Capitolo 263: Martedì, 11 settembre 2012

Un’altra notte insonne per Leo, un’altra notte all’insegna del dolore e della tristezza, con la mancanza della mamma che si fa sentire sempre di più. Gli “alleati” per fortuna non mancano mai, ma nemmeno stavolta saranno abbastanza.

 

Martedì, 11 settembre 2012

È notte fonda e non mi sono ancora addormentato.

Non faccio che piangere.

Ancora.

Dio, ma cosa sono diventato?!

Non è da me piangere così.

E non è da me deprimermi in questo modo.

Io sono uno che reagisce. Sono uno forte. Sono uno tosto.

E adesso piango peggio di una ragazzina.

O di un piscione.

“Bisogna piangere, per le cose importanti. Non vuol dire essere deboli, ma vivere le proprie emozioni con onestà”.

Sì mamma, lo so. Non so quante volte me l’hai ripetuto. E so anche che le cose per cui sto piangendo da due giorni sono davvero importanti, però tu intanto non ci sei più, te ne sei andata lasciandomi qua, e di vivere le mie emozioni con onestà non me ne frega proprio un cazzo.

A volte vorrei che ci fosse un antidolorifico anche per quelle, o meglio ancora, una vera e propria anestesia. Che poi, pensandoci bene esiste. Ecco, aggiungessero al cocktail pure gli psicofarmaci, così sono a posto!

Anche Lorenzo è sveglio.

Lo sento muoversi nel letto.

Fantastico!

Lo avrò svegliato io a forza di frignare.

O forse era già sveglio di suo, visto che tra poche ore gli tocca la chemio. Anch’io la notte precedente alla prima chemio non avevo dormito un cazzo. Ovviamente non osa parlare per non disturbarmi, e nemmeno io lo faccio, perché magari non si è accorto che sto piangendo, e se parlo lo capisce di sicuro.

Che cazzata.

È impossibile che non se ne sia accorto.

Io sento chiaramente che lui sta piangendo, e quindi anche lui starà sentendo me.

Che merda!

Ancora una volta provo quel tremendo senso di ingiustizia che mi fa ribollire il sangue e mi fa stringere forte i pugni. Sul palmo della mano destra ho ancora gli strip per il taglio, e nel sentirli mi viene da piangere ancora di più, perché mi fanno pensare a quanto sia fragile in questo momento il mio corpo.

A quanto sia fragile la mia vita.

Appesa a un filo.

Anzi, è come se ci stessi camminando, sopra a quel filo, come un acrobata che sa che fermo non può stare altrimenti cade giù, e che quindi cammina anche se sa che rischia di cadere lo stesso.

E se morissi?

Ci sono volte che penso che sarebbe meglio.

Una liberazione.

Basta dolore.

Basta piangere.

Basta vita di merda.

Morire.

Magari ritroverei pure la mamma, chissà. Non mi sono mai chiesto cosa ci sia davvero dall’altra parte, non me ne sono mai interessato, ma forse è arrivato il momento di cominciare a rifletterci.

O forse no.

Che cambia?

Se muoio lo scopro, e se invece non muoio, non lo scopro.

Magari guarisco.

Magari.

Non riesco a crederci veramente, vedo tutto troppo nero, sto troppo male.

È difficile immaginare di guarire mentre la mia vita dipende da un sacco di cose, di persone, di farmaci, e non da me.

Non da me.

Non lo riesco ad accettare.

Non posso non essere io il padrone della mia vita.

Mi fa schifo vivere così.

Mi fa schifo dipendere.

Mi fa schifo stare male e sentirmi annientato.

Non c’è una cosa che vada bene. Una!

Adesso Giulia si è pure beccata la bronchite e chissà per quanti giorni non potrò vederla. Ieri sera quando mi ha telefonato per dirmelo, si è pure messa a piangere.

Di nuovo.

Piange sempre ormai.

Io lì sono riuscito a non piangere, in compenso ho pianto più che abbastanza dopo, anche se da una parte sono pure sollevato all’idea di non vederla per qualche giorno, o meglio, all’idea che lei non veda me ridotto così per qualche giorno. Però mi manca già, ed è solo un giorno che non la vedo. E così piango pure per questo, e per noi, che sta diventando una parola sempre più difficile da pronunciare e da sentire.

 

“Leo…”.

La voce di Lorenzo è un sussurro quasi impercettibile, e io faccio finta di non averlo sentito. Faccio finta di dormire.

Mi sento in colpa ad ignorarlo, ma non ho voglia di parlare, e tantomeno ho voglia di sentire lui che parla delle sue angosce. Mi bastano le mie. Ne ho da vendere. Pure in saldo le posso mettere. Anzi, se qualcuno le vuole gliele regalo pure, guarda!

“Leo…”.

Questa volta il tono era leggermente più alto di prima, ma sempre un sussurro, un bisbiglio, e ancora una volta io faccio finta di niente.

Mi dispiace amico, ma stavolta non ti posso ascoltare.

Sto troppo male, sotto tutti i punti di vista. Ho una nausea tremenda ed è pure finito l’effetto dell’antidolorifico, ma non ci penso proprio a suonare il campanello: stanotte c’è di turno Crudelia. Preferisco sopportare il dolore piuttosto che chiamarla, vedere la sua brutta faccia, e farmi fare una puntura da lei. Col cavolo! Aspetterò le 6 e chiamerò il Musone. Non che lui mi stia simpatico, ma sempre meglio di lei sicuro.

Dovrà pur finire questa notte prima o poi, no?

Questa è una certezza.

Ad ogni modo questa notte finirà, passerà.

Il problema è che ne verranno altre, di notti orribili come questa, e altre ancora.

Cazzo, adesso mi viene pure da vomitare!

Mi tiro su di scatto e afferro la bacinella che è sul comodino, ma non faccio in tempo. Non del tutto almeno, perché gli spasmi sono troppo rapidi e violenti.

“Leo!”.

La voce di Lorenzo stavolta risuona forte e chiara, e sento anche che si è alzato e si è avvicinato al mio letto; mi appoggia una mano sulla schiena, mentre io mi aggrappo alla bacinella e vomito e piango contemporaneamente. Vorrei cacciarlo via, ma non ne ho la forza.

Sono distrutto.

Il vomito finisce, ma le lacrime no.

E mi vergogno da morire a piangere così davanti a qualcuno, ma non riesco proprio a fermarmi. Vorrei lasciarmi ricadere sul letto, ma ho ancora la bacinella tra le mani, e ho il pigiama sporco, e anche se siamo al buio e ci si vede poco, mi pare che anche la coperta sia sporca.

Lorenzo se ne sta in silenzio, aspettando che sia io a dire qualcosa, ma io non dico niente e piango, mentre il dolore, sotto tutte le forme, sovrasta ogni altra emozione.

“Posso fare qualcosa?” mi domanda Lorenzo a un certo punto, con tono incerto. Avrà sicuramente paura che io reagisca male e gli urli contro, ma d’altronde si sarà detto che non posso restare tutta la notte così, a piangere sul mio vomito. “Vuoi che chiamo l’infermiera?”.

No.

Voglio la mia mamma.

Voglio solo la mia mamma.

La puoi chiamare, la mia mamma?

Torna indietro, la mia mamma?

Qualcuno me la ridà, per favore?

I singhiozzi mi scuotono il petto peggio di poco fa mentre vomitavo.

Sto andando fuori di testa.

E davvero, l’unica cosa che vorrei adesso è la mia mamma.

La mia mamma.

Solo lei.

“Leo… Che posso fare?” insiste ancora Lorenzo. “Vuoi che accendo la luce? Che ti aiuto a…”

“No” gli dico poggiando la bacinella sul comodino e prendendomi la testa tra le mani.

La mia voce è irriconoscibile.

Tutto di me è ormai irriconoscibile.

“Vuoi… che vado a chiamare uno dei tuoi infermieri?”

Eh?” gli chiedo sollevando la testa a guardarlo, anche se al buio non distinguo bene la sua espressione.

“I tuoi infermieri… Quelli dell’altro reparto. Li chiami così, no?”.

I miei infermieri.

Sì, forse da uno di loro mi farei aiutare.

“E come fai?” gli domando tirando su col naso, e mi viene quasi da sorridere, nonostante la situazione sia penosa.

“Non… Non hai i loro numeri di telefono?”

“No.”

“Ah…”. Lui sta zitto per qualche secondo e sospira. “Potrei… andarli a chiamare.”

“E come, scusa?”

“Uscendo di nascosto dal reparto.”

Tu?!”; e stavolta, più che da sorridere, mi scappa proprio da ridere.

“Sì.”

“Ma se tra un po’ non vai neanche in bagno, senza permesso! Figurati se scappi di nascosto dal reparto!”.

Lui abbassa la testa e si stringe nelle spalle. “Se è per te… Per te lo faccio” mi dice senza guardarmi. “Tu fai sempre tanto per me”.

Cosa faccia io per lui, sinceramente non mi è affatto chiaro. Apprezzo il suo tentativo di aiutarmi, ma dubito che riesca ad uscire dal reparto senza farsi beccare, e ammesso che ci riesca, non è nemmeno detto che convinca chi è di turno a venire qua da me.

“È troppo complicato.”

“Fammi provare almeno!” esclama con decisione sollevando la testa, e poi se ne pente e cambia tono. “Cioè… Posso sempre provare, no?”

“E va bene…!” sospiro accarezzandomi la testa. “Prova. Mal che vada ti rispediscono indietro a calci in culo!”

“Grazie!” mi dice tutto contento, e se ne va prima che io possa ribattere che a dire il vero dovrei essere io a ringraziare lui.

 

“Mò me spieghi perché me fai correre qua in piena notte pe’ ripuli’ il tuo vomito, eh?!”.

Ulisse.

Il mio Ulisse.

Non è come avere qui la mia mamma, certo, ma è comunque una bella sensazione. Io non dico niente, e lui si avvicina e accende la luce sopra al mio letto. La situazione è peggio di quel che credevo. Ho fatto davvero un bel disastro. Mi vergogno da morire e tengo lo sguardo basso.

“Oh, re Leone!” dice Ulisse mettendosi le mani sui fianchi. “Me spieghi che sta a succedere?! Non potevi chiama’ chi c’è di turno qua? Ahò! Sto a parla’ co’ te, eh?!”

“Lo so…” mormoro senza guardarlo.

“E guardame almeno! O me guardi e me spieghi, o mò me ne vado e t’arrangi!”.

Faccio uno sforzo enorme e lo guardo; odio l’idea che lui mi veda così, anche se mi ci ha già visto altre volte. È umiliante. È umiliante essere tutto sporco di vomito, è umiliante non potermi alzare da solo per andare a lavarmi, è umiliante aver pianto così tanto da fare fatica a tenere gli occhi aperti. I nostri sguardi si incrociano, e lui capisce che non è il caso di chiedermi altro, che alla fine non gli serve chiedermi altro.

Mi ha già capito.

Con un unico movimento toglie la coperta e il lenzuolo, e poi guarda Lorenzo. “Ragazzi’, vamme a prendere ‘n asciugamano. E pure ‘na maglietta pulita. Io torno subito”.

Lorenzo, dopo avere appoggiato ai piedi del mio letto un asciugamano e una maglietta, si mette le cuffie e si siede alla scrivania a guardare dei video al pc, dandomi le spalle. Certo che è proprio tutto l’opposto di Riccioli d’Oro! Chissà che soprannome gli darebbe Orietta.

Ulisse torna pochissimi minuti dopo, con la roba pulita per il letto e l’occorrente per lavarmi. Io ho provato a spogliarmi da solo, mentre lo aspettavo, ma non ci sono riuscito.

“Se mi aiuti a mettermi sulla carrozzella…, vado a lavarmi da solo in bagno” gli dico mentre lui si mette i guanti.

“Guarda, non so manco io se metterme a ride… o se darte ‘na crocca in testa!” esclama lui sollevando una mano, e per un attimo temo che me la dia davvero, ‘na crocca in testa. “Se lava da solo! Sempre a fa’ lo sborone, ‘sto qua!” dice tra sé e sé, e poi mi toglie la giacca del pigiama che io avevo già sbottonato.

Non ribatto, perché probabilmente farei pure fatica ad aprire il rubinetto in questo momento, e perciò lascio che lui mi spogli e che mi lavi.

 

“Che sta succedendo qui?!”.

Ecco! È arrivata Crudelia! Fantastico! Serviva proprio lei per farmi stare meglio!

“Stiamo dando una festa!” rispondo io con tono sarcastico, e Ulisse mi lancia un’occhiataccia e poi si gira verso di lei.

“È tutto a posto, nun te preoccupa’. C’è stato un piccolo incidente, ma è tutto risolto.”

“E perché non sono stata avvisata?!” domanda lei con la sua odiosa voce acuta e stridula, mentre si sistema gli occhiali. “E cosa ci fa lei qui, mi scusi?!”

“Patri’, mò me dai del lei?! Ma se avemo pure fatto il tirocinio assieme!” risponde lui cominciando ad asciugarmi il petto. “Non te ricordi più? C’era pure quell’altro ragazzetto caruccio… Com’è che si chiamava? Orazio?”.

Non ho idea di chi sia questo Orazio, non credo che lavori qui, ma a giudicare dalla faccia di Crudelia, direi che lei lo sa benissimo chi è. È diventata di mille colori ed è rimasta con la bocca aperta come se stesse per dire qualcosa.

“Se il paziente ha rimesso, bisogna aggiornare la cartella” dice avvicinandosi al mio letto, ma scommetto che non era esattamente questo che voleva dire prima. “È stato solo un episodio, Leone?”.

Io annuisco, lei aggiorna la mia cartella, e poi se ne va.

“Ma chi cavolo è questo Orazio?!” domando ad Ulisse appena lei se n’è andata.

“Eh… Vuoi sape’ troppo, vuoi sape’!”

“Eddai, dimmelo!”

“No. Come minimo… devi esse maggiorenne!”.

Adesso sono ancora più curioso, ma non c’è proprio niente da fare. Ulisse mi veste, mi rifà il letto, e poi va in bagno a pulire la bacinella.

“Ulisse…” gli dico mentre la rimette sul comodino.

“Dimme.”

“Ti posso chiedere un altro favore?”

‘N’altro?!” esclama lui alzando la voce. “E vabbè, sentiamo che vole il re della foresta!”

“Mi fai l’antidolorifico?”

Che?!”

“Il fattore G. mi sta uccidendo!”

“No no, non se ne parla! Toglitelo subito dalla capoccia!”

“Ma guarda che me l’hanno prescritto al bisogno! È scritto sulla mia cartella! Guarda!”

“Leo, io so’ di un altro reparto. Già è tanto che so’ venuto qua. Non te posso proprio fa’ ‘n’iniezione, scordatelo.”

“Eddai! Ti prego.”

“No, non si può. Te chiamo Patrizia se vuoi.”

“No!”

“E allora devi sopporta’ il dolore, nun so che dirte.”

“Ma nemmeno una pastiglia mi puoi dare?”

“Nemmeno. Nun te posso da’ medicine. Me dispiace”.

E che sfiga però!

“Ok…” sospiro io rassegnato.

“Te manno Patrizia, allora?”

“No. Preferisco sopportare il dolore.”

“Che capoccia, ahò!” esclama lui scuotendo la testa, e poi va da Lorenzo e gli toglie le cuffie. “A nanna, ragazzi’!”

“Oh… sì, subito…!” dice lui tutto imbarazzato, filando immediatamente a letto, mentre anche io mi sdraio.

“E te… vedi de non combina’ altri casini” mi dice spegnendo la luce e rimboccandomi le coperte. “Siamo intesi?”

“Intesi” gli rispondo io con un sorriso riconoscente, e nonostante siamo al buio credo che lui lo abbia visto lo stesso, perché prima di andarsene prende la mia mano, la stringe, e la tiene per qualche secondo tra le sue.

 

La radiografia è andata bene. È venuto il dottor Abele poco fa a dirmelo. Sembra che tutto stia procedendo come previsto, che il mio osso si sta saldando come dovrebbe con la protesi, e che non ci siano ombre sospette.

Finalmente una buona notizia, cazzo!

Ci voleva proprio!

È riuscita a migliorarmi un po’ l’umore e perfino a farmi alzare dal letto (ok, forse è anche merito della dose di morfina che mi ha fatto il Musone).

Sto guardando un po’ di notizie sportive in tv, seduto sulla carrozzella, quando un tizio che non ho mai visto bussa alla porta che è aperta, ed entra.

“Posso?”

“Ciao” gli dico io abbassano il volume della tv. “Lorenzo non c’è”.

Che poi, sono solo le 11, mi stupisce che abbiano già lasciato passare qualcuno in visita. È troppo grande per essere un suo amico, ed è troppo giovane per essere un amico dei suoi. Magari è uno zio. O potrebbe essere un suo prof.; in effetti ce l’ha proprio, l’aria da prof. Uno di quelli un po’ alternativi.

“In realtà sto cercando Leo” mi dice lui sorridendo. “E mi sa che l’ho trovato”.

E chi cazzo è ‘sto qua? E che cavolo vuole da me?

“Sì…” dico guardandolo perplesso. “Sono io.”

“Io sono Gerry”. Lui mi si avvicina per presentarsi, io gli stringo la mano, ma continuo a non capire. “Sono venuto a fare quattro chiacchiere con te”.

No, non ci credo!

Lo psicologo!

Quella stronza della Lisandri mi ha mandato davvero lo psicologo! Eppure gliel’avrò detto mille volte che non ne voglio sapere niente!

“Sei uno strizzacervelli?” gli domando alzando gli occhi al cielo.

“È un’accezione un po’ superata…, ma diciamo di sì.”

“E non dovresti avere un camice e un cartellino?”

“Ce l’ho il cartellino!” esclama lui tirandolo fuori dal taschino della maglietta e attaccandoselo. “Ecco qua. Il camice invece no, nella tasca non ci stava”.

È riuscito a strapparmi un sorriso; sembra pure simpatico, ma io non ci penso proprio a parlare con lui dei fatti miei.

“Scusa, ma adesso non ho tempo” gli dico togliendo il freno alla carrozzella e andando verso la porta. “Ho… Devo andare a fare una visita molto importante. Scusami tanto, eh…?”

“Va bene” annuisce lui accennando un sorriso. “Vorrà dire che ripasserò un altro giorno.”

“Ok. Ciao ciao”.

E adesso che faccio?

Se esco dal reparto e la Lisandri lo scopre… sono fottuto. Quando prima è venuta a visitarmi non ha perso occasione per sottolineare la gravità della mia situazione, e quanto io mi debba riguardare, e altre menate varie, e bla bla bla.

Che palle! Non so proprio dove andare.

 

Varcare la soglia di Chemioterapia fa sempre schifo, anche se non ci sto entrando per me. È proprio l’ultimo posto dove vorrei andare, ma ho provato a girovagare un po’ per il reparto e non è che sia stato esaltante, così ho deciso di venire qui, che sicuramente a Lorenzo farà piacere. O almeno credo.

Sì, dai. Lui è una di quelle persone a cui fa piacere che gli altri gli stiano vicino nei momenti difficili, mica come me che manderei tutti a fanculo.

Appena sento l’inconfondibile odore di tristezza che aleggia in questo posto, però, sono quasi tentato di andarmene, ma poi non demordo e attraverso tutto il corridoio delle salette chemio, finché non trovo Lorenzo e sua madre.

Lui è abbandonato sulla poltrona, con gli occhi chiusi, attaccato a una flebo di Rossa, e sua madre è seduta sullo sgabello accanto a lui e sta sfogliando una rivista.

“Ciao Leo” mi saluta lei con un sorriso tirato, e Lorenzo apre gli occhi.

“Leo!” esclama mettendosi seduto.

“Ehi…”; mi avvicino al letto e gli appoggio una mano sulla gamba. “Come sta andando?” gli domando indicando la flebo.

Lui accenna un sorriso guardando sua madre e poi guarda me. “Bene. Non ho nemmeno vomitato”.

Peccato però che abbia gli occhi rossi di pianto e che in una mano stringa un fazzoletto di stoffa bagnato fradicio.

“Meglio così” rispondo io, facendo finta di credergli. “Non hai nemmeno la nausea?”

“Quella un po’ sì” ammette lui stringendosi nelle spalle.

“Oh, per quella ci vuole un ghiacciolo!”

“Un ghiacciolo?”

“Sì! Mamma di Lorenzo, perché non vai a prenderglielo? Così magari ti prendi anche un bel caffè!”.

Lei mi rivolge un sorriso dolce e si alza, poggiando la rivista sullo sgabello. “Mi sembra un’ottima idea. Un bel ghiacciolo alla Coca Cola! Ne prendo uno anche per te?”

“No, grazie.”

“E allora qualcos’altro?”

“No, davvero. Sono a posto così”.

Tanto ha tutto lo stesso sapore disgustoso, ed è già tanto se sono riuscito a mangiare per intero la mia colazione; giusto perché tra le menate e gli allarmismi della Lisandri di stamattina, c’era pure il fatto che sono dimagrito troppo e che devo assolutamente riprendere peso.

“Va bene. Torno subito, eh?” dice la mamma di Lorenzo facendogli una carezza, e a me si stringe lo stomaco in una morsa.

 

“Allora…, come va davvero?”.

Lorenzo si sporge un po’ verso la porta, per assicurarsi che sua madre se ne sia andata, e poi sospira. “Malissimo. Ho pianto per due ore. Praticamente da quando quella roba ha iniziato a scorrere…, e ho smesso cinque minuti fa. E anche mia madre ha pianto, mentre credeva che dormivo”.

E di nuovo mi si stringe lo stomaco in una morsa. Penso spesso che se ci fosse la mamma ancora viva, adesso starebbe soffrendo terribilmente per me, e che almeno così se l’è risparmiata, e invece ora no. Ora sto pensando che mi andrebbe pure bene vederla piangere e stare male per me, purché ci fosse, purché potesse starmi accanto quando sto male, e tenermi per mano, e accarezzarmi, e asciugarmi il sudore, e ripulirmi dal vomito, e abbracciarmi stretto quando piango, e sussurrarmi parole dolci mentre mi bacia, quelle parole che solo le madri sanno dire.

“A proposito…” dico un po’ imbarazzato. “Per quanto riguarda la scorsa notte…”

“Non ti preoccupare. Non lo racconto mica a nessuno che tu…, insomma…”

“Avanti dillo: che ho frignato peggio di un piscione!”.

Lui accenna un sorriso e abbassa lo sguardo. “Sai…, anch’io stanotte stavo piangendo.”

“Sì…, ti ho sentito.”

“Ah.”

“Ho fatto finta di dormire. Sono uno stronzo, lo so. Ma non… Non mi andava di parlare.”

“Non ti preoccupare. Lo capisco. Ma se per caso hai voglia di parlare…, io ci sono.”

“Non ti ci mettere pure tu adesso con ‘sta storia di parlare, eh?! Mi sono ritrovato uno strizzacervelli in camera! Ti rendi conto?”

“In camera nostra?”

“Sì!”

“E che voleva?”

“Parlare! Ecco che voleva! Di sicuro l’ha mandato la Strega! Sono due mesi che mi trita le palle con ‘sta storia dello psicologo!”

“E tu perché non vuoi?”

“Perché non mi serve! E che cazzo! Ok, non sto di certo passando un bel periodo, ma me la so cavare benissimo da solo, senza raccontare in giro i cazzi miei!”. Lui annuisce e poi cambia espressione. “Ehi! Che c’è?! Ti viene da vomitare?” gli domando prendendo la bacinella.

“No…” mi risponde lui sdraiandosi. “È la testa.”

“Ah… Le tue solite fitte?”

“Sì”.

Certo che avere un tumore alla gamba fa schifo perché sei costretto al gesso, alla carrozzella, e a tutto il resto, ma avercelo alla testa deve fare proprio un male boia.

“Ti lascio riposare, dai” gli dico stringendogli un braccio. “Ci vediamo dopo in camera.”

“Aspetta…! Leo…, ma non è strano… che non ho ancora vomitato?”

“No…, non è strano. Anch’io con la Rossa non ho iniziato a vomitare subito, la prima volta”. Qualche ora dopo però ho recuperato in pieno, ma me ne guardo bene dal dirglielo che ha già l’aria abbastanza afflitta. “Ah, e non ti spaventare se fai la pipì rossa! È normale!”

“Ok…”.

Vado verso la porta, ma lui mi chiama di nuovo.

“Che c’è?” gli chiedo girandomi appena.

“Puoi restare con me finché non torna mia madre?”.

Forse sto cominciando a capire cosa intende la Lisandri quando dice che a lui fa bene stare con me, e che a me fa bene stare con lui. Annuisco, accennando un sorriso, e mi affianco con la carrozzella alla poltrona.

 

Non ci posso credere! Lo strizzacervelli è ancora qui! Nella mia stanza! È comodamente seduto e sta guardando il canale sportivo alla tv, che io prima di andarmene ho dimenticato accesa.

“Oh, Leo! Eccoti!” mi dice come se fossimo amici di vecchia data. “È andata bene la visita?”

“Sì…” sospiro io sfregandomi un occhio.

“Mi fa piacere”.

Non se l’è bevuta la faccenda della visita: ha la stessa espressione che ho io quando prendo per il culo qualcuno. Beh, d’altronde è uno strizzacervelli, dovevo aspettarmelo!

“Vieni qua, dai” mi dice battendo la mano sul bracciolo della poltroncina dove è seduto. “Parliamo un po’”.

Parliamo un po’.

Certo.

“E di cosa dovremmo parlare, sentiamo?!” dico io alzando la voce mentre avanzo verso di lui. “Di mia madre che è morta di cancro, di me che mi sono ammalato subito dopo, di mio padre che si è dato alla fuga?!”; mi posiziono accanto a lui, mettendo il freno alla carrozzella, e lo guardo dritto negli occhi. “O forse preferisci parlare del fatto che sono chiuso qua dentro da due mesi, che la mia vita sta andando tutta a puttane, e che non so manco più chi è quello là che vedo allo specchio perché non mi riconosco?!”; mi è tremata la voce per quanto ho urlato, e mi stanno tremando anche le mani, ma lui non si scompone e continua a starsene seduto nella stessa identica posizione. “O vuoi parlare del fatto che potrei morire?! O meglio ancora…, del fatto che ci sono momenti che sto così male che addirittura lo desidero?!”.

Lui sostiene il mio sguardo, abbassa il volume della tv, e poi appoggia il telecomando sul letto di Lorenzo.

“In realtà volevo chiederti cosa ne pensi della vittoria di Hamilton a Monza”.

Per un attimo resto bloccato: davvero vuole che parliamo di questo?! Mi sa che lo strizzacervelli qua serve a lui! Lo guardo attentamente, per capire se mi sta prendendo per il culo, ma sembra molto serio.

“Io tifavo per Schumacher” gli rispondo mettendomi comodo.

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