhio.

“Hai notato che guarda sempre te quando fa ci-ci-ci-ci-ci?”

“Ma si può sapere che cazzo è ‘sto ci-ci-ci-ci-ci?!” gli chiedo io alzando la voce.

Ci-ci-ci-ci-ci…” mi risponde lui, come se fosse la cosa più chiara del mondo.

 

Finalmente la porta di Radiologia si apre ed esce Sara, la mia Bella Radiologa; speravo che avesse buone notizie per noi, e invece niente di nuovo: “Ragazzi, abbiamo appena cominciato, è inutile che state qui, la cosa andrà un po’ per le lunghe… quindi… vi avvisiamo noi quando abbiamo finito, ok?”.

No, non è ok! Nessuno di noi è intenzionato ad andarsene, e Toni ribadisce pure che Rocco lo sa che siamo qui; ecco, ci manca solo che si faccia internare in psichiatria, e poi siamo a posto!

“Ma se cantava vuol dire che si sveglierà, no?” le chiede Vale, ma Sara non risponde.

“Sara… puoi venire?” la chiama il dottor Mazzotta affacciandosi alla porta.

“Sì, eccomi…”

“Voi tornate nelle vostre stanze” ci dice Mazzotta. “Vi avvisiamo noi quando esce, ok?”

“Però non ha risposto alla domanda di Vale!” esclama Cris fermando Sara. “Certe volte, anche se hanno parlato, se hanno cantato… può essere che non… si risveglino?”

“A volte sì. E a volte no” risponde lei prima di andarsene.

 

“Questi non vogliono spiegarci niente” dico io, innervosito e immagonato. “Io resto qui.”

“Avevi promesso che mi avresti accompagnato!” protesta Toni.

“Sì, lo so” sospiro io. “Ma… non mi fido. Io resto qui.”

“E allora mi accompagni tu, Vale?” gli chiede Toni. “Perché mio nonno sta tornando dal tribunale. Vieni?”.

Vale guarda Cris, per accertarsi che le vada bene: figuriamoci se quello là fa qualcosa senza il suo permesso! Cris annuisce, e così Vale e Toni se ne vanno, lasciandoci da soli; e lei continua a guardarmi, porca miseria! Me ne accorgo con la coda dell’occhio, ma faccio finta di niente e continuo a guardare dritto davanti a me, finché Sara non apre di nuovo la porta: “Ragazzi! Ci serve un favore per Rocco! Abbiamo bisogno che andate a prendere una musica per lui: il cd che gli ha regalato Davide…”; io e Cris ci lanciamo un breve sguardo d’intesa e ci precipitiamo nella stanza di Rocco, mettendoci a cercare freneticamente nei cassetti del suo comodino.

“Eccolo!” esclama lei porgendomi il cd.

“Andiamo!”; io comincio a spingere la carrozzella più veloce che posso, girandomi di tanto in tanto per vedere se lei è ancora dietro di me. “Trovato!” annuncio spalancando la porta di Radiologia.

“Dai a me” mi dice Sara. “Ragazzi, non potete stare qui!”; ma noi non la ascoltiamo e ci avviciniamo ai monitor, fregandocene dei suoi richiami.

“Lascia” interviene la Lisandri sollevando una mano. “Lascia”.

Io e Cris ci fermiamo a guardare Rocco e Piera, attraverso il vetro, e quando lei si accorge di noi accenna un sorriso e un saluto con la mano; io ricambio il saluto, sollevando appena la mano, mentre fisso i monitor cercando inutilmente di capirci qualcosa.

“Dai a me, Leo” mi sollecita Sara riferendosi al cd.

“Faccio io!” ribatto deciso, cercando lo sguardo della Lisandri, che annuisce silenziosamente; metto il cd nel computer, mentre Cris mi guarda, piena di aspettative, chinata vicino a me, con la testa quasi sulla mia spalla. E lo so che fino a poco fa ero incazzato con lei, e lo so che questo non è il momento più adatto per certi pensieri, ma ad avercela così vicina, vado completamente ai matti.

Poi Ogni volta comincia a diffondersi nella stanza, e anche in sala tac: la Lisandri e gli altri dottori non sembrano molto convinti che possa funzionare, al contrario di Piera che sorride fiduciosa. Io e Cris ci lanciamo uno sguardo, uno dei nostri, uno di quelli che non ha bisogno di parole; è uno sguardo carico di ansia e speranza, ma anche di tutti i ricordi che questa canzone rievoca.

Questa canzone ci farà sempre pensare a Davide.

Sempre.

Ovunque saremo.

Anche quando saranno trascorsi molti anni.

Anche quando avremo dimenticato i dettagli del suo viso o la sua risata.

Questa canzone ci riporterà sempre a lui.

Sempre.

Questa canzone appartiene a Davide.

Questa canzone è Davide.

“Canta amore, mio, ti prego…” supplica Piera. “Canta…, canta per me”.

E Rocco muove le labbra.

“Canta, dottoressa!” esclama Piera entusiasta. “Canta!”.

Cris sorride felice e mi appoggia una mano sulla spalla; io mi avvicino di più a lei, sorridendo incredulo, ma c’è qualcosa che non torna: nessuno dei medici sta sorridendo; continuano a guardare i monitor con sguardo molto serio, e non sorridono.

“Non lo sentite?!” domanda Piera. “Dottoressa! Canta! Amore… hai cantato!”

“Dottoressa, guardi qui” dice il dottor Mazzotta alla Lisandri, indicando un punto preciso del monitor.

“Sì, sto vedendo.”

“Ma che cos’è?” domando io avvicinandomi.

“Ragazzi, dovete andare adesso, eh?” ci dice la Lisandri, poggiandomi una mano sulla gamba e ignorando la mia domanda.

“Ma si può sapere che succede?!” provo ad insistere io.

“Succede che… dobbiamo lavorare” mi risponde Sara.

“Forza, Leo!” mi incita la Lisandri. “Dai, Cris! Fuori!”.

E a noi non resta che andarcene.

 

“Secondo te ha cantato?” mi domanda Cris, mentre prova a sbirciare dal vetro cosa sta succedendo in sala tac.

“Mah… non lo so!”

“Ma cosa gli starà succedendo?”

“Ma tanto qui non ci dicono niente! Lo so io chi ci può aiutare!”

“Chi?” mi chiede lei voltandosi verso di me.

“Il dottor Alfredi. Lui qui dentro è l’unico che dice sempre la verità.”

“E allora andiamoci, no?”

“Sì… però… ci dobbiamo procurare la cartella clinica di Rocco” le dico a bassa voce mentre ci avviamo.

“Leo, mica starai pensando di…?”

Io?!” esclamo con tono ironico: “No!”

“Ma tu sei matto!”

“Beh… se non ti va…”

“Certo che mi va! Dai, andiamo!”.

 

Nell’ufficio di Radiologia ci sono Ester, Benedetta e una dottoressa che conosco di vista ma con cui non ho mai avuto a che fare, ed io e Cris decidiamo di nasconderci in una reception vuota, ad aspettare che se ne vadano.

“Vieni…” bisbiglio io, dopo essere sceso dalla carrozzella ed essermi rintanato sotto alla scrivania, e lei mi aggiunge subito; ci ritroviamo così seduti vicini, spalla contro spalla, e devo dire che questa situazione venutasi a creare non mi dispiace per niente; non posso fare a meno di sorridere e di rivolgerle uno di quegli sguardi, quelli che lo so che la fanno andare in agitazione, e che lei non riesce mai a tollerare a lungo; e anche stavolta è evidente che l’ho messa a disagio: preferisce guardare davanti a sé e chiudersi, rannicchiando le gambe e abbracciandole. “Ti ricordi l’altra volta che ci siamo nascosti?” le domando con un tono di voce che non fa che accrescere il suo disagio.

“Certo che mi ricordo” si affretta a rispondere lei.

“Io cos’ho fatto? Ci ho provato?”

“No caro, altrimenti ti avrei staccato un braccio!”

“Ah! Brava, brava!” rido io. “Staccavi un braccio a uno che già non ha una gamba… tu non sei una donna, sei una strega!”

“Shhh, piano…” sussurra lei sorridendo, dato che ho alzato il tono della voce senza accorgermene, rischiando così di farci beccare.

“Aspetta…” le bisbiglio uscendo da sotto alla scrivania per andare a sbirciare fuori dalla porta, spostandomi per terra facendo forza sulle braccia.

“Attento!”

“Eccole! Se ne vanno finalmente!” esclamo tornando accanto a lei, ma in quel momento comincia a squillare il telefono della reception. Oh cazzo! Se qualcuno entra per rispondere siamo spacciati! Per fortuna Ester pensa bene di non entrare, ma di rispondere sporgendosi dall’apertura che dà sul corridoio.

“Sì? Leo?! No, no no, Leo non l’ho visto!” dice mentre noi dobbiamo trattenerci per non scoppiare a ridere. “Sì, sì, sono ancora qui… te la porto io, ok, ciao ciao!”.

Ester allunga la mano sotto alla scrivania, cercando a tentoni la cassettiera, e per poco non ci tocca, facendoci sussultare e indietreggiare più che possiamo, e facendoci ritrovare così ancora più vicini. Cris si tappa la bocca con la mano perché non riesce più a trattenersi dal ridere, mentre io spingo piano con la mano i fogli e le buste che sono sulla cassettiera, per fare in modo che Ester riesca a prenderli; per nostra fortuna, lei trova quello che le serve e noi possiamo tirare un sospiro di sollievo.

 

La via è finalmente libera, e noi possiamo uscire dal nostro nascondiglio.

“Dobbiamo cercare nel computer di Radiologia” spiego a Cris, mentre torno a sedermi sulla carrozzella.

“Ok, ci penso io!”

“Perché scusa?! Io sono scemo?!”

“No, però io sono una freccia al computer.”

“Anch’io sono una freccia!”

“Ooh!” sbuffa lei. “Possibile che per te è tutto una gara?!”

“Dai, vai!” cedo io. “Io faccio la guardia” le dico piazzandomi in mezzo al corridoio, mentre lei entra nell’ufficio e va a sedersi davanti al pc; io mi muovo nervosamente avanti e indietro lungo il corridoio, e il tempo sembra non passare mai. “A che punto sei?” le domando poco dopo, avvicinandomi alla porta.

“Eh… aspetta!”.

Torno in corridoio, ma dopo meno di un minuto non resisto e mi riavvicino, impaziente: “Trovato qualcosa?”

“No, ancora no, ma…”

“Ma cosa?”

“E sta’ un po’ zitto che mi deconcentri!”

“Sì, sbrigati però!”.

Passano altri secondi, e finalmente Cris riesce a trovare quello che ci serve. “Trovato! Trovato, Leo!” esulta a bassa voce, mentre io la raggiungo. “C’è tutto! Ci sono anche gli esami che ha fatto ora!”

“Sei un genio!” esclamo con un sorriso raggiante, sporgendomi verso di lei con slancio per abbracciarla.

Ed è in questo momento che accade.

Ci baciamo.

Credo che nessuno di noi due saprebbe spiegare la dinamica di questo bacio, o chi di noi abbia preso l’iniziativa: ci stavamo per abbracciare, e improvvisamente ci siamo ritrovati stretti l’uno all’altra, labbra contro labbra, senza sapere né come né perché; a dire il vero, forse perché lo sappiamo benissimo, anche se non lo vogliamo ammettere; non è un bacio vero, non fa in tempo a diventarlo perché lei si stacca, anche se io non voglio lasciarla andare e ho ancora una mano sulla sua schiena; ci guardiamo per un momento, straniti, quasi increduli, un po’ colpevoli.

“Ah… scusa…” mi dice lei abbassando lo sguardo.

“Eh… scusa tu” rispondo io allontanandomi a malincuore. “Non volevo.”

“No…, non volevo neanch’io”.

Non sappiamo più cosa dirci. Cris, a disagio, fissa in silenzio lo schermo del computer, io invece non riesco a toglierle gli occhi di dosso, per poi distogliere lo sguardo, facendo finta di niente, quando lei si volta verso di me.

“Passami quella chiavetta, dai!” mi dice lei, interrompendo così il silenzio imbarazzante che si è venuto a creare; io gliela porgo e rimango a osservarla mentre copia tutti i dati di Rocco.

“Sai, ogni tanto mi viene un dubbio…” comincio a dirle con un sorrisetto malizioso.

“Cosa?”

“No, è che mi fai pensare a una che ho visto in un film…, che all’inizio è tutta bella, dolce…, splendida…” le racconto, facendola sorridere. “E poi si scopre che sta nei servizi segreti, ed è una che spacca il culo ai passeri!” esclamo ridendo, mentre lei mi lancia uno sguardo gelido.

“Certo che sei proprio romantico, tu!” dice prendendo la chiavetta. “Dai, andiamo…!”.

 

“Come va con Vale?” domando a Cris con tono incerto, mentre usciamo dall’ufficio di Radiologia.

L’ho colta alla sprovvista, e si vede che non sa bene cosa rispondermi, perché ribatte con un’altra domanda: “Perché me lo chiedi?”

“No… così…” le rispondo con noncuranza avviandomi verso l’ascensore.

“C’è… qualcosa in particolare che vuoi sapere?”

“No…! È solo per sapere… così! Che c’è di strano?”

“Ti interessa la nostra storia?”

“Sì” rispondo io stringendomi nelle spalle. “Siete miei amici!”.

Lei si ferma di colpo, e sembra parecchio infastidita: “Ho capito, però…!” esclama indicando con la mano l’ufficio dove ci siamo baciati pochi minuti fa, ma io continuo a far finta di niente. “Vabbè, io ti giuro che delle volte mi fai veramente venire i nervi!” sbotta esasperata, accelerando il passo fino ad arrivare all’ascensore, per poi premerne nervosamente il tasto di chiamata.

“Ma perché?!” le domando raggiungendola.

“Perché sembra che fai finta di essere interessato quando in realtà non te ne frega niente!” risponde lei incrociando le braccia e appoggiandosi alla parete dell’ascensore, mentre aspetta che arrivi.

Ok, ho tirato troppo la corda, per l’ennesima volta. Abbasso lo sguardo, e anche il tono della voce: “Avevo solo chiesto…”

“Sì! Io e Vale stiamo molto bene!” sbuffa Cris, guardandomi per un momento, e poi distoglie subito lo sguardo, mentre io la guardo senza dire niente. “Domanda stupida!” borbotta tra sé e sé. “Per caso c’entra qualcosa il bacio che ci siamo dati prima?” mi chiede voltandosi verso di me.

“No, assolutamente!” mi affretto a rispondere io, quasi ridendo. “E poi quello… non è stato un bacio. Cioè, dico… non era un bacio vero…!”

“E infatti! Mica era un bacio vero!” ribadisce lei infastidita, affrettandosi ad entrare nell’ascensore che si è appena aperto.

 

Leo segue Cris dentro all’ascensore, mentre si rende conto di aver perso l’ennesima occasione per evitare di dire la cosa sbagliata: lei sembra davvero arrabbiata e se ne sta appoggiata contro la parete, evitando volutamente di parlare con lui o anche solo di guardarlo.

“Ah…!” si lamenta Leo sfregandosi un occhio, e Cris non riesce a rimanere indifferente.

“Che hai?”

“Non lo so… però da quest’occhio non vedo più niente…”

“Eh… esagerato, mò!”

“Però mi fa male…” si lamenta ancora lui, continuando a sfregarselo. “Prova a vedere… è rosso?”.

Lei, un po’ riluttante, si china verso di lui per guardare; “No, non c’è niente qui…” fa appena in tempo a dire, indugiando con la mano sul suo viso, prima che Leo annulli la breve distanza che li divide e la baci sulle labbra; si staccano dopo pochi secondi, rimanendo in silenzio a guardarsi, per un tempo che sembra loro interminabile; lo sguardo di Leo è così incredibilmente intenso che Cris ne rimane come ipnotizzata, ancora china vicina a lui, incapace di muoversi; lui si avvicina di nuovo per baciarla, afferrandole il viso con la mano per non lasciarla scappare via, proprio come quella volta in sala chemio, delicato e prepotente al tempo stesso, come solo lui sa essere, e lei non può far altro che chiudere gli occhi e ricambiare il bacio, avvicinandosi più che può, poggiandogli una mano sul collo, mentre ogni remora, ogni preoccupazione, ogni ansia scompare, lasciandole la testa libera e leggera, e il corpo in balia di sensazioni mai provate prima.

“E questo?” domanda ancora incredula quando si allontanano.

“Questo era un bacio vero” risponde lui deglutendo, tenendole ancora la mano sul viso, come se non ci fosse bisogno di aggiungere nient’altro, come se quel bacio bastasse a se stesso, come se il terremoto emotivo che le ha provocato non avesse importanza; ma lei ha bisogno di sentirsi dire altro, ha bisogno di dare un nome a tutto quello che sta provando.

“Perché?”

“Non lo so…” sorride Leo.

“Come sarebbe a dire non lo so?!”

“Non lo so!” ripete lui mentre lei si alza. “L’ho fatto perché… mi è venuto di farlo! Non c’ho pensato, giuro” dice prendendole la mano. “Però… mi è piaciuto molto. E a te?” le domanda un po’ imbarazzato.

Cris annuisce, non staccando gli occhi dai suoi: “Sì, anche a me”.

Poi l’ascensore si apre ed è ora di uscire; Cris si incammina, giocando nervosamente con la tracolla della borsetta, seguita da Leo che si muove lento, forse troppo, come a voler tenere la debita distanza di sicurezza, come se fuori da quell’ascensore il mondo li avesse afferrati un’altra volta, e tutto apparisse loro molto meno semplice di come sembrava fino a pochi attimi fa.

 

“Salve” ci saluta il dottor Alfredi, sorridendo sorpreso, quando entriamo nel suo studio. “È da un po’ che non ci vediamo!”

“Ieri… non è venuto neanche al funerale di Davide” gli dico lasciando trasparire la mia delusione.

“Non vado mai ai funerali. Ero qui a lavorare… e a cercare di capire perché l’intervento è andato male. È l’unica cosa che so fare!”

“Cosa?” gli domando io perplesso.

“Cercare di capire…”

“E infatti noi siamo qui proprio per questo” interviene Cris sedendosi. “C’è… un nostro amico che… è in coma da un anno e…”

“Ma chi, Rocco?!”

“Sì!” esclama lei. “E lui ieri sera, così… all’improvviso… ha iniziato a parlare…, ha detto delle parole… e… solo che il problema è che nessuno ci dice niente.”

“Secondo me non capiscono niente” aggiungo io, tirando fuori dalla tasca del pigiama la chiavetta. “Tenga, le ho portato questa: qui ci sono tutti gli esami di Rocco, dal primo all’ultimo”.

Il dottor Alfredi sorride, un po’ stupito ma non troppo, del resto ormai mi conosce bene: “Questa dove l’hai presa?”

“Glielo dico se lei mi dice che cosa ci capisce: verità… per verità”.

Lui sospira, mette da parte ciò che stava leggendo e si alza dalla poltrona: “Da’ qua!” esclama prendendo la chiavetta; va a sedersi alla scrivania e inserisce la chiavetta nel computer, io intanto mi sistemo con la carrozzella di fronte a lui e cerco lo sguardo di Cris, che è seduta accanto a me, ma lei stavolta non lo coglie, intenta ad osservare Alfredi, o forse sta evitando volutamente di guardarmi. “Il caso di Rocco è un caso molto complesso. Sicuramente c’è stato… uno sbalzo di pressione…” ci spiega Alfredi, mentre stavolta è Cris a voltarsi verso di me, che sentendomi osservato mi giro verso di lei e la guardo negli occhi. “E la pressione eccessiva…” continua lui, esaminando le immagini sullo schermo, “Non è mai un fatto positivo. Avete fatto bene, comunque, a venire da me. Questa la tengo io” dice estraendo la chiavetta ed alzandosi. “Voi… restate qui.”

“Scusi, ma che fa?!” gli domando io alzando la voce, vedendolo andare verso la porta.

“Vado a parlare con la Lisandri!” annuncia lui uscendo e richiudendo la porta.

“Questo è matto…” dice Cris, prima di realizzare che adesso siamo di nuovo soli. “Vabbè, dai, andiamo…”.

No, non voglio che ce ne andiamo… si sta così bene qui, lontani da tutti, ed io ho una voglia matta di baciarla ancora.

“No, aspetta!” le dico prendendole la mano. “Non è tanto male qua…, no?”. Lei rimane immobile, mentre io le accarezzo i capelli e mi avvicino: “Restiamo un altro po’…”

“Meglio di no” risponde lei scuotendo leggermente la testa, ed io annuisco e allontano la mano, lasciandola andare a malincuore, e rimanendo qui come un cretino, con il braccio ancora appoggiato alla sedia dove c’era lei fino a pochi secondi fa.

Rimango fermo qui, davanti alla scrivania del dottor Alfredi, mentre Cris se ne va, ad aspettare nemmeno io so cosa, e inizio a curiosare: prendo in mano la pipa, poi osservo la foto di una donna, probabilmente la moglie, e mi viene da sorridere; mi allontano dalla scrivania, continuo a guardarmi intorno, e noto sulla poltrona che ciò che Alfredi stava leggendo non è un libro, come mi era parso all’inizio, ma un diario, e non resisto alla tentazione di leggerlo: “Il piccolo Davide, dopo aver lottato con tutte le sue forze, se n’è andato. Sì, non l’ha sfangata. Davide è ancora qui davanti a me, con i suoi occhi sinceri che vogliono sapere la verità. Dopo aver toccato tante volte con mano la labilità della vita, non riesco ancora ad accettare la morte con la serenità che merita e, dopo tanti anni, davanti alla morte di un ragazzo, ancora mi scopro vulnerabile e ho pianto”.

Chiudo il diario, con gli occhi lucidi, capendo perfettamente quello che prova Alfredi: nonostante io abbia conosciuto la perdita, nel modo peggiore che mi potesse capitare, davanti alla morte mi sento ancora così impreparato, così vulnerabile.

 

Cris se ne sta a guardare l’orizzonte in lontananza, affacciata a uno dei balconi che danno sul mare.

Ha gli occhi colmi di lacrime pronte a sgorgare e non sa nemmeno spiegarsi il perché.

O forse, la verità è che i perché sono talmente tanti che è difficile capire dove finisca uno e cominci l’altro: è difficile riconoscerli, accettarli, e chiamarli per nome, ma contro il suo stesso volere, i nomi di quei perché le affiorano chiari nella mente.

Mamma e papà.

Mamma e papà freddi, distaccati, lontani anni luce. Mamma e papà da sempre convinti di sapere quale sia il meglio per lei. Mamma e papà così occupati a figurarsi l’immagine di lei che più loro aggrada, da non averla mai veramente vista.

Davide.

Davide che non c’è più. Davide che è morto senza aver mai dato un bacio, perché lei gliel’ha negato. Davide che se ne è andato in punta di piedi, senza avvisare, senza voler disturbare, così in contrasto con il suo vivere chiassoso.

Rocco.

Rocco che vive sospeso chissà dove. Rocco che ha cantato insieme a loro, illudendoli che fosse una cosa buona. Rocco che forse si sveglierà, ma forse no, perché le cose non sempre vanno come dovrebbero andare.

Leo.

Leo che le ha dato un bacio vero. Leo che continua a scombussolarla, semplicemente esistendo. Leo che vorrebbe baciarla ancora. Leo che lei vorrebbe baciare ancora. Leo che le fa provare tutte le emozioni possibili, tutte insieme: rabbia, gioia, tristezza, paura. Leo che la fa sentire viva.

Vale.

Vale che la guarda con gli occhi sinceri e pieni di affetto. Vale che l’ha capita fin da subito e che le è sempre stato vicino. Vale che è dolce, premuroso, gentile, e che lei ha tradito senza pensarci due volte.

 

Sono seduto vicino al letto di Rocco, ma stavolta non mi viene niente da dirgli e mi limito a stargli vicino tenendolo per mano, con un’immensa voglia di piangere; gli ultimi giorni sono stati così densi di emozioni e di avvenimenti che me ne sento sopraffatto: la festa a sorpresa per il mio compleanno, mio padre, il regalo della mamma, la morte di Davide, il funerale, Rocco che ha cantato, questa estenuante attesa per sapere se si sveglierà, e poche ore fa il bacio con Cris.

Cris che arriva, insieme a Toni e Vale; e silenziosamente tutti e tre si siedono anche loro intorno al letto di Rocco. Il silenzio, interrotto solo dal bip frequente e costante dell’elettrocardiografo, sovrasta tutto: è come se nessuno di noi sapesse che dire, o forse è come se sapessimo che tanto Rocco in questo momento non ci sentirebbe.

Cris si è seduta proprio in mezzo a me e Vale: perfetto direi! Sembra proprio che voglia sottolineare la situazione del cazzo in cui ci troviamo. E sembra così serena! Come se non fosse successo niente! Io invece faccio fatica a guardare Vale in faccia: non mi sono comportato come un buon amico, baciando Cris, lo so benissimo; e poco importa che io, Cris l’abbia vista “per primo”, poco importa che mi piaccia dall’esatto istante in cui l’ho vista seduta a quel banco, poco importa che in sala chemio ci siamo baciati, prima ancora che lei si mettesse con Vale; quello che importa è che io me la sono fatta scappare, che lei e Vale adesso stanno insieme, e che baciandola ho tradito la sua amicizia.

E vorrei essermene pentito, davvero lo vorrei.

Vorrei giurare a me stesso che non capiterà mai più.

Ma la verità è che quel bacio mi è piaciuto da impazzire e che vorrei ricapitasse ora, subito.

La verità è che adesso Cris è seduta troppo vicina a me, e già solo questo mi manda ai matti.

La verità è che devo lottare con tutte le mie forze contro l’istinto di afferrare la sua mano, che è così vicina alla mia e stringergliela forte.

 

“Buonasera…” dice Toni, ed io alzo lo sguardo e vedo che è entrata Piera.

“Allora, cosa dicono i medici?” le domando mentre si siede sul letto di Davide; ma lei non risponde e rimane in silenzio per qualche secondo, mentre tutti attendiamo una risposta.

“Toni…” è quello che dice Piera quando finalmente parla. “Tu lo puoi sentire, Rocco?”.

Toni prende fiato prima di rispondere: “Qualche volta… mi sembra di sì.”

“Ti sembra o lo senti veramente?”

“Non lo so…” sospira lui. “Io… lo sento… credo di sì.”

“Dimmi: adesso lo senti?”

“No” ammette lui scuotendo la testa. “Però ci posso riprovare” aggiunge subito, vedendo Piera sull’orlo del pianto. Lei annuisce silenziosamente mentre lui prova a comunicare con Rocco: “Rocco… Rocco! Rocco… mi senti? Rocco… Rocco! Rocco! Rocco! Rocco!”. Ma il suo richiamo, sempre più accorato e forte, risulta comunque inutile: ovunque si trovi Rocco in questo momento, Toni non riesce a raggiungerlo. “No… Non riesco proprio a sentirlo” dice rassegnato rivolto a Piera, che ormai trema vistosamente nello sforzo di trattenere le lacrime. “Non ci riesco. E finora mi rispondeva sempre”.

Io stringo la piccola mano di Rocco in mezzo alle mie, accarezzandola piano coi pollici.

Spero che lui possa avvertirlo.

E spero tanto che questa cazzo di vita, che nonostante tutto io continuo ad amare, non si porti via anche lui.

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3 commenti su “Capitolo 539: Venerdì, 14 giugno 2013

  1. Mi fa riflettere la velocità con cui Leo abbia sostituito i suoi vecchi amici con i nuovi e poi capisco subito il perché della frase ” le perdite possono essere delle conquiste”, diceva così? Quelli rappresentavano l’amicizia nella routine di una vita normale ed è vero sì che sono stati allontanati da lui a causa della malattia, ma è pur vero che glielo hanno lasciato fare senza opporre tante resistenze perché è stato il modo più semplice per far fronte ad un legame che avrebbe dovuto rivedere i suoi schemi e, loro, in quanto ragazzi sani e senza problemi, hanno trovato più comodo continuare la loro vita facile e senza ostacoli. Questi, invece, “hanno attraversato il territorio della paura”, come qualcuno di loro stessi ha detto, per cui vivono l’amicizia in modo più intenso.

  2. Io penso che nessuna delle persone che abbiamo amato venga mai sostituita: si impara a fare senza e si va avanti, concedendosi di amarne delle nuove ❤️. Almeno questo è quello che succede a me, e di conseguenza al “mio” Leo.

    In ospedale corre tutto più veloce, tutto è più intenso e amplificato da quel “territorio della paura” che hai detto tu, e quando arrivano i Braccialetti, Leo è assetato d’amore: non poteva che andare così!

    1. Sì è vero che nella vita si può amare più volte però io penso che non ci fosse proprio paragone tra l’ amore adolescenziale fatto più di scoperta che altro e l’ amore invece maturo tre lui e Cris
      Non sono confrontabili secondo me

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