Capitolo 2826: Giovedì, 27 dicembre 2018

Leo è felice e sereno, con Cris e la loro bellissima famiglia, ma tanto per cambiare non può non prendersi a cuore i problemi degli altri e cercare in qualche modo di dar loro una mano.

Questo è un capitolo molto variegato, composto da tante emozioni diverse, e che qua e là lascia spazio anche a qualche interpretazione personale.  Sono molto curiosa di capire cosa ne penserete!

 

Giovedì, 27 dicembre 2018

“Nic, ti presento Gemma”.

Lui mi guarda e poi si guarda intorno senza dire niente, restando fermo sulla soglia della stanza.

“La tua cuginetta” gli dice Asia alzandosi dal letto e avvicinandosi a lui con la bambina in braccio.

Nic la guarda con aria poco convinta, si guarda ancora intorno, e poi si gira di nuovo verso di me. “Ma è una femmina!” urla quasi scandalizzato.

Gemma indossa una tutina verde chiaro, ma la stanza è praticamente invasa da palloncini e fiocchi rosa.

“Sì, te lo avevo detto, no?” gli dico io scompigliandogli i capelli.

“Ma io pensavo che era uno scherzo!”

“Eh no Nic, non era uno scherzo”.

Lui la guarda disgustato, piegando le labbra di lato. “Un’altra che vorrà fare Elsa!” sbuffa allargando le braccia e lasciandole ricadere, mentre Asia ride e mi fa segno per dirmi che è uguale a me.

“Identico” aggiunge col labiale, e poi va a sedersi sul letto. “Dai, vieni qui” dice a Nic che è ancora fermo davanti alla porta.

Lui la guarda male ma poi si stringe nelle spalle. “Ok…”

“La vuoi tenere?” gli propone Asia con un sorriso dolce, quando lui le si siede accanto.

“No”.

A me scappa da ridere, ma se penso a cosa succederà quando gli diremo che avrà una sorella femmina, rido un po’ meno.

“Ma perché una femmina?!” protesta ancora Nic, corrucciato. “Non potevi fare un maschio? Guarda come sono bello io!”.

E stavolta rido sul serio, di gusto, mentre Asia mi fa di nuovo segno per dire che è come me.

“Non si può decidere se avere un bambino maschio o femmina” gli spiega Asia, ma lui continua a non essere convinto.

“E non si può cambiare?”

“No, non si può cambiare.”

“Ma forse pensate che è femmina, ma poi gli cresce il grillo!” esclama illuminandosi. “Eh?!”.

Io scoppio di nuovo a ridere e mi copro gli occhi con una mano. Anche Asia ride, e Nic si arrabbia.

“Uffa! Perché ridete?! Forse gli deve ancora spuntare!”

“No, Nic, se è femmina resta femmina” gli dico sedendomi accanto a lui. “Il grillo cresce prima che i bambini nascono…, quando sono ancora nella pancia della mamma.”

“Uffaaa!”

“Ti si sente da là in fondo!” esclama Cris che è arrivata adesso perché si era fermata in bagno, e Nic si alza di scatto dal letto per correrle incontro. “Perché sei arrabbiato?” gli chiede accarezzandogli i capelli, mentre lui le abbraccia le gambe.

“Eh…, indovina perché…!” le rispondo io alzando gli occhi al cielo.

“La zia Asia ha fatto una femmina!” dice lui con la voce che gli esce soffocata perché ha la faccia nascosta contro Cris.

“Ma è una cosa bellissima, amore. Guarda com’è bella…”. Cris non aveva ancora visto Gemma, e adesso la sta guardando con gli occhi che brillano, poi sposta delicatamente Nic, lo prende per mano, e si avvicina ad Asia. “È meravigliosa” dice sedendosi sul letto e abbracciandola, mentre io mi alzo per farle posto.

“Eh beh! Assomiglia allo zio!” esclamo indicandomi il petto con entrambe le mani. “Modestamente…”.

Entrambe mi guardano male, poi Asia mette Gemma in braccio a Cris, e Nic, gelosissimo, sale immediatamente sul letto anche lui.

“Sono più bello io” dice addossandosi a Cris. “Mamma! Anche io sono bello!”

“Certo amore, anche tu sei bellissimo” risponde lei sorridendogli e circondandolo con l’altro braccio, e io penso che non ho mai visto niente di più bello: Nic e Cris insieme, con lei che tiene tra le braccia un neonato.

E tra qualche mese al posto di Gemma ci sarà la Gamberetta, la nostra Gamberetta. E anche se di sicuro Nic si incazzerà a morte quando saprà che nella pancia della sua mamma c’è una femmina, sono convinto che quando nascerà non potrà che innamorarsene perdutamente.

 

“Ma non ti fa male?” chiede Nic ad Asia, guardandola attentamente mentre allatta Gemma.

“No” gli risponde lei sorridendo.

Sorrido anch’io, perché mi ricordo che avevo fatto la stessa domanda a Cris quando l’avevo vista allattare lui.

“Ma ha proprio tanta fame!” esclama ridendo e battendo le mani. È già un po’ che siamo qui, e sta cominciando a guardarla con meno diffidenza. “Anch’io ho tanta fame!” dice poi girandosi verso Cris.

“La mamma non ce l’ha mica il latte, eh?!” gli dico io ridendo, e lui mi lancia un’occhiataccia.

“Ma io non sono mica un bimbo piccolo! Io mangio il cibo vero!”

“Ma se non riesci a stare mezza giornata senza latte! L’altra mattina sono dovuto uscire apposta per comprartelo!”

“Sì, ma il latte dei grandi! Non quello lì!” ribatte lui indicando Asia. “Comunque adesso ho davvero taaanta fame!”

“Vuoi che andiamo al bar a prendere qualcosa?” gli domanda Cris.

“Sììì!”

“Io voglio passare da Jack…” dico piegando le labbra di lato. “Domani lo operano”.

E proprio oggi sono esattamente sei anni dalla mia operazione.

A volte sembra ieri, altre volte una vita fa.

“Ma io voglio andare al bar!” protesta Nic. “No da Jack!”

“Tranquillo, io vado da Jack e tu vai al bar con la mamma. Ok?”

“Prima però andiamo a fare la pipì” dice Cris alzandosi.

“Ma io non ho la pipì!” si lamenta lui.

“Ma io sì!” ribatte Cris.

“Ancoraaa?! Uffa mami! Ma sei diventata una pisciona!”

“Non parlare così alla mamma!” lo rimprovero io, anche se in effetti in questi giorni fa la pipì di continuo, grazie alla Gamberetta che inizia ad occupare sempre più spazio.

“Ma se tu mi chiami sempre Piscione!” esclama Nic allargando le braccia. “Mica è una brutta parola!”.

E Cris mi guarda annuendo per dargli ragione.

“Ok…” sospiro io. “Nessuno chiamerà più nessuno Piscione. D’accordo?”

“D’accordo!” esclama lui battendomi il cinque.

Però mi mancherà davvero chiamarlo così.

 

Jack, com’era prevedibile, è di umore nero. Più nero della sua maglietta dei Metallica, che ormai è scolorita a forza di lavarla.

“Sto seriamente pensando di darmi alla fuga” mi dice guardando fuori dalla finestra.

“Sì, ottima idea” gli rispondo io annuendo e sedendomi sul letto di Edo. “E poi?”

“E poi niente. Aspetto di morire.”

“Ah, gran bel piano! Davvero!”

“Ma se anche tu ci hai pensato!” esclama lui girandosi verso di me. “E più di una volta. Anzi, per due volte te ne sei proprio andato!”

“Ma poi sono tornato. Almeno tu risparmiati questa figura di merda, no?”

“E chi te lo dice che io tornerei?! Magari non torno e muoio davvero.”

“Lo dico io.”

“Ah certo! Perché tu sai tutto! E perché la vita è una gran figata e bisogna essere felici di viverla, pure con un fottuto cancro e senza una gamba!”

“Esatto! Proprio così!”. Lui mi rivolge uno sguardo truce e poi guarda di nuovo fuori. “Senti, perché non la fai la festa?! Dai!”

“Perché non c’è proprio un cazzo da festeggiare!”

“Ok… Forse proprio festeggiare… no. Però è un momento importante della tua vita…, ed è giusto celebrarlo.”

“E cos’è che dovrei celebrare?!” urla guardandomi. “Il fatto che da domani sarò un handicappato?!”

“Eccheppalle quando fai così!”

“Io non faccio così. Io sono così.”

“Ah, in pratica ti stai dando da solo del tritapalle…! Ok.”

Io non sono te! Va bene?! Buon per te se hai voluto celebrare questa cazzo di cosa! Io non ne vedo proprio il senso!”

“Il senso lo capirai…, prima o poi. Intanto fallo e basta.”

“E tu che senso ci hai trovato?! Sentiamo!”

“Beh…, intanto… che non sono morto. E già questo mi pare abbastanza, no?!”

“Certo…” dice lui con tono ironico. “E adesso mi dirai anche che sei pure stato fortunato a perdere la gamba! E che sei pure felice che sia successo!”.

Io mi stringo nelle spalle e scuoto la testa. “Non potrei mai dirti che avere questa…” gli rispondo toccandomi la super gamba. “Al posto della mia vera gamba, sia una fortuna. Ti direi una bella cazzata.”

“E allora spiegami che cazzo dovrei celebrare, o peggio… festeggiare!”

“Una nuova fase della tua vita. Nel bene e nel male. Ho avuto anni di merda, lo sai. Eppure rivivrei tutto uguale, se fossi sicuro di riottenere quello che ho adesso. Te lo giuro”.

Senza il cancro non sarei quello che sono ora.

Probabilmente non avrei mai conosciuto Cris e tutte le altre persone importanti della mia vita. Non ci sarebbe Nic, e nemmeno la Gamberetta.

Non ci sarebbe stata Radio Watanka, e poi Radio Deejay.

Quindi… no, non posso certo dire che sia stata una fortuna avere il cancro e perdere la gamba, ma posso dire di essere immensamente fortunato per tutto quello che mi è successo durante e dopo, e che se non mi fossi ammalato, quasi sicuramente non avrei vissuto.

“Eddai! E falla ‘sta festa, e su!” gli dico alzandomi in piedi e battendo le mani. “Te la organizzo io. Vedrai, sarà una figata! Invito un sacco di ragazze! E verranno tutte quante!”

“Sì…, certo. Ma verranno per te, mica per me!”

“Vabbè, l’importante è che vengano, no? Poi le obbligo tutte a fare almeno un ballo con te!”

“Io odio ballare.”

“E allora vorrà dire che obbligherò te a fare almeno un ballo con ognuna di loro! Non si può non ballare alla propria festa d’addio alla gamba, eh?! Ti faccio pure da dj! Gratis! Meglio di così, scusa! Guarda che ti perdi un’occasione, eh?!”.

Lui ostenta ancora quella sua espressione incazzata col mondo, ma sotto sotto lo vedo che comincia ad averne voglia, così insisto ancora.

“I tuoi amici li chiami tu, o vuoi che ci penso io?”

“Ma la vuoi fare davvero?! E quando? Stasera?! E dici che la Lisandri te la lascia fare?!”.

Io scoppio a ridere e vado verso la porta. “Bella questa! Sei un comico nato, lo sai?! Vado subito a chiederle che locale possiamo usare, così mi regolo su quante persone invitare.”

“Aspetta, Leo!”

“Ah, non accetto più repliche, eh?! Ormai si fa e basta!”

“Niente musica pop”.

E io rido di nuovo. “Non si può fare una festa senza musica pop!”

“Ma mi fa cagare la musica pop!”

“Pop-rock: ultima offerta!” esclamo puntandogli l’indice contro, quando ormai sono sulla porta.

“Però metti anche la mia musica!”

“Ok… Qualcosa ci può stare… Tu però mettiti una maglietta normale, e possibilmente non nera.”

“E che cazzo, sembri mia madre adesso!”

“Ah no! Due piscioni mi bastano e avanzano, grazie! Quello metallaro non mi serve!”.

 

La festa sta riuscendo benissimo; ci sono pure un sacco di ragazze fighe, alcune chiamate da me e altre da Edo, e Jack ha ballato praticamente con tutte. Ha provato a starsene un po’ sulle sue, ma poi si è lasciato trascinare dall’atmosfera e dalla musica.

Cazzo quanto avevo ballato io, alla mia festa d’addio! Alla fine ero così stanco che quella notte mi ero addormentato subito, senza lasciarmi prendere dall’angoscia per ciò che sarebbe successo il giorno dopo.

“Posso fare un ballo con il dj?” mi chiede Cris abbracciandomi da dietro, e io giro subito la testa verso di lei per cercare le sue labbra, morbide e schiuse.

“Hai già ballato col festeggiato?” le domando mentre lei si mette accanto a me.

“Sì, due volte.”

“E com’è che non t’ho vista?”

“Perché eri alle prese con Toni che non so cosa ti stava dicendo!” esclama lei ridendo.

“Aaah! Sì…, stava cercando di convincermi a mettere Gigi D’Alessio!”.

Cris ride e mi accarezza i capelli sulla nuca. “Dai, vieni a ballare cinque minuti. Dopo vado a casa.”

“Di già?! Ma sono solo le nove e mezza!”

“È tardi per Nic, sta per crollare.”

“Possiamo metterlo a dormire nella stanza degli infermieri, così tu resti qui con me!” esclamo circondandole la vita con un braccio e tirandola verso di me.

“No, lo sai che poi si innervosisce, se gli interrompiamo il sonno.”

“Sì, ma il più delle volte non si sveglia manco con le cannonate! L’altro giorno era convinto di essersi teletrasportato da casa dei tuoi al suo letto!”

“Va bene… La verità è che sono io che sto crollando dal sonno!”

“Aaah! Brava, brava…! Praticamente usi tuo figlio per nascondere il fatto che sei diventata un ghiro!”

“Pisciona, ghiro… Certo che gli uomini della mia vita mi riempiono proprio di complimenti!”

“Gli uomini della tua vita ti amano da morire” le dico baciandola.

“E io li amo di più”.

Io le sorrido, scuotendo un po’ la testa. “Impossibile…” mormoro guardandola negli occhi, e poi la bacio di nuovo.

 

Io e Cris stiamo ancora ballando, quando si avvicina Rebby tutta in tiro: ha tra i capelli una molletta con gli strass, è truccata, indossa un vestitino molto corto, e ha persino i tacchi, abbastanza alti, e incredibilmente riesce pure ad avere una camminata disinvolta.

“Però!” esclamo io facendo un cenno con la testa. “È incredibile! Ti sei vestita da femmina!”

“Forse perché sono una femmina anch’io!” ribatte lei dandomi un colpo sul braccio. “Troglodita!”

“Stai molto bene” le dice Cris sorridendo.

“Grazie! Detto da un’altra femmina vale di più!”

“Sì, è vero, stai molto bene” dico io alzando gli occhi al cielo. “Non volevo fare lo stronzo, è che non ti ho mai vista vestita così!”

“Beh, questa è un’occasione speciale, no?”

“Sì, lo è…” annuisco io.

“Mi dai il permesso di fare un ballo col re della foresta?” chiede Rebby a Cris.

“Col re della pista, vorrai dire!” esclamo io ridendo.

“È tutto tuo” le risponde Cris. “Io vado a casa, che avevo sonno già venti minuti fa!”

“Vai a casa?!” le domanda Rebby alzando la voce. “Ma sei pazza?! Lo lasci qui da solo con tutte queste assatanate che non vedono l’ora di saltargli addosso?!”

“Tienilo d’occhio tu!” le dice Cris appoggiandole una mano sulla spalla.

“Ah beh…, io lo tengo d’occhio benissimo!” esclama lei con convinzione, e Cris ride. “Però non posso mica farlo per tutta la sera…!”

“Non ti preoccupare, sa badare a se stesso. Lo sa che se si sogna di fare lo stupido con qualcuna…, io gli stacco a morsi pure l’altra gamba!”

“Pisciona…, ghiro…” dico io contando con le dita. “Adesso pure cannibale!”.

Cris ride e mi dà un bacio. “Vado a recuperare Nic.”

“Era con Toni al tavolo delle bibite” dice Rebby.

“Oh cazzo!” esclamo io guardando Cris. “Fai presto, prima che gli dia la Coca Cola!”

“Corro!”

“Speriamo che non l’abbia bevuta, sennò stanotte col cavolo che dorme…” dico io avvicinando Rebby a me, dato che Ruggero ha appena messo una canzone da lento.

“Oh, è la mia serata fortunata!” esclama lei stringendosi a me. “Te l’ho mai detto che la tua schiena mi turba i sogni?!”

“Almeno un milione di volte!” rispondo io ridendo.

“Comunque questa festa è una vera figata! Bravo! E poi solo tu potevi convincere Jack a fare una cosa del genere!”

“È importante dire addio a una parte di noi che si sta per perdere… Me l’ha insegnato Ulisse”.

Insieme a mille altre cose.

“Darai una festa anche per me?” mi domanda stringendomi un po’ di più. “Quando dovrò dire addio ai miei polmoni?”

“E piantala con ‘sta storia! Non sei a quel punto! E non è nemmeno detto che ci arrivi!”.

Lei non ribatte, e questo è davvero molto insolito, così la allontano un po’ da me per poterla guardare in faccia, e la sua espressione non mi piace.

“Pare che sto andando in quella direzione, invece.”

“Che cazzo stai dicendo?!”

“La verità, sto dicendo.”

“Ma… come?!”

“Sto peggiorando.”

“Te l’hanno detto i dottori?”

“Sì.”

“E il farmaco sperimentale, scusa?!”

“Non sta dando i risultati sperati”.

Merda!

Questo schifo non finirà mai.

Per qualcuno che guarisce, c’è sempre qualcuno che sta ancora male.

E anche se con Jack ho fatto il filosofo, la verità è che è sempre difficilissimo per me trovarci un cazzo di senso.

“Non ti volevo deprimere, dai!” mi dice lei con tono allegro. “Te l’ho già detto che la tua schiena mi turba i sogni?!”

“Eddai!” esclamo spintonandola piano. “Smettila che sennò Cris mi stacca la gamba a morsi!”

“Ma tu non stai mica facendo lo stupido! La stacca a me, semmai!”.

Io rido e scuoto la testa. “Hai ballato con Jack, almeno?”

“Ah sì! Non gli ho nemmeno detto niente anche se mi ha pestato i piedi mille volte, perché ho pensato che quel piede lì… lui domani non ce l’avrà più…”

“Ecco! Adesso sì che mi hai fatto deprimere!”

“Sai che ci vuole?! La torta! Vai ad annunciare quella!”

“Ma tu non sei quella che trita le palle a tutti col mangiare sano?! Quella torta al triplo cioccolato non mi sembra molto sana!”

“No, sarà piena di schifezze… Ma almeno così poi beviamo lo spumante e ci tiriamo tutti su il morale!”

“Ok… Ottima idea!”.

 

Torno in postazione per dire che è arrivato il momento della torta, ma poi lascio che sia ancora Ruggero a occuparsi della musica, perché ho visto Maya defilarsi da sola verso la ludoteca e decido di raggiungerla, con una fetta di torta per lei e una per me.

“Ti ho portato la torta” le dico facendola sobbalzare; è seduta su un divanetto, di spalle alla porta, e a quanto pare non mi ha sentito arrivare. “Altrimenti rimanevi senza. La stanno facendo fuori alla velocità della luce!”

“Fa niente, tanto non la voglio.”

“Peccato, è proprio buona” dico sedendomi sul divanetto di fronte a lei. Appoggio uno dei piattini con la torta sul tavolino e tengo l’altro in mano, iniziando a mangiare la mia fetta.

“Puoi portarla a casa per Nic.”

“No, meglio di no. Ha già mangiato troppi dolci in questi giorni.”

“E allora portala a Cris.”

“Eh…, ma poi la vede Nic e la vuole. Meglio se la mangi tu.”

“Ti ho già detto che non la voglio.”

“E vabbè, allora farò il bis io!”

“Bravo! Basta che la fai sparire!”.

“Ok…”.

Maya si toglie le scarpe e si raggomitola sul divano, stringendo un cuscino, mentre io continuo a mangiare la torta e mi chiedo cosa le sia successo oggi o cosa le stia passando per la testa da renderla così nervosa.

“Che hai?” le chiedo cercando il suo sguardo, che lei però mi nega.

“Niente.”

“Giornata no?”

“Non ne voglio parlare.”

“E ti pareva! E allora ce ne stiamo qua in silenzio?”

“Parliamo d’altro.”

“Tipo?”

“Cris è incinta?”.

Io resto per un attimo con la forchettina a mezz’aria, spiazzato, ma poi mi dico che come al solito le notizie qua dentro corrono in fretta.

“Te l’ha detto Toni?!” le domando puntando l’indice verso di lei.

“No.”

“Strano! E chi, allora? Jack? Ulisse…?”

“Non me l’ha detto nessuno. L’ho capito da sola, dal modo in cui prima le hai accarezzato la pancia.”

“Ah…”; sorrido, un po’ imbarazzato, e appoggio il piatto ormai vuoto sul tavolino. “Sì…, è al quarto mese. Aspettiamo una bambina”.

E di solito a questo punto la gente si congratula (a parte papà che era rimasto rincoglionito, o i genitori di Cris che sono degli stronzi), ma lei non sembra molto entusiasta. “Non sei un po’ troppo giovane per avere due figli?”.

Io accenno un sorriso e annuisco. “Sì… Ma sono un po’ troppo giovane per almeno la metà di tutte le cose che ho vissuto, no? Almeno questa l’ho scelta io. E mi rende felice.”

“E Cris?”

“Cosa Cris?”

“È felice anche lei di questa… scelta?”

“Certo! Certo che è felice anche lei!”.

Ma perché tutti devono pensare che io abbia “obbligato” Cris a fare un altro bambino, e che lei non ne sia contenta quanto me?! Mi manda ai matti questa cosa! Eccheccazzo!

“Bene. Allora sono anch’io felice per voi.”

“Sarai anche felice per noi…, ma non mi sembri molto felice per te, oggi. Non mi vuoi proprio dire che c’hai?”.

L’unica luce proviene dal corridoio, e la stanza è in penombra, ma vedo benissimo che Maya ha gli occhi lucidi e anche quell’espressione di quando poi scoppia a piangere e non riesce più a smettere.

“Domani mi dimettono” dice col tono di voce che sembra quello di una bambina; non riesce a sostenere il mio sguardo e china la testa verso le ginocchia. “Dicono che sto bene e che non serve più che resti qui. Dovrò tornare solo una volta alla settimana, per continuare le sedute con Gerry.”

“E non sei contenta?!” esclamo alzandomi e andando a sedermi accanto a lei. “È una bellissima notizia, scusa!”

“Sì, lo è” mi risponde lei senza troppa convinzione.

“Lo so che hai paura” le dico circondandole le spalle con un braccio, stupendomi sempre di come sia ancora più esile di Cris. “Anch’io me la facevo sotto quando è stato il momento di andarmene da qui. È normale. È così per tutti i sopravvissuti come noi”.

Di solito quando l’abbraccio tende a scansarsi presto, specie se prima non le ho chiesto il permesso, ma stavolta non sembra dispiacerle e appoggia pure la testa contro la mia spalla.

“Sì…, ho paura” dice con un filo di voce. “Di quello che trovo là fuori, e di quello che lascio qui dentro.”

“Ma non lascerai niente, se non vorrai! Non vedi come io e gli altri Braccialetti siamo ancora uniti?! Sarà lo stesso anche per voi, vedrai! Basta volerlo.”

“Ci sono cose che non dipendono da noi.”

“No…, certo… Ma esserci per le persone che amiamo…, sì che dipende da noi!”.

Maya si libera dal mio abbraccio e si sposta verso il bracciolo del divano, continuando a tenere la testa bassa e a non guardarmi.

“Ho paura di dimenticarlo” dice poi, come se stesse parlando con se stessa più che con me.

“Chi, Edo?”

Edo!” ripete lei accennando un sorriso nervoso. “No.”

“Ah… Certo. Scusa”.

Leo.

Ha paura di dimenticare il suo Leo.

Comincia a stare bene, ad andare avanti con la sua vita, e si sente in colpa per questo.

“Non sai…”; la voce le sta tremando, e probabilmente non riuscirà a finire la frase senza scoppiare a piangere. “Non sai quante volte mi sono aggrappata a lui, al suo ricordo, per trovare la forza di andare avanti”.

Come prevedevo, non resiste e inizia a piangere, mentre io me ne sto in silenzio, immobile, con una morsa che mi stringe lo stomaco.

“Sai quante volte avrei voluto potergli parlare ancora?” continua lei senza guardarmi. “Ci sono un sacco di cose che non gli ho mai detto e che sono rimaste lì… Ormai inutili e senza senso. Quante volte avrei voluto sentire ancora la sua voce…, o le sue braccia intorno a me…”.

Ho gli occhi lucidi, e provo una sensazione di assurda impotenza. E di ingiustizia, ancora una volta. So benissimo cosa vuol dire convivere con l’assenza lancinante di qualcuno che ami, ma non ho idea di cosa si provi a essere stati la causa di quell’assenza.

È un dolore che non posso capire.

È un dolore così forte e così grande che solo a intravederlo mi atterrisce.

“Se ne sta andando”.

Maya viene scossa dai singhiozzi e nasconde la testa in mezzo alle braccia, contro alle ginocchia, e mi sembra così piccola e fragile che temo possa scomparire da un momento all’altro.

“Ehi…” le dico spostandomi accanto a lei e abbracciandola di nuovo, mentre mi pare quasi di assorbire il suo dolore e qualche lacrime sfugge al mio controllo.

“È come se stesse morendo di nuovo. Se ne sta andando! O forse sono io che me ne sto andando. E mi faccio schifo per questo!”

“Shhh…” sussurro cercando di farle cambiare posizione per abbracciarla meglio mentre lei piange senza sosta. “Non ti devi sentire in colpa anche per questo. Non è giusto”.

Lei si lascia abbracciare e appoggia la testa contro il mio petto, poi solleva la testa di scatto e mi guarda negli occhi. “È meglio se vado, adesso. Scusami per tutto. Ti ho pure bagnato la camicia.”

“Cosa vuoi che me ne freghi della camicia?! E non ti devi scusare proprio di niente!”

“Dai, lasciami andare adesso.”

“Voglio essere sicuro che stai bene, però” le dico allentando la presa; in un attimo lei è in piedi e si sta rimettendo le scarpe, ma continua a piangere. “Ma perché devi fare la dura, eh?” le chiedo alzandomi anch’io. “Se c’è una cosa che ho imparato qui dentro, è che non c’è niente di più bello che accettare l’aiuto degli altri.”

“Non ho bisogno del tuo aiuto. Davvero”.

Le tremano le gambe.

Trema tutta.

E le sue lacrime non sembrano proprio volersi fermare.

“Dai, non ti lascio andare mentre sei ridotta così” le dico afferrandola per un braccio mentre lei si allontana.

“Non ti preoccupare. Non proverò di nuovo ad ammazzarmi!” mi risponde lei con rabbia, ma io non la lascio andare lo stesso. “Mi lasci o no?!”.

No, non la lascio, e lei è sempre più arrabbiata e mi tempesta di pugni le braccia e il petto, urlandomi contro praticamente di tutto, finché tutta la sua rabbia si esaurisce e restano solo lacrime silenziose e un’immensa tristezza.

La stringo, e lei si aggrappa a me, ricominciando a piangere con forza, singhiozzando.

“Vedrai che andrà bene” mormoro accarezzandole i capelli finché finalmente si tranquillizza.

“Lasciami andare ora” mi dice con voce rauca e tremante. “Per favore. Leo, per favore. Lasciami andare”.

La libero dall’abbraccio e cerco il suo sguardo, stupito. “Mi hai chiamato Leo!”.

È la prima volta che mi chiama così, e sono davvero molto sorpreso, ma lei non dice niente e se ne va via correndo.

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