Capitolo 240: Domenica, 19 agosto 2012

Quando ho iniziato a scrivere questo capitolo, avevo ben chiaro in testa da dove partire e dove volevo arrivare; tutto ciò che stava in mezzo mi era del tutto sconosciuto, e addirittura temevo di non riuscire a raggiungere le 4 pagine che mi prefiggo di solito. Invece, come al solito, Leo mi ha sorpreso, le sue emozioni mi hanno travolto, e ne è risultato un capitolo di 7 pagine, davvero “denso” di pensieri, avvenimenti ed emozioni…
Altro non vi dico!

 

Domenica, 19 agosto 2012

Matteo sta per andarsene; è già stato dal dottor Abele per la lettera di dimissioni, e ha già raccolto tutte le sue cose.

È strano, lo conosco da meno di una settimana eppure mi sento come se stesse andando via un mio amico di vecchia data; è come se qui dentro tutto fosse amplificato, è come se le emozioni fossero più vivide, nel bene e nel male, ed è come se ci si attaccasse con le unghie e con i denti a qualsiasi cosa assomigli alla vita vera.

Ed è questo che è stato Matteo per me: una parentesi di vita vera.

Le sere passate a fare tardi giocando alla Play, i battibecchi, le risate, i discorsi importanti, hanno in qualche modo riempito le mie giornate e mi hanno fatto sentire meno solo; e adesso dovrò riabituarmi al cambiamento, ancora una volta.

“Non mi mancherà vederti girare per la stanza in mutande!” esclamo ridendo mentre lui tira su il manico del suo trolley.

“Ma se sono un bellissimo spettacolo!” ribatte dandomi un colpo su una spalla. “Chiedi a Giulia!”.

Io ignoro la sua provocazione e scuoto la testa: “A proposito… vedi di tenere d’occhio il tuo amico!”

“Ma chi? Tommaso?”

“Eh…”

“Stai tranquillo! Gli ho già detto che dietro a Giulia posso sbavare solo io!”

“Fanculo!” rido dandogli una leggera spinta.

“Però pure tu, Mister Sorriso… lo dovevi mettere in conto che con una ragazza così bella avresti avuto tanti rivali!”

“Certo che l’ho messo in conto! Non avevo messo in conto di beccarmi il cancro, però! E di dovermene stare chiuso in un ospedale per dei mesi…, con tutti i rivali a piede libero!”.

L’ho fatto di nuovo.

Ho tirato di nuovo in ballo la Bestia, come se nulla fosse, e di conseguenza l’ho messo a disagio; a salvare la situazione ci pensa il suo cellulare che comincia a squillare.

“Ehi dimmi… sì, sì, tutto ok… sto arrivando. Arrivo… ciao!” dice rimettendosi il telefono in tasca. “I miei mi stanno aspettando giù… vado!”; mi sorride malinconico ed io non posso che ricambiare nello stesso modo.

“Fatti sentire ogni tanto, eh!” gli dico sforzandomi di fare un sorriso un po’ più allegro.

“Certo! Comunque presto devo tornare per scucire i punti… passo a trovarti!”

“L’hai detto, eh?!”

“Sì, giuro! Tu piuttosto, scrivimi domani… quando ti sarai ripreso dal rincoglionimento!”.

Domani.

Domani a quest’ora sarò sotto ai ferri.

Al solo pensarci mi manca l’aria.

Annuisco in silenzio, ci guardiamo negli occhi, e non serve dirsi altro: ci abbracciamo di slancio, con forza, poi lui si lamenta che gli faccio male alla spalla e ci separiamo.

“È stato un piacere, Mister Sorriso.”

“Anche per me, Riccioli d’oro!”.

Sta per andarsene ma poi ci ripensa; infila la mano nella tasca esterna del trolley e prende la sua famosa pallina da tennis. “Toh!” esclama lanciandomela, ed io la afferro al volo, sorpreso. “Te la lascio!”

“E tu?”

“Io a casa ne ho decine…”

“Va bene…” sorrido io. “Grazie!”

“Così quando hai le palle girate, o devi farti venire in mente una grande idea… o semplicemente ti stai annoiando… puoi cominciare a lanciarla… e vedrai che ti aiuta… in ogni caso!”.

Sorrido annuendo e alzo una mano per salutarlo: “Ciao Matteo.”

“Ciao Leo” risponde lui con un sorriso, prima di andarsene.

 

È strano pranzare da solo, dopo tutti questi giorni; il tavolino mi sembra persino troppo grande. Il pranzo della domenica come al solito è migliore di quello degli altri giorni, e lo mangio di gusto, ma il silenzio un po’ mi inquieta.

Accendo la radio, per non dover sentire solo il rumore di me che mastico e quello delle posate contro il piatto; stanno passando Endless Summer e mi sento quasi preso per il culo: non voglio sentir parlare di una divertentissima estate infinita quando la mia fa davvero schifo; cambio stazione e ci sono i Fun con Some nights: questa canzone mi è sempre piaciuta, ma adesso è come se le sue parole assumessero un nuovo significato e la guerra di cui parla fosse la mia.

Oh Lord, I’m still not sure what I stand for
What do I stand for?

What do I stand for?
Most nights, I don’t know…

Mi mette addosso un po’ d’angoscia, ma decido di lasciarla e torno a sedermi per finire di mangiare, mentre guardo sul cellulare le notizie di Facebook.

 

E così sono di nuovo da solo.

Ho la camera e il bagno di nuovo tutti per me.

Nessuno che mi voglia coinvolgere in una conversazione quando non ne ho voglia.

Nessuno che abbia bussato alla porta, rompendo perché gli serviva il bagno, mentre io mi stavo godendo una delle mie lunghissime docce; nessuno mi ha disturbato, e la mia doccia me la sono proprio goduta, ma quando poi mi sono buttato sul letto, mi ha pervaso uno strano senso di noia.

Sono le 5 di pomeriggio, mancano ancora due ore prima che arrivi Giulia, ed io non so cosa fare.

Cosa facevo prima di Matteo?

Gioco un po’ alla Play, ma da solo mi sembra di non divertirmi più.

Facebook ed Instagram sono tempestati di foto e video dei miei amici e di Giulia in piscina.

Il mio nervosismo sta raggiungendo livelli poco tollerabili.

Mi alzo.

Lancio il telefono sul letto; rimbalza sul materasso e per poco non vola giù per terra.

Basta, vado dai Braccialetti Bianchi!

 

“Ehi Leo! Ciao!” mi saluta Lucia quando mi vede entrare.

“Ciao…” rispondo io senza troppo entusiasmo.

“Brutta giornata?”

“Abbastanza…”

“Vai pure a vedere i bambini, allora” mi sorride lei.

“C’è qualche nuovo arrivato?”

“Sì…” mi dice seguendomi fino al vetro che dà sul nido, e indicandomi due culle. “Roberto… e Irene.”

“Irene…” ripeto io sorridendo tra me e me.

“Sì… ti piace questo nome?”

“Sì…”

“Ha un caratterino… nemmeno ventiquattro ore che è al mondo e sa già quello che vuole!”.

Lucia torna al suo lavoro, ed io me ne sto lì a lungo, vagando con lo sguardo un po’ su tutti i bambini, anche se alla fine è sempre da Irene che tendo ad essere attratto, dai suoi occhioni spalancati e dalla sua testa piena di capelli neri.

Sarebbe bello, un giorno, avere una figlia e chiamarla Irene… chissà se succederà. Con la chemio rischio di non riuscire ad averne, di figli… Con solo sei cicli il rischio è ridotto al minimo, ma nessuno mi assicura che non dovrò farne molti altri; credo che mi dispiacerebbe dover rinunciare all’idea di diventare padre, però non mi pento di non aver voluto “preservare la mia fertilità” facendomi una sega dentro ad un contenitore, per poi congelare tutto; se un giorno avrò un figlio lo voglio avere normalmente, e non grazie a qualche diavoleria scientifica. E se non sarà possibile…, beh, me ne farò una ragione. Ormai sono diventato così bravo a dovermene fare una ragione… su così tante cose. È inutile preoccuparmene adesso, non so nemmeno se ci arriverò all’età in cui si desidera avere tra i piedi quei piscioni urlanti.

Uff, pare che oggi nemmeno i Braccialetti Bianchi riescano a tirarmi su il morale; in più è come se anche loro percepissero il mio nervosismo e hanno cominciato a piangere quasi tutti contemporaneamente, facendo impazzire Lucia e Rebecca.

Meglio se ne me vado.

 

Quando arrivo davanti alla stanza di Rocco, vedo che c’è Piera seduta sul suo letto, di schiena alla porta; è vestita da pagliaccio ed è china su di lui a riempirlo di baci e carezze; non voglio disturbare e sto quasi per andarmene, ma lei deve aver sentito che è arrivato qualcuno e si volta.

“Leo!”

“Ciao… scusa, non volevo disturbarti…”

“Ma che dici? Vieni pure! Cosa fai lì fermo sulla porta?!”

“Ciao Rocco” dico entrando e avvicinandomi a lui; lo guardo in viso e noto che ha un’espressione molto serena: dev’essere l’effetto che gli fa sua madre.

“Volevi parlare un po’ con lui? Vi lascio subito da soli.”

“Ma no… meglio di no. Sono solo passato a salutarlo… ma meglio se non ci parlo, oggi potrei solo deprimerlo e basta”.

Piera mi guarda e accenna un sorriso materno, per poi alzarsi in piedi: “Senti, io sto andando in ludoteca dai bambini, perché non vieni con me?”

“Non lo so…” dico scuotendo la testa. “Oggi è come se irradiassi malumore… finirei col contagiarli tutti…”

“Ma va’!” esclama lei ridendo. “Io scommetto invece che saranno loro a contagiare te col buonumore!”

“Non lo so, Piera, davvero…”

“Che ti costa? Se poi non ti va… te ne vai! Dai che ci divertiamo! Mi serve proprio un aiutante oggi!”

“D’accordo, vengo con te… ma non ho voglia di fare niente. Guardo e basta!”.

 

Come non detto.

Non appena entro in ludoteca vengo letteralmente preso d’assalto dai bambini, anche perché non mi faccio vedere da un po’ di giorni, e tutti cominciano ad insistere per fare il gioco dove imito gli animali, così mio malgrado finisco per restare lì per quasi un’ora a rendermi ridicolo e a farli ridere; rido anch’io, mi scrollo di dosso un po’ di tensione, e mi sento meglio.

Alle 18:30 vanno via tutti perché è ora di tornare nelle proprie camere per la cena, ma prima di andarsene Giacomo mi abbraccia forte, appoggiando la testa sul mio fianco, e sembra non volermi lasciare. Sto per promettergli che torno domani, ma riesco a fermarmi in tempo quando mi viene in mente dove sarò domani.

“Domani torno a casa” mi dice lui; ha ancora la testa premuta contro di me, e la sua voce esce soffocata.

“Davvero?!”

“Sì… i dottori hanno detto che sono guarito.”

“E non sei contento?” gli domando accarezzandogli la testa.

Lui mi guarda e mi rivolge uno dei suoi splendidi sorrisi sdentati: “Sì! Però mi mancheranno i miei amici di qui… anche se sono contento di tornare dagli altri miei amici! Sai che il dottore mi ha detto che presto mi ricresceranno i capelli?”.

Io annuisco e lo guardo perplesso. “Ma anche di questo non mi sembri molto contento!”

“È che… insomma… ho pensato che…”

“Cosa?” gli chiedo sorridendo.

“Non è che adesso la Fatina dei Capelli vuole indietro tutti i suoi regali?”

“Ma no!” rido io appoggiandogli le mani sulle spalle. “Non li vuole indietro!”

“Sei sicuro?”

“Sicurissimo!”.

Giacomo sospira di sollievo; “Meno male!” esclama facendo un mega sorrisone. “Ma a te la Fatina dei Capelli cosa ti ha portato? Non me l’hai mai detto!”.

Cosa mi ha portato?

Cosa si è portata via, vorrai dire.

Ok, non posso essere cinico con un bambino. “Tanti fumetti e una principessa” è la prima cosa che mi viene in mente.

“Wow! Che fumetti?!” mi domanda mentre io rido. A quanto pare, a otto anni, della principessa non gliene può fregar di meno.

 

La principessa è in ritardo di dieci minuti.

Troppo per i miei gusti, considerando che abbiamo a disposizione solo un’ora; vabbè, è vero che in un modo o nell’altro riusciamo sempre a strappare agli infermieri almeno un quarto d’ora in più, e oggi è pure il turno di Ester, però mi girano lo stesso, anche perché non solo non mi ha avvisato, ma nemmeno mi risponde al telefono. Mi siedo sul letto e sfoglio distrattamente una rivista, ma continuo a guardare l’ora ogni minuto: le 19:17.

Comincio ad essere preoccupato.

Provo a richiamarla per l’ennesima volta, e finalmente mi risponde: “Arrivo, scusami!” mi dice, e mette giù prima che possa chiederle qualsiasi cosa. Rimango col telefono in mano come un cretino, disorientato, e sempre più agitato: la sua voce mi è sembrata strana.

Finalmente arriva: è in tenuta da piscina, ha il fiatone per aver corso, e gli occhi rossi come se avesse pianto.

“Ciao… scusa… ho fatto tardi” dice abbracciandomi e tenendomi stretto.

Io ricambio l’abbraccio, ma dal momento che non accenna a volersi staccare da me, ad un certo punto sono io ad allontanarla piano e a cercare il suo sguardo: “Tutto bene?”

“Sì sì!” si affretta a rispondermi con un sorriso, ma non riesce a sostenere il mio sguardo.

“Giulia…”

“Va tutto bene, giuro!”

“Perché sei arrivata così tardi?”

“Mia madre è arrivata in ritardo.”

“Ti ha accompagnata lei?”

“Sì. Ero in piscina con gli altri e le ho detto di venirmi a prendere alle sette meno venti… ma lei ha ritardato.”

“Ok… E perché hai pianto?”

“Ma non ho pianto!”

“Hai gli occhi rossi.”

“Sarà stato il cloro… Ma cos’è?! Un interrogatorio?!” sbotta lei incrociando le braccia. “Mi dispiace di aver fatto tardi. Dobbiamo perdere altro tempo a discuterne?”.

Io mi mordicchio il labbro: c’è qualcosa che non mi convince. “Hai litigato con tua madre?”

“Ma no!”

“Hai litigato con tua madre per me? Per il fatto che vieni qua tutti i giorni? Magari lei non è d’accordo…”

“Ma cosa vai a pensare?!” esclama andandosi a sedere sul mio letto. “Oh… Matteo se n’è andato?” mi chiede notando quello che era il suo letto, ormai disfatto.

“Sì, stamattina.”

“Sei contento di riavere tutta la stanza per te?”

“Stai cambiando discorso.”

“Dai, vieni qua” dice battendo la mano sul materasso. “Finalmente possiamo starcene un po’ da soli! Non hai voglia di coccole?”

“Ho voglia di sapere cosa cazzo è successo!” le rispondo alzando la voce. “Allora?! Hai litigato con tua madre a causa mia?!”

“Ti ho già detto di no!” esclama lei alzando la voce a sua volta, con gli occhi lucidi.

Io sospiro e mi passo le mani sulla testa, in questo gesto per me così istintivo, alla ricerca dei capelli che ormai da tre settimane non ci sono più; mi prendo un momento per evitare di urlarle addosso, e poi mi avvicino a lei e mi inginocchio davanti alle sue gambe. “Giulia… è stata una giornata veramente… guarda, non so nemmeno come definirla!”; sbuffo, appoggiando le mani sulle sue ginocchia e guardandola negli occhi. “Sono… molto nervoso. Non ti voglio scaricare addosso tutte le motivazioni, ma ti garantisco che oggi sono davvero di pessimo umore e…”; sospiro ancora. “Così non mi aiuti. C’è qualcosa che non mi stai dicendo… e qualsiasi cosa sia è meglio se me la dici”. Lei distoglie ancora lo sguardo e gioca nervosamente con l’elastico per capelli che ha al polso. “Guarda che così… finisce che immagino chissà cosa… qualsiasi cosa!”; lei deglutisce e non riesce più a trattenere le lacrime, ed io mi alzo di scatto e la fisso negli occhi: “Mi hai tradito?! È così?!”

Cosa?!” mi domanda lei con la voce strozzata.

“Ti sei vista con Tommaso?! Mi hai tradito con lui?!”

“Ma come puoi pensare una cosa del genere?!” grida lei tra le lacrime, alzandosi a sua volta.

“E allora che cazzo è successo?!” urlo camminando avanti e indietro per la stanza. “Cazzo, Giulia! Finisce che spacco qualcosa!”.

Lei fa un respiro profondo: “Va bene, te lo dico, però promettimi che non…”

“Io non ti prometto proprio niente!” urlo continuando a camminare.

Lei prende fiato e poi lo dice: “Daniele… ci ha provato con me”.

Mi fermo all’improvviso e la guardo incredulo; per un attimo credo di non aver capito bene; ha veramente detto che Daniele ci ha provato con lei?

Il mio amico Daniele ci ha provato con la mia ragazza?

“Come sarebbe?” le domando lasciando ricadere le braccia.

“Il motorino di Cecilia non partiva e… così lui si è offerto… di accompagnarmi qua da te… Ci siamo fermati perché doveva fare benzina e…”.

Chiudo gli occhi e mi stringo la fronte con una mano: non è possibile. Non so nemmeno se voglio sentirlo quello che sta per dirmi; aspetto, ma lei non dice niente, così riapro gli occhi e la guardo: “Ha provato a baciarti?!”

“Sì…”

“Cazzo!” urlo dando un pugno al muro, facendomi un male assurdo e non riuscendo a trattenere un gemito di dolore.

“Leo!” esclama Giulia allarmata avvicinandosi a me, mentre io mi tengo la mano destra stretta nell’altra. “Ecco, vedi! Lo sapevo che non dovevo dirtelo!”

“Ti ha…”; faccio fatica a parlare; non so se in questo momento mi faccia più male la mano o l’idea che quello stronzo possa averla toccata. “Ha provato a toccarti?!”

“No!”

“Tanto adesso non me lo diresti!” urlo agitando in aria le mani.

“Leo, sanguini!”

“Cosa vuoi che me ne fotta adesso?! Dimmi se ti ha toccata!”

“No! Te lo giuro!”.

Non ha abbassato lo sguardo, mi sembra sincera. Mi guardo le mani e sono tutte sporche di sangue: sto anche gocciolando sul pavimento; vado in bagno e le metto sotto il getto dell’acqua fredda; la mano destra mi brucia da matti: mi sono praticamente spaccato tutta la pelle delle nocche, che coglione! Appena provo ad allontanarla dall’acqua, ricomincia subito a sanguinare.

“Vado a chiamare qualcuno?” mi chiede Giulia preoccupata.

“No.”

“Ma…”

“Ti ho detto di no! Piuttosto, prendimi un asciugamano” le dico indicando l’armadietto con la mano sinistra mentre tengo la destra ancora sotto l’acqua.

“Tieni…”. Afferro l’asciugamano e me lo avvolgo intorno alla mano; cazzo, fa malissimo. Torno in camera e cerco di pulire il pavimento con dei fazzoletti, ma peggioro solo la situazione. “Faccio io” dice Giulia prendendo dalla sua borsa una bottiglietta d’acqua.

“No, dai…, non voglio che…”

Faccio io” ripete lei con tono deciso, ed io mi arrendo e vado a sedermi sul letto; credo si senta in colpa per il fatto che mi sono fatto male. Restiamo in silenzio mentre lei finisce di pulire il pavimento; va in bagno a buttare via i fazzoletti e a lavarsi le mani, e poi si siede accanto a me.

“Che è successo poi?” le domando scostandole i capelli dal viso.

“L’ho mandato a fanculo e ho chiamato mia madre.”

“Deve ringraziare la Bestia, perché altrimenti al posto del muro ci sarebbe stato lui!”.

Anche se forse, se non ci fosse stata la Bestia ed io non fossi chiuso qui da così tanto tempo, lui non si sarebbe mai permesso di provarci con la mia ragazza.

Giulia sospira e abbassa lo sguardo: “Mi dispiace…”

“Smettila, non è colpa tua. Non l’hai mica incoraggiato… Non l’hai incoraggiato, vero?”

“Certo che no!”

“Niente che possa avergli fatto credere che…”

“Niente!” esclama lei a voce alta alzandosi dal letto. “A meno che tu non stia alludendo al modo in cui mi vesto!”

“Ma che cazzate dici?! Non penserei mai una cosa simile!”

“Dici sempre che me ne vado in giro nuda e che per questo tutti mi guardano!”

“Sì, mi fa incazzare che ti guardano! Ma non ho mai detto che questo li autorizza a provarci con te!”

“Va bene, basta…” sospira lei. “Non litighiamo… e soprattutto non… stasera” dice tornando a sedersi accanto a me.

“Non so cosa cazzo fare adesso…” dico tra me e me mordicchiandomi il labbro inferiore.

“Con la mano?”

“No, con quel bastardo!”. E cosa posso fare?! Sono chiuso qui, bloccato qui, e domani mi apriranno pure in due la gamba! Questa sensazione di impotenza fa schifo, è nauseante. “Mi vien voglia di scappare da questo posto, andarlo a cercare… e spaccargli la faccia!”

“Faresti fatica con quella mano…” dice Giulia accennando un sorriso. “Fa’ vedere”; tolgo l’asciugamano, e non sembra messa molto bene: sanguina ancora. “Vado a chiamare Ester?”

“Va bene, vai” sospiro io coprendo di nuovo la mano e cercando di stringere l’asciugamano più che posso, ma più stringo, più mi fa male.

 

Ester arriva immediatamente, a passo svelto, seguita da Giulia. “Leo, che è successo?!”

“Mi sono fatto male a una mano.”

“Sì, questo lo so già… Fammi vedere”; io scopro la mano e lei mi guarda allibita: “Ma cos’hai fatto?! Hai dato un pugno al muro?!”

“Sì…” rispondo a bassa voce. “Non dire niente!” aggiungo poi mentre lei scuote la testa.

“Riesci a muoverla?”

“Sì.”

“Fammi vedere. Apri e chiudi”. Io faccio come mi dice e ci riesco, ma fa davvero malissimo. “Ti fa molto male?”

“Parecchio.”

“Vado a prendere l’occorrente per medicarti. E poi devo avvertire un medico perché è meglio fare una radiografia.”

“No dai, non c’è bisogno!”

“Preferisci il dottor Rinaldi o la dottoressa Lisandri?” mi domanda con un sorrisetto.

“Il dottor Rinaldi” sbuffo io. Ci manca solo la Lisandri per completare questa giornata!

 

E invece la Lisandri me la becco lo stesso, perché pensa bene di passare da me, verso le nove e mezza, prima di smontare il turno e andarsene a casa.

Io sono sdraiato sul letto, con gli occhi chiusi e la musica a palla in cuffia, cercando ancora disperatamente di smaltire il nervosismo di questa giornata e l’ansia al pensiero di dove sarò tra dodici ore; a quanto pare spaccarmi la mano contro il muro non è stato sufficiente a scaricarmi.

Non l’ho assolutamente sentita entrare, e balzo a sedere di scatto quando mi sento toccare una spalla. È la prima volta che la vedo vestita in borghese e mi fa uno strano effetto.

“Buonasera…” dico togliendomi le cuffiette con la mano sinistra, cercando in tutti i modi di nascondere la destra, ma figuriamoci se lei si fa fregare così facilmente.

“Ciao Leo, sono passata a vedere come ti senti in previsione di domani…” mi dice prima che il suo occhio cada sulla mia mano bendata. “Cos’hai fatto alla mano?”

“Eh… ho sbattuto…” le rispondo sfregandomi un occhio.

“Hai sbattuto contro cosa?” mi chiede ancora mentre la prende per guardarla da vicino, ed io non riesco a trattenere una smorfia di dolore.

“Faccia piano”.

Lei sospira e scuote la testa. “Hai dato un pugno a qualcosa?”

“No. Gliel’ho detto: ho sbattuto!”

“Chi ti ha medicato?”

“Ester.”

“L’ha vista anche un medico?” mi chiede mentre me la muove, facendomi malissimo.

“Sì” rispondo sottraendola alla sua presa. “Ho fatto anche la radiografia. Non c’è niente di rotto”.

La Lisandri si passa una mano in mezzo ai capelli e si siede ai piedi del mio letto. Noto solo adesso che non indossa gli occhiali, probabilmente quando è in borghese non li usa. “Sei agitato per l’intervento? È per questo hai dato un pugno?”

“Le ho già detto che ho sbattuto!”.

Non credo di averla convinta, ma a quanto pare decide di lasciar perdere. “Pensi di farcela a dormire stanotte? Hai bisogno di un calmante?”

“Un calmante?! Come se non mi drogaste già abbastanza!”

“Dico sul serio Leo, è importante che tu dorma bene e che arrivi a domattina…”

Nelle migliori condizioni possibili” dico con enfasi, finendo la frase per lei.

“Sì.”

“Ma poi perché si preoccupa tanto?! Domani dormirò praticamente tutto il giorno!”

“Non è la stessa cosa.”

“Vabbè…, ad ogni modo non voglio prendere niente. Vedrà che dormirò lo stesso.”

“Come vuoi” sospira lei alzandosi. “Ci vediamo domani. Non fare tardi.”

“No… tra poco mi metto a dormire.”

“Buonanotte Leo” mi dice accennando un sorriso, fermandosi sulla porta.

“Grazie. Buonanotte anche a lei” rispondo avvertendo all’improvviso un enorme e pesante senso di vuoto.

Il rumore della porta che si chiude corrisponde allo spezzarsi di qualcosa dentro di me, e tutte le tensioni che ho accumulato negli ultimi giorni sfociano in un pianto incontrollato che mi lascia senza respiro. Quanto avrei voluto vedere la mamma su quella porta, a darmi la buonanotte, invece di un medico che ormai vedo più spesso di papà.

Quando finalmente riesco a smettere di piangere, vado in bagno a lavarmi la faccia e poi torno a letto, spegnendo la luce e provando a dormire.

Fai dei bei sogni.

Il mio Leone con la criniera da corvo.

Il Leone l’ha persa, la criniera, e ha perso pure i bei sogni, da quando tu non ci sei più.

Niente da fare: ricomincio a piangere.

Vedrai che andrà bene.

Vedrai che andrà bene.

Vedrai che andrà bene.

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2 commenti su “Capitolo 240: Domenica, 19 agosto 2012

  1. “Beccarmi il cancro”…Leo sa essere davvero spiazzante, sembra che ne parli come se si fosse beccato un raffreddore, come se l’essere ironico sulla questione la rimpicciolisse ad un “intoppo” nella competizione con i suoi ipotetici rivali in amore. Eppure è sempre così leale nel parlare delle cose, senza timore di chiamarle con il proprio nome che lo sappiamo non stia sminuendo il problema ma avvolgendolo nel suo linguaggio, capisco però la perplessità dei suoi interlocutori.
    Mi aspettavo il commiato da Mattia come un momento triste proprio perché l’ennesima “parentesi di vita vara” stava lasciando indietro, ancora una volta, il nostro Leoncino, ed invece la commozione l’ho ritrovata tra le righe di un tono scherzoso e nelle corde di due ragazzini della loro età.
    Adoro poi ritrovare l’origine di quei piccoli dettagli che, nel momento in cui vengono svelati, ti rendi conto di quanto ti siano rimasti impressi nella mente perché famigliari ed appartenenti al mondo ed alla gestualità dei personaggi! Quante volte abbiamo visto quella pallina da tennis tra le mani di Leo nei momenti di stress o di svago?
    Sento miei il gusto della libertà e la riappropriazione degli spazi in conflitto con il senso di solitudine e di noia, mi piace come i sentimenti convivono in lui anche se in contrasto; Leo è così complesso che paradossalmente è più semplice capirlo!
    Le visite ai suoi braccialetti bianchi hanno sempre una nota poetica, anche se i bambini sono inquieti, se lui non si rasserena e persino se nei suoi pensieri più intimi c’è la parola “sega”! La riflessione circa la scelta di aver rifiutato la preservazione della sua fertilità non solo è in linea con il suo modo d’essere, ma anche con il pensiero d’invincibilità che deve esserci alla sua età! Per un sedicenne è già abbastanza “matura” la consapevolezza di voler essere padre in futuro, ma non si può di certo pretendere che possa accettare la possibilità che ciò non possa avvenire “normalmente”. La tenerezza del pensiero rivolto a quella bambina alla quale darebbe il nome di sua madre, viene sconvolto dalla prospettiva terrificante di non arrivare nemmeno all’età “utile” per desiderare un figlio! È sempre un po’ una montagna russa leggerti…fai sorridere e fai piangere a distanza di due frasi. Certo è che la consapevolezza che il suo Leoncino arriverà ben prima del suo desiderio, rincuora e rende più leggera la profondità di un argomento così delicato.
    E mi piace come sei passata dai piccoli appena nati, a quelli che ancora devono arrivare, da Rocco ai bambini nella ludoteca…di tutti loro hai mantenuto la forza vitale che inevitabilmente circonda ed avvolge Leo. Non importa quanto sia arrabbiato o nervoso, si sente che alla fine riesce sempre a rubarne un po’ di quella forza vitale!
    Giulia. Non ha alcuna responsabilità per il suo ritardo, ma nell’attenderla ho provato la stessa stizza che mi ha assalita per anni ad aspettare un perenne ritardatario! Quando il desiderio è tanto ed il tempo è poco, ogni minuto andato è un minuto sprecato. La capisco perfettamente l’inquietudine del nostro Leoncino, soprattutto quando Giulia non riesce a dissimulare ciò che è successo, facendo temere a lui, e anche a noi, il “peggio”. Leo è davvero incalzante, quasi esasperante, quando si tratta di sapere una verità anche dolorosa ma poi nessuno lo batte nel fingere per proteggere! Due pesi e due misure, ma lui è fatto così ed in fondo è uno dei suoi tratti più rappresentativi!
    La vera delusione però è Daniele, non tanto perché ci abbia provato con la ragazza del Leone, ma perché ha atteso il momento in cui il Leone è in gabbia ferito. A volte il tradimento di un amico è peggiore di quello di un amore e in questo caso “l’amico” è proprio un vigliacco!
    Il pugno non è stata una sorpresa, le cure complici di Ester nemmeno, così come sai rendere sempre perfettamente puntuale la Lisandri in ogni sua manifestazione.
    La chiusura del capitolo è stata la botta finale…ogni volta che la rileggo mi si forma un nodo alla gola e non c’è bisogno di ulteriori parole…
    Solo un’ultima cosa vorrei dire a Leo: “…Cause I could use some friends for a change. And some nights, I’m scared you’ll forget me again. Some nights, I always win, I always win…” …nessuno ti dimenticherà ed arriveranno amici veri con i quali compirai grandiosi cambiamenti, perché alla fine tu vinci sempre!

    1. “È sempre un po’ una montagna russa leggerti”: mi piace questa tua metafora, perché è proprio quello che sento io quando scrivo, e in particolare è quello che ho sentito mentre scrivevo questo capitolo.
      E’ il giorno prima della temuta operazione e Leo è irrequieto, nervoso, annoiato. Ci ho provato, a fargli trovare un po’ di pace, ma questa giornata pare proprio che dovesse andare così… Giuro che non era mia intenzione fargli venire pensieri così profondi e tristi davanti ai Braccialetti Bianchi, eppure è successo…, così come non era mia intenzione il momento toccante con la Lisandri; nei miei piani lei si sarebbe dovuta indisporre per la mano ferita e invece ha preferito non infierire e quando poi l’ha salutato, sulla porta… mi son venuti in mente i capitoli di dicembre e Irene che gli dava la buonanotte e… non ce l’ho fatta: sono scoppiata a piangere e, di conseguenza, anche lui non ha potuto farne a meno; perché è così, ormai lo sai, io divento lui e lui diventa me; così come mia era tutta l’inquietudine nel voler sapere da Giulia cosa fosse successo; è ovvio che io lo sapevo già, ma in quel momento era come se non lo sapessi più e come se anche io temessi il tradimento; tradimento che, purtroppo, c’è stato, anche se non quello che ha temuto lui.
      Questa giornata è stata lunga e faticosa, per lui da vivere e per me da scrivere, e ti ringrazio per averCi ricordato che, alla fine, lui vince sempre! :*

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