Capitolo 259: Venerdì, 7 settembre 2012

Domani Leo ricomincerà la chemio, e questo pensiero attraversa un po’ tutto il capitolo: parlarne con Lorenzo lo costringerà a guardarsi dentro, faccia a faccia col proprio dolore più vero, quello che va al di là del corpo, e parlarne con Giulia li porterà all’ennesimo, inevitabile, conflitto.

Si prospettano tempi duri per il re Leone.

 

Venerdì, 7 settembre 2012

Domani ricomincio la chemio.

Ho paura.

Una paura fottuta.

So già che starò malissimo. La Lisandri non ha fatto altro che ricordarmelo, pure poco fa che è venuta con Carlo a visitarmi e a dirmi che gli esami di stamattina erano accettabili, e che quindi preferisce non rimandare la chemio, a meno che in quelli di domani non ci sia un grave peggioramento.

“Quindi domani fai la chemio?” mi domanda timidamente Lorenzo, di cui mi ero quasi dimenticato l’esistenza; era qui anche mentre c’era la Lisandri, ma è stato così silenzioso da essere praticamente invisibile.

“Sì” gli rispondo lanciando in aria la pallina da tennis.

“Ed è… la seconda volta?”

“No, è la quinta.”

“Ah… cavolo… la quinta…”

“E devo arrivare a nove” gli dico piegando le labbra di lato. “E forse non saranno abbastanza”.

Lui deglutisce, e direi che all’idea di fare la chemio se la sta facendo sotto quasi quanto me.

Quasi.

Perché non può avere idea di cosa comporti davvero. Ha paura, certo, ma paura di una cosa che non conosce; io ho paura di una cosa che conosco fin troppo bene, e che so perfettamente quanto schifo faccia.

“Io non so ancora quando comincio…” mi dice strofinando una mano contro i pantaloni del pigiama dell’ospedale; lui è stato ligio al dovere: la divisa l’ha indossata subito.

“Stai aspettando i risultati della pet?”

“Sì.”

“Dai, forza” sospiro io. “Dimmi cosa vuoi sapere”.

Non che io oggi abbia più voglia di parlarne rispetto a ieri, ma almeno così forse si metterà l’anima in pace e sarà più pronto ad affrontare quello che gli succederà. E la smetterà di girarci sempre intorno, cosa che mi sta alquanto sulle palle.

“È dolorosa?”

“Dolorosa… no, non è il termine giusto.”

“Non fa male?”

“Fa stare male, che è diverso.”

“E mentre te ne stai lì dentro, non ti fa male?”

“Lì dentro dove? In sala chemio?”

“Dentro al macchinario.”

“Guarda che quella è la radio, non la chemio.”

“Ah…”.

Andiamo bene: questo qua non sa nemmeno come si fa la chemio! Anche se capisco che non tutti possono avere una cultura sul cancro come quella che mi sono fatto io con la mamma.

“La chemio in pratica sono delle flebo.”

“Ah.”

“Quindi il dolore vero e proprio lo senti solo quando ti infilano l’ago.”

“Come per una flebo normale?”.

Verità o bugia?

Verità o bugia?

Verità.

“Un po’ di più, perché l’ago è più grosso”; lui mi guarda impressionato, e allora cerco di rimediare. “Ma comunque lo senti solo in quel momento, poi te lo scordi.”

“Ok”; sembra che stia per piangere, e per un momento penso che ne abbia abbastanza e non mi chieda più niente, e invece poi mi guarda negli occhi, e anche se sta tremando dalla testa ai piedi trova il coraggio di chiedermi quello che vuole sapere: “E poi che succede? Hai detto che fa stare male. Male come?”.

 

Male.

Male come alla nostra età non credi che sia possibile.

Male che non ti immagini neanche.

Male da piangere.

Male da urlare.

Male che a volte ti viene pure voglia di arrenderti.

Di morire.

Male che ti lascia senza respiro.

Senza forze.

Senza voglia di fare niente.

Senza voglia di vedere nessuno.

Male che quasi non te lo ricordi nemmeno più, com’era la tua vita prima; quella vita dove stavi bene, eri forte, eri brillante, eri il più figo della scuola, e c’avevi la fila delle ragazze che volevano uscire con te.

Male che ti guardi allo specchio e ti chiedi chi è quello là pelato, con le occhiaie e sulla carrozzella, perché non sei tu, non puoi essere tu. E non puoi essere tu nemmeno quello che senza l’aiuto di qualcuno non riesce ad alzarsi dal letto o a tornarci, quello che deve stare attento a cosa mangia perché se no le sconta tutte, quello per cui pure un raffreddore rappresenta un pericolo.

Male che mentre vomiti l’anima ti aggrappi alla bacinella o alla tazza del water come un bambino si aggrappa alla sua mamma, e ti senti perso, alla deriva, svuotato di tutto.

Male che ti chiedi se ne vale davvero la pena, di vivere così, se non sia di gran lunga meglio smettere di lottare e mandare tutto a fanculo.

 

“Vomito e stanchezza, per lo più” è quello che gli rispondo. “E poi ci sono la nausea e un saporaccio in bocca che ti dura per giorni. A volte perdi pure il gusto, ma poi ritorna. E dato che si abbassano le difese, si ha spesso la febbre”; queste cose potrebbe dirgliele qualunque medico o qualunque altro paziente; potrebbe persino leggersele da solo su un articoletto del cavolo su internet, me ne rendo conto. Ma tutte quelle altre cose no. Tutte quelle altre cose le devi provare sulla tua pelle per conoscerle davvero; e forse, se gliele dicessi, sarebbe più pronto quando capiteranno a lui, io però non me la sento di dargli una mazzata così grande, e ad essere onesto non me la sento nemmeno di espormi così tanto.

“E le due punture che ti fanno ogni mattina, a cosa servono? Dovrò farle anch’io?”

“Una è l’anticoagulante, e mi serve perché ho il gesso, perciò quella te la scampi di sicuro!”

“Ah, meno male!” esclama lui sollevato. “Cioè, scusa…, non volevo dire che…”.

Io sorrido e scuoto la testa. “Smettila di scusarti sempre per tutto! Mica è colpa tua se ho la gamba ingessata, no?”

“No… Però, ecco… mi dispiace che tu non te la scampi.”

“Va bene!” gli dico ridendo. “Grazie…!”

“E l’altra?”

“L’altra è il fattore G., per il sistema immunitario. In pratica serve a mettere al lavoro i globuli bianchi, che con la chemio se ne vanno in vacanza.”

“Fattore G…. Me lo ricordo questo nome. Ieri lo hai messo nell’elenco delle cose peggiori che ti sono toccate da quando sei in ospedale.”

“Sì.”

“Perché?”

“Perché dopo sembra che ti prendano a bastonate dappertutto.”

“Ah…”; si alza dal suo letto e comincia a camminare nervosamente avanti e indietro per la stanza. “E questa pensi che dovrò farla anche io?”

“Non lo so” gli rispondo stringendomi nelle spalle. “Dipende da come reagiscono le tue difese alla chemio”; alla mamma mi ricordo che ogni tanto le toccava, ma non tutti i santi giorni come a me.

“E i capelli?” mi chiede fermandosi vicino alla finestra e lanciando un breve sguardo fuori. “Dopo quanto tempo cadono?”

“Dopo due settimane, più o meno. Ma non cadono tutti subito. Ci mettono un po’.”

“Un po’ quanto?”.

Io sospiro e mi stringo di nuovo nelle spalle. “Non te lo so dire. Io dopo cinque giorni li ho rasati tutti perché non mi piaceva vederli cadere.”

“Li hai rasati tu?!” mi domanda lasciandosi cadere seduto sul davanzale interno della finestra. “Da solo?!”

“Sì. Da solo.”

“Io non potrei mai” mi dice con lo sguardo smarrito. “Come hai fatto a trovare il coraggio?”

“Ah, non lo so!” esclamo io lanciando la pallina molto in alto. “Non lo so proprio”; so solo che poi non riuscivo più a smettere di ridere e di piangere.

“A mia madre verrà una crisi isterica. Già non fa che piangere sempre. La tua come l’ha presa?”

“La mia è morta prima che mi ammalassi.”

“Oddio… Scusa, io…”

“Smettila.”

“Ma non volevo…”

“Non hai detto niente di cui scusarti. Piantala.”

“Va bene.”

“Mio padre invece non l’ha presa granché bene. E pensare che è un militare…”

“Oh…! Sai che mio padre lavora all’aeroporto militare?! Magari si conoscono.”

“Ah, può essere! Chissà… Adesso è in missione. Mia sorella in compenso non ha saltato un giorno, da quando sono qui.”

“E anche Giulia viene tutti i giorni?”

“Praticamente sì”.

Lui arrossisce e sorride: “Dev’essere bello avere una ragazza.”

“Tu non ce l’hai?”

“No.”

“Guarda, forse nella nostra situazione è meglio così. Fidati.”

“Ma… come…?! Cioè…”.

Io ho pensato a voce alta e lui è imbarazzatissimo.

“Non capire male, sono pazzo di Giulia! Però a volte mi sembra di essere un peso per lei”.

E a volte è lei a essere un peso per me, che ne ho già abbastanza del dovermi preoccupare di me stesso, di Asia e di mio padre, senza bisogno di metterci dentro pure lei.

“E tuoi amici, invece? Come hanno preso la tua malattia?”.

Bella domanda. La verità è che non lo so. Con Mattia è sempre stato così facile parlare di tutto, perfino della malattia della mamma, ma non so perché della mia proprio no. O forse il perché lo so: per me è inaccettabile che lui e gli altri mi vedano con occhi diversi.

“Non lo so. Li ho tenuti alla larga”.

Lorenzo sospira e si appoggia una mano sulla fronte. “È quello che sto facendo anche io. Nemmeno al mio migliore amico sono riuscito a dirlo. Ogni volta che penso di dirglielo, poi mi manca il coraggio”.

Io annuisco e piego le labbra di lato: “Il al mio gliel’ho detto, ma poi gli ho imposto di non parlarne più. Non ho voluto nemmeno che venisse a trovarmi qui, anche se poi ha fatto di testa sua ed è venuto lo stesso.”

“E tu ti sei arrabbiato?”

“No, alla fine mi ha fatto piacere”.

La pallina mi cade per terra, e lui si alza per raccoglierla.

“Giochi a tennis?” mi chiede restituendomela.

“No, questa me l’ha lasciata un vecchio compagno di stanza. Io faccio pallanuoto”.

Anche se forse sarebbe più giusto dire “facevo”, dato che gli allenamenti saranno già ricominciati ed io posso solo sognarmeli.

“Ah, davvero?! Io faccio nuoto” dice lui sorridendo. “Che bello! Allora abbiamo una cosa in comune!”

“Oltre alla passione per la Coca Cola!” esclamo puntando l’indice contro di lui.

E oltre al cancro.

Ma questo me lo tengo per me.

 

“Cazzo! Mi hai battuto di nuovo!” mi lamento sbattendo la mano sul tavolo; dopo cena io e Lorenzo ci siamo messi a giocare a Burraco, ed è già la seconda partita che perdo. “Facciamone un’altra. Non mi do pace finché non vinco!”

“Va bene” sorride timidamente lui, cominciando a mescolare le carte. “Ma oggi Giulia non viene?”

“Sì sì, viene” gli rispondo guardando l’ora sul cellulare: le 18:53. “Però ha detto che ritarda un po’, facciamo in tempo!”.

Pochi minuti dopo le 19, quando io sono finalmente lì lì per vincere, bussano alla porta, ma non è Giulia; è un ragazzo dai capelli neri come i miei, molto corti, quasi rasati, ed è altissimo, se non quanto Ulisse, almeno quanto Carlo. A giudicare dalla faccia di Lorenzo, direi che lo conosce, e che è molto sorpreso e felice di vederlo; sembra quasi che stia per piangere. Che sia Francesco, suo fratello? No, ora che ci penso non può essere, perché mi ha detto che ha due anni in meno di lui, quindi tredici, e questo qua invece avrà più o meno la mia età, se non di più.

“Ciao fratello!” lo saluta sorridendo.

Lorenzo si alza di scatto per andarlo ad abbracciare, e poco ci manca che ribalti il tavolo con tutte le carte. Quello lo stringe così forte che ho paura che lo stritoli (ha due braccia notevoli, più grosse delle mie), e lo solleva pure da terra.

“Potevi dirmi che venivi…” gli dice Lorenzo arrossendo, quando lo lascia andare.

“Ma è più bella la sorpresa no?!” ribatte lui strizzando un occhio, e poi si avvicina a me. “Ciao, sono Mario” mi dice porgendomi la mano.

“Leo” rispondo io stringendogliela.

“Oh!” esclama poi guardando di nuovo Lorenzo. “Vedo che hai trovato qualcun altro da ammorbare col Burraco!”; gli ha dato un pugno sul bicipite, e secondo me gli ha pure fatto male, perché lui fa una smorfia e comincia a massaggiarselo.

“E daglielo indietro, no?!” gli suggerisco io, indicando Mario con la mano, anche se in effetti non so quanto male possa fargli.

“Ah, non lo fa mai!” mi risponde Mario porgendo a Lorenzo un sacchetto. “Te lo manda mio padre.”

“Oh… grazie…”; Lorenzo lo prende, e ne tira fuori un involucro che ha tutta l’aria di essere qualcosa di delizioso, perché ha un profumo da mandare ai matti.

“Mangialo subito che è ancora caldo”.

Un panino con la salsiccia. Non so cosa darei per poterlo mangiare. Sorrido, pensando a Mattia che mi aveva portato anche lui un panino, ma poi mi viene in mente che quella giornata l’ho praticamente passata a vomitare e l’ho finita in sala operatoria, e il mio sorriso svanisce subito.

“Ho appena cenato…” dice Lorenzo titubante, mentre si mangia il panino con gli occhi. “Non so se…”

“Beh, fai a metà con lui” ribatte Mario indicandomi.

“A metà può andare. E tu non ne vuoi?”

“Io ne ho mangiato uno prima di venire qua, e dopo devo pure uscire a cena.”

“Ah… ok… Allora facciamo a metà io e Leo”.

Sto per accettare senza dare retta a quella voce fastidiosa nella mia testa, che è un misto tra quella della Lisandri e quella di Crudelia, ma so benissimo che il mio stomaco domani ne avrà già abbastanza della chemio, senza che io ci butti dentro qualcosa che mi farà male di sicuro.

“Io passo, grazie” gli dico piegando le labbra di lato.

“Non ti piace la salsiccia?”

“Oh sì che mi piace! Ma meglio di no.”

“Ti giuro che per me è davvero troppo.”

“E per me è troppo pure un morso. È tra la roba che non posso mangiare.”

“Oh…” lui mi guarda, dispiaciuto, e appoggia il panino sul tavolo. “Dici che forse non posso mangiarlo nemmeno io?”

“Tranquillo! Tu puoi.”

“E come lo sai?”

“Io so tutto, no?!”

“Ma sei sicuro che…”

“Mangia quel panino e non rompere!”

“Dagli retta, sennò ti dà il tormento!”.

Tutti e tre ci giriamo subito verso la porta: è arrivata Giulia.

 

GIULIA?!?!”.

No, non sono stato io a urlare il nome della mia ragazza, ma è stato Mario, che si alza immediatamente dalla sedia, e con le sue gambe chilometriche in due falcate la raggiunge, la abbraccia, e non contento la solleva da terra come ha fatto prima con Lorenzo, anzi peggio, perché la fa pure girare, mentre lei ride e gli dice con poca convinzione di metterla giù.

Comincio a contare mentalmente fino a dieci, ma devo avere la faccia in fiamme, e Lorenzo mi rivolge uno sguardo stupito e imbarazzato. Finalmente quello là la mette giù, ma continua a tenerle le mani sui fianchi, come facevo sempre io prima della carrozzella, solo che lui si deve chinare un bel po’.

Penso che la mia pressione stia arrivando alle stelle e oltre.

“Sempre più figa, eh?!”.

Ok, se faccio una scenata di gelosia va a finire di sicuro che io e Giulia litighiamo, e non ne ho per niente voglia; così come non ho voglia di mettere a disagio Lorenzo più di quanto non sia già, ma… quando cazzo le toglie le mani di dosso?! E lei quando cazzo si ricorda che sono qua?!

“Direi che vi conoscete” dico schiarendomi la voce, cercando di non far trasparire la mia agitazione.

“Eravamo compagni alle medie!” mi spiega Giulia, e finalmente si allontana da lui e viene a salutarmi.

“Ah però!” esclama Mario quando lei mi dà un bacio sulle labbra. “Non stai più con Fabio, a quanto pare!”.

Ci mancava solo questo Fabio, adesso!

“A quanto pare no” gli rispondo io, tirando Giulia verso di me per farla sedere sulle mie gambe, e lui sorride tra sé e sé.

“Ti sei iscritta al classico, mi pare” le dice lui sedendosi vicino a noi. “Con Cecilia.”

“Sì. E tu? Non mi ricordo.”

“Io faccio il ragioneria. Sono insieme a Claudio e Christian”; le sta fissando le gambe, cazzo! Ma proprio spudoratamente! “Senti, ma Cecilia è impegnata?”

“Impegnatissima!” esclama Giulia ridendo.

“Pure lei…, peccato! Ma del resto non posso pretendere che due ragazze così belle siano ancora sul mercato!”

“Prova a guardare quelle libere, magari” gli dico io con tono sarcastico. “Magari ne rimedi una pure tu.”

“Ma le migliori mi sa che le hanno già prese” ribatte lui con lo stesso tono.

“Mi sa anche a me!”

“Perché non andiamo al bar a prenderci qualcosa da bere?” propone Lorenzo a Mario, alzandosi.

“Non hai ancora mangiato il tuo panino” gli risponde lui.

“Lo mangio dopo. Dai, andiamo, voglio una Coca.”

“Bravo” dico io a Lorenzo.

Almeno mi toglie dalle palle questo qua! E poi, ora che ci penso, non potrei nemmeno stare in una stanza con tutte queste persone.

“Ne prendo una anche per te?” mi chiede lui. “Giulia, tu vuoi qualcosa?”.

Entrambi rispondiamo di no, e loro se ne vanno, ma prima Mario guarda Giulia e le sorride. “Dovremmo organizzare una rimpatriata con tutta la classe!”

“Sarebbe divertente!” gli risponde lei.

“Bene! Dopo ti mando la richiesta di amicizia su Facebook”.

 

“Non penserai di accettargliela?!” domando a Giulia, cercando il suo sguardo, quando restiamo da soli.

“Che c’è di strano, scusa? Era un mio compagno di scuola!”

“Che aveva un debole per te!”

“Non aveva un debole per me” sospira lei accarezzandomi la nuca. “Mario ha un debole per tutte le ragazze, nessuna esclusa!”

“Quindi non sei esclusa nemmeno tu!”

“Oooh!” sbuffa lei alzando gli occhi al cielo. “Adesso non vorrai mica litigare per Mario?!”

“No…”; non voglio litigare, e tantomeno per Mario, però mi stanno girando le palle a elica. “Ma pensi di farla davvero la rimpatriata?”

“È una bella idea! Perché no?!”

“Perché a parte lui, chissà quanti altri ce n’erano della tua classe che ti venivano dietro!”

“Lo stesso vale per te!” esclama lei incrociando le braccia. “Pure tu l’hai fatta la rimpatriata, qualche mese fa! Vuoi farmi credere che nessuna delle tue compagne aveva una cotta per te?!”

“Ma chi si ricorda!” dico io sfregandomi un occhio; in realtà mi ricordo benissimo, ovviamente, e a quella famosa rimpatriata che dice lei ci hanno provato in tre. “Comunque, non vorrai mica invitarlo al tuo compleanno, vero?”

“Ma non credo… no! L’ho appena rivisto dopo due anni!”

“Ma al tuo compleanno mancano ancora tanti giorni. Fai in tempo a frequentarlo e a cambiare idea!”

“Dai, basta parlare di questo…” mi dice lei buttandomi le braccia al collo. “Già che sono arrivata tardi…! Tra un po’ vengono a cacciarmi via! Non c’è Crudelia, vero?”

“No, c’è Chiara.”

“Ah, meno male!”

“Però Crudelia mi tocca domattina per la chemio, pensa che fortuna!”

“Oh cavolo…!”

“Già… Le disgrazie non vengono mai sole, no?!”

“A che ora ce l’hai la chemio?”

“Non lo so di preciso… Prima bisognerà aspettare i risultati del prelievo e il via libera della Strega.”

“Ho guardato gli orari degli autobus… Volendo per le nove potrei essere qui.”

“Volendo che?!” le chiedo io in tono serio, fissandola negli occhi.

“Ho pensato che…, non lo so… Vorrei farti compagnia.”

“Sei matta?! Scordatelo!”

“Ma perché?!”

“Non sai di cosa stai parlando.”

“E allora lo voglio sapere! Voglio esserci”.

Ci mancava questa bella trovata, adesso! Penso che non ci arriverò sano di mente, in fondo a questa giornata.

“Giulia, non è proprio il caso.”

“Lo so che starai male…, ma ci voglio essere lo stesso. Magari se ci sono io…”

“Magari cosa?!” le domando con un sorriso sarcastico. “Magari se ci sei tu non starò di merda?!”.

Lei arriccia le labbra e abbassa lo sguardo, poi mi prende una mano. “Magari ti distraggo, ti aiuto a non pensarci, a non…”

“Non funziona così” le dico con tono secco. “E quello di domani sarà pure il ciclo peggiore fatto finora. Se vieni anche tu non cambia niente. Anzi, per me è pure peggio.”

“Facciamo un tentativo, almeno!”

“No, non se ne parla!”

“Ma perché?!” sbotta lei alzandosi di scatto. “Mi stai di nuovo tenendo alla larga! E mi hai promesso che non lo facevi più!”

“Io ti ho promesso di non dirti più palle, ma da qui a farti stare con me durante la chemio…, ce ne passa!”

“Ma proviamo!”

“No. Domani è già tanto se ti concedo di venirmi a trovare, guarda!”

“Ah! Grazie tanto per la concessione, allora!”

“Senti Giulia, non ho le forze per stare a discutere di questo. È così e basta. Punto!”

“Ah, non hai le forze per discutere di questo?! Prima però, per le tue paranoie e la tua gelosia senza senso, le forze per discutere ce le avevi eccome!”

“Ma lo capisci che sono nella merda fino al collo, e che tu non puoi fare niente per migliorare la situazione?! Prima lo accetti, e meglio è!”

“Non posso migliorare la situazione, ma posso fare stare meglio te!” urla lei esasperata, incrociando le braccia. “Perché non me lo lasci fare?!”

“Perché non è vero!” ribatto alzando la voce anch’io. “Non mi puoi fare stare meglio! Nessuno può! Nessuno! Nemmeno tu!”

“Ma lascia almeno che ci provi!”

“No! È inutile! Fattene una ragione!”

“Non posso farmene una ragione! Sei il mio ragazzo!”

“E allora trovati un ragazzo sano! Così risolvi il problema!”.

Lei stringe forte le braccia e annuisce nervosamente; ha lo sguardo così ferito, e ha gli occhi pieni di lacrime; potrebbe scoppiare a piangere da un momento all’altro, ma non lo fa.

Mi fissa in silenzio, in un misto di rabbia e dolore che non so come riesce ancora a controllare. Annuisce di nuovo, con una mano si asciuga le lacrime che hanno cominciato a scendere, mentre l’altra rimane ferma sulla sua vita, come se si stesse abbracciando da sola; forse si aspetta che io mi scusi per quello che ho appena detto, o che le dica qualsiasi altra cosa, ma io non ce la faccio a dirle niente, e sostengo il suo sguardo in silenzio.

“Vaffanculo Leo”; non me lo urla addosso, lo dice quasi senza voce, in un sussurro straziato.

Poi afferra la sua borsa e se ne va.

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