Capitolo 233: Domenica, 12 agosto 2012

Otto giorni prima dell’operazione, la Lisandri concede a Leo un’altra giornata di libertà fuori dall’ospedale, e lui cerca di viverla “al meglio”.
A questo proposito, AVVISO IMPORTANTE: 2 delle 9 pagine di questo capitolo sono dedicate a Leo&Giulia e sono presenti delle scene molto “calde” . Mal che vada saltate dal paragrafo che finisce con “Adesso vedrai…” fino a quello che comincia con “Il bagnoschiuma normale era finito”! 

 

Domenica, 12 agosto 2012

Asia viene a prendermi alle 8:30, e i cornetti stavolta li mangiamo al bar vicino casa; non ci entro da più di due mesi, ed è una bella sensazione poter fare colazione qui: è un momento di perfetta normalità.

“Cosa farai oggi?” mi domanda lei mescolando il suo caffè. “Immagino che io e papà ti vedremo di sfuggita!”

“Immagini bene!” esclamo addentando il secondo cornetto alla crema.

“Fammi indovinare: finita la colazione te ne vai da Giulia?”

“Esatto!” esclamo puntando il dito verso di lei.

“E nel pomeriggio ti vedi con Mattia e gli altri?”

“Di nuovo esatto! Andiamo al mare. Volevo andare in piscina o all’acquapark… ma la Strega me l’ha vietato. Dice che potrei beccarmi qualcosa…”

“Dai, comunque ti ha permesso di uscire!”

“Lo so, e infatti sono contento, ma è sempre così difficile poi rientrare… Ho voglia di tornare a casa…”

“Devi portare pazienza, fratellone. Lo so che non è facile…”.

No, non lo sai.

Non lo puoi sapere.

Nessuno di voi lo può sapere.

La mamma, lei sì, perché ci è passata.

La mamma sì che potrebbe saperlo.

Ma la mamma non c’è.

E tra pochi giorni mi operano.

L’avvicinarsi dell’operazione dovrebbe rassicurarmi: prima tirano via la Bestia dal mio corpo, prima tutto questo finirà, ed io potrò tornare a casa e alla mia vita di prima; razionalmente è così, ma emotivamente no.

Ho paura.

Mancano solo otto giorni.

Ed io non sono pronto.

“Prima sono passata dalla Lisandri e mi ha parlato degli esami preoperatori… Dovrai farne parecchi, eh?”

“Già…” sospiro io. “Sai che voglia che ne ho…? Soprattutto dell’arteriografia…”.

Però oggi non voglio pensarci.

Oggi, come domenica scorsa, voglio godermi questa giornata di libertà e di normalitàFinisco la mia colazione, e raggiungo velocemente casa di Giulia.

 

Giulia ci mette un po’ ad aprirmi il cancello: devo suonare il campanello più volte, e quando sto per telefonarle, finalmente il cancello si apre. Percorro il giardino con Zeus che mi fa le feste, e raggiungo il portico dove c’è Giulia che mi aspetta, con indosso un accappatoio in microfibra fucsia.

“Ciao!” esclama abbracciandomi. “È da molto che suoni?”

“Quasi cinque minuti!”

“Scusa…” mi dice mentre entriamo e richiude la porta. “Ero in doccia. I miei si sono dimenticati di svegliarmi prima di andarsene al mare, e mi sono svegliata poco fa!”.

Io le metto una mano intorno alla vita e l’attiro a me per baciarla. “Dovrai farti perdonare i cinque minuti che abbiamo perso, lo sai?” le dico sorridendo malizioso.

“Oh… se è per questo allora dovrò farmene perdonare anche altri dieci, perché devo ancora fare colazione!” esclama lei ridendo.

“Quindici minuti da farti perdonare sono tanti… Dovrai impegnarti molto…” le dico mordicchiandole l’orecchio, mentre il suo stomaco brontola per la fame.

Lei ride allontanandosi: “Vedrò cosa posso fare… Adesso però fammi mangiare, se no svengo! Tu vuoi qualcosa?”

“No no, ho appena fatto fuori due cornetti!” rido, mentre mi siedo sul divano e lei apre il frigo per cercare cosa mangiare.

“Hai deciso dove andare stasera?” mi domanda sedendosi sul divano accanto a me, con in mano una scodella di latte freddo e cereali.

“Pensavo al Mr Brown, che dici?”

“Sì, va benissimo! Credo ci sia anche un gruppo che suona!”

“Eh…, ma per quell’ora io dovrò già rientrare…”

“Ah già, scusa…” mi dice accarezzandomi il viso. “Non ho collegato il cervello…”.

Io sorrido e mi sporgo verso di lei, sfiorandole le labbra con un bacio: “Tranquilla…”

“Vengono anche gli altri?”

“Sì, ieri sera ho sentito Mattia, ha detto che ci pensa lui a prenotare.”

“Ok.”

“Senti… non è che… per caso… hai della crema depilatoria?”

“Crema depilatoria?!” esclama Giulia corrugando la fronte, divertita e perplessa. “Ho quella per la zona bikini, ma perché?!”

“Perfetto!”

“Leo… mi devo preoccupare? Hai in mente qualche giochetto perverso?”.

Io la guardo per un attimo, poi scoppio a ridere: “Magari! Ma di che giochetto perverso parli?!”

“Leggiti Cinquanta Sfumature e poi ne riparliamo!” sorride lei maliziosa. “Anzi no, non leggerlo che poi ti vengono strane idee! Ma perché ti interessi della mia crema depilatoria?”

“Mi serve… ma non ho voglia di chiedere a mia sorella di comprarmela. Altrimenti dovrei andare io adesso…, prima che chiudano i negozi.”

“Ti do la mia, non è un problema, tanto l’ho usata ieri… Faccio in tempo a ricomprarla.”

“Ok, grazie allora!”

“Sì, ma che ci devi fare?”

“Devo fare un esame, prima dell’operazione” le spiego accarezzandomi la nuca, un po’ imbarazzato.

“Ah, e che esame è? Che ti fanno?” mi domanda lei appoggiando la scodella, ormai vuota, sul tavolino vicino al divano.

“Si chiama arteriografia: entrano nell’arteria femorale per vedere come sono messe le arterie della gamba.”

“Ommioddio! Entrano come? Devi depilarti la coscia, quindi?”

“Devo depilarmi l’inguine…, perché all’arteria femorale si accede da lì. Mi fanno l’anestesia locale, poi un’incisione, ci infilano un catetere, mi iniettano il contrasto, che a quanto pare brucia da matti, e dopo mi fanno delle radiografie.”

“Ok…, forse stavolta i dettagli preferivo non saperli…” dice lei piuttosto impressionata.

“Eh, vedi?!”

“Hai paura?”

“Diciamo che… non sono proprio tranquillissimo… E poi è una rottura di palle, perché mi toccherà starmene a letto tutto il giorno!”.

Giulia mi guarda con dolcezza e mi prende la mano: “Mi dispiace amore…”

“Passa tutto, no?!” esclamo io, sdrammatizzando, sforzandomi di sorriderle. “Passerà anche questo.”

“Sì” dice lei avvicinandosi di più a me.

“Godiamoci la giornata, va bene?”

“Più felici che possiamo?!” mi domanda sorridendo, e anch’io le sorrido, stavolta in modo del tutto spontaneo, prima di prenderle il viso tra le mani e baciarla.

“Più felici che possiamo” ripeto guardandola negli occhi. “Ti ricordi che mi devi quindici minuti, vero?” le chiedo con tono volutamente malizioso.

“Sì, mi ricordo. Come hai intenzione di spenderli?” ribatte lei con lo stesso, identico tono, sostenendo il mio sguardo, ma non potendo fare a meno di arrossire.

“Adesso vedrai…”.

 

Leo allunga una mano verso la cintura dell’accappatoio, e Giulia sente subito le guance in fiamme e il cuore accelerare; sono sul divano dove suo padre si siede tutte le sere a guardare il telegiornale: davvero Leo pensa di spogliarla qui? E poi la stanza è praticamente inondata dal sole, c’è troppa luce, troppa, e lei si vergogna. Ma lui la sta guardando negli occhi, mentre le slaccia la cintura, e le sta sorridendo, e lei non capisce più niente.

Lo lascia fare.

Lascia che la sua mano slacci la cintura e si insinui dentro all’accappatoio, facendola rabbrividire quando entra in contatto con la sua pancia; si chiede se adesso quella mano salirà o scenderà, e quei pochi secondi di attesa, prima di scoprirlo, le sembrano davvero interminabili.

La mano non sale.

La mano non scende.

Leo le accarezza la pancia, verso la vita, fino ad arrivare sulla schiena, per spingerla poi verso di sé, per sentirla il più vicino possibile; la bacia ancora, in quel suo modo così assoluto, tenendole la mano sulla schiena; la pelle di Giulia è calda, ma la mano di Leo lo è ancora di più; risale, arriva fino alla nuca, le sostiene la testa, mentre la bocca le si avventa sul collo.

E Giulia non può far altro che arrendersi.

Si arrende alla bocca che scivola verso il lembo di spalla che l’accappatoio, leggermente scostato, lascia scoperto.

Si arrende alla mano che le si appoggia alla parte interna di una coscia e la risale, discostando i lembi dell’accappatoio sempre più, lasciandola ancora più scoperta, ancora più nuda; ansima, e cerca con la bocca la bocca di Leo, mentre avverte la sua mano finire la corsa in mezzo alle sue gambe, e le sue dita toccarla senza alcuna esitazione; i movimenti di Leo sono lenti e decisi, e lei si concede qualche secondo per guardarlo in viso, prima di abbandonarsi e chiudere gli occhi: Leo è bellissimo, è davvero bellissimo; ed è bellissimo poter vedere l’espressione sul suo viso mentre la fa sua; è completamente arresa, disarmata, ormai del tutto incurante di dove si trovino; comincia a gemere senza più alcun pudore, mormorando il suo nome.

Quando è ormai vicina al piacere, sente le dita ritrarsi e la mano allontanarsi; riapre gli occhi, contrariata, ma lui la sorprende scendendo dal divano e inginocchiandosi sul tappeto.

Lei lo guarda, resta immobile, attonita, in silenzio, col cuore che le martella nel petto e il sangue che le pulsa troppo velocemente nelle vene.

Lo sguardo di Leo non lascia dubbi sulle sue intenzioni: la guarda negli occhi, forse per capire se debba fermarsi, forse per farle capire che non vuole essere fermato.

E lei non lo ferma.

Non lo ferma mentre si avvicina.

Non lo ferma mentre cerca di ricordarsi come si fa a respirare. Non le è mai sembrato tanto difficile.

La sensazione di calore e di piacere è totalizzante e impetuosa, sovrasta tutto, anche quel residuo di imbarazzo che ancora ostinato persiste; viene messo da parte, soverchiato dalla bocca di Leo che la sta amando con dedizione, a suo piacimento, come se fosse cosa sua, assolutamente sua: non indugia, non chiede permesso, si prende quello che vuole, la porta al piacere più estremo.

Giulia afferra un cuscino e se lo porta alla faccia per soffocare le proprie grida, mentre abbandona la testa all’indietro, sul poggiatesta del divano, stremata e senza più fiato; chiude le gambe d’istinto, attraversata da mille brividi, ormai troppo sensibile per sopportare ancora l’assalto di Leo, e lui gliele abbraccia e appoggia la testa contro alle sue ginocchia; non sa dire quanti minuti impieghi per riprendere il contatto con la realtà, ma quando lo fa incontra il viso di Leo, illuminato da un’espressione così dolce che non può che sorridergli e tendergli la mano per farlo alzare; lui la prende e si alza in piedi, per poi tornare a sedersi accanto a lei.

“Decisamente un bel modo di spendere quindici minuti” sorride Giulia prendendogli una mano e baciandone il dorso.

Lui scoppia a ridere: “Pensa se rientravano i tuoi!”

“Non farmici pensare” dice lei arrossendo, accostando istintivamente i lembi dell’accappatoio e riallacciandone la cintura. “Sei stato un pazzo!”

“Beh, non solo io però! Non mi sembra di aver sentito basta!” esclama Leo ridendo e sporgendosi verso di lei per baciarla.

Giulia vorrebbe ribattere, ma sa di non avere molte argomentazioni al momento; e poi lui la sta baciando, impedendole di parlare.

È possibile che questo la stia eccitando di nuovo?

Sì, è possibile.

Allunga le mani per toccarlo, per stringerlo a sé: è ancora troppo vestito.

Desidera sentire la sua pelle calda sotto le mani.

Vuole il suo corpo perfetto, nudo, completamente suo.

Ne ha bisogno.

Ha bisogno di spogliarlo.

“Andiamo in camera” gli dice guardandolo negli occhi, dopo aver ripreso fiato.

 

Leo accenna un sorriso e si alza subito in piedi, tendendole la mano; Giulia la prende, non staccando lo sguardo dal suo: adora vedere il desiderio nei suoi occhi. Salgono le scale tenendosi per mano, entrano in camera di Giulia, richiudono la porta alle loro spalle, si baciano con foga, e lei lo libera di tutti i vestiti, così in fretta che quasi lui non se ne rende conto: si ritrova nudo all’improvviso, rabbrividendo al contatto con quelle mani che continuano a muoversi da una parte all’altra del suo corpo, non tralasciando niente, eccitandolo sempre di più.

“Vieni qua…” le dice sospirando di piacere, sedendosi sul bordo del letto e intrappolandola in mezzo alle proprie gambe. “Non hai caldo?” le domanda a bassa voce mentre le slaccia la cintura dell’accappatoio e lo apre un po’, poggiandole le mani sui fianchi.

Giulia non risponde, ma non ce n’è bisogno: a lui basta vederla socchiudere gli occhi al contatto con le sue dita per afferrare l’accappatoio e toglierglielo, lasciandolo cadere sul pavimento, per poi avvicinare le mani e la bocca al suo seno e cominciare a baciarglielo e a toccarglielo delicatamente.

Lei geme piano e si gode le sue attenzioni; gli accarezza la testa, il collo, le spalle, gli stringe i bicipiti, ma dopo pochi minuti non le basta più: diventa impaziente di vederlo e sentirlo in preda al piacere; si allontana dalla sua bocca e si inginocchia tra le sue gambe, guardandolo negli occhi, imitando volutamente lo sguardo che lui stesso ha usato prima con lei: quello che non lasciava dubbi sulle sue intenzioni; e di dubbi sulle intenzioni di Giulia, Leo proprio non ne ha.

Non ne ha affatto.

Gli è tutto chiarissimo.

Così chiaro da farlo deglutire, ancora prima di sentirne l’alito caldo.

Così chiaro da lasciarsi cadere all’indietro, abbandonando la schiena contro il materasso, pregustandosi il momento in cui avvertirà il contatto con la sua mano e con le sue labbra.

 

Leo freme, sotto quella mano e sotto quelle labbra; geme, annebbiato di piacere, il suo respiro si fa via via più affannato, e insieme alla consapevolezza del piacere che gli sta facendo provare, Giulia sente la propria eccitazione risvegliarsi prepotente.

Vorrebbe sentirlo dentro di sé.

Vorrebbe fare l’amore con lui.

Vorrebbe illudersi di saperlo più suo che della Bestia.

Vorrebbe convincersi che quella dannata Bestia non potrà portar loro via questi momenti.

Vorrebbe.

Ma non può: sarebbe troppo difficile lasciarlo andare via, stasera, e non sapere quando poterlo riavere di nuovo per sé, tutto per sé, anche se per poche ore.

Sarebbe troppo doloroso.

È già difficile così.

È stata già difficile questa settimana appena trascorsa, dopo quello che hanno condiviso l’altra domenica, proprio in questa stanza, proprio su questo letto.

Decide che è meglio farsi bastare questo.

Decide di accontentarsi di donargli il piacere che lui le ha appena donato, in questi nuovi gesti così intimi, così carichi di emozioni, fin quasi a privarsi del respiro, fin quasi a privarne anche lui.

 

“Il bagnoschiuma normale era finito” dico entrando in camera di Giulia, con un asciugamano legato sui fianchi. “Ho dovuto usare il tuo, e adesso profumo di fragola e vaniglia!”

“Vieni qua che ti sniffo, allora!” ride lei facendomi posto sul letto; è ancora completamente nuda, ed io non posso fare a meno di far scorrere il mio sguardo su tutto il suo corpo, soffermandomi sul seno che mi manda letteralmente ai matti. “Non guardarmi così!” esclama lei togliendosi il cuscino da dietro la testa e usandolo per coprirsi.

“Certo che tu… fai la timida solo quando ti pare!” rido io sdraiandomi accanto a lei.

“Stai per caso alludendo a qualcosa?”

Io?! No, certo che no! Cosa te lo fa pensare?”; lei arrossisce e si copre il viso con le mani. “Sei carina quando arrossisci” dico spostandole le mani dal viso e baciandola.

“Solo quando arrossisco?”

“No, non solo” le rispondo con un sorriso malizioso.

“Dai, basta!”.

Mi diverte troppo vederla così in imbarazzo e decido di continuare: “A proposito, ma… sei sicura che fosse la prima volta che…?”

“Ehi!” esclama lei mettendosi seduta di botto. “Cosa vuoi insinuare?!” mi domanda tenendosi sempre stretta il cuscino.

“Che sembrava sapessi bene il fatto tuo” dico con noncuranza, incrociando le mani dietro alla testa.

“Senti chi parla! Anche tu mi sembrava sapessi bene il fatto tuo! Chi mi dice che non l’hai fatto con altre prima che con me?!”.

Ho tirato troppo la corda e Giulia sta cominciando a scaldarsi.

“Te lo dico io.”

“E perché dovrei crederti, se tu metti in dubbio me?!”

“Su, basta. Ti stavo solo stuzzicando” le dico sorridendo e allungando una mano verso di lei per prenderle un braccio. “Mettiti giù”.

Lei mi guarda titubante, arricciando le labbra. “Davvero non l’avevi mai fatto prima?”

“Giuro.”

“E neanche… ricevuto?” mi domanda arrossendo di nuovo.

“Neanche.”

“Nemmeno io” dice tornando a sdraiarsi accanto a me. “Però ammetto di avere chiesto qualche dritta!” esclama ridendo.

“Come sarebbe?! E a chi?!”

“A Cecilia.”

“A Cecilia?!” le domando dandomi una manata sulla fronte. “Ma perché?!”

“Beh… perché ha più esperienza, no?”

“Ecco! Sarà andata a dire tutto a Mattia!”

“Ma no! Noi ragazze abbiamo un codice d’onore su queste cose! Rimangono tra noi!”

“Se lo dici tu…”

“Ma scusa, non è così anche tra voi maschi?”

“Guarda, non so cosa fanno gli altri maschi, ma io certe cose me le tengo per me.”

“Troppe cose ti tieni per te, tu!”

“Come ti pare, ma preferisco fare da me, piuttosto che chiedere dritte!”.

Lei mi sorride, arrossendo di nuovo: “Comunque… ti riesce bene, fare da te!”

“Sì, ho notato che hai apprezzato!”

“Mamma mia, che presuntuoso!” esclama lei dandomi una cuscinata, ed io ne approfitto per afferrare il cuscino e lanciarlo lontano. “Ehi! Non vale!”

“Sì che vale!” rido io abbracciandola.

“Allora giochiamo ad armi pari!”; e con un rapido movimento lei slaccia l’asciugamano che mi copre; io rido e le prendo il viso tra le mani per baciarla.

“Senti ma… quanto tempo abbiamo prima che rientrano i tuoi?” le domando quando ci stacchiamo.

Lei allunga la mano verso il comodino e guarda l’ora sul cellulare. “Un’ora, più o meno.”

“Bene! C’è una cosa che muoio dalla voglia di fare…” le dico accarezzandole una gamba.

“Che hai in mente?!” mi chiede lei con un leggero tremito nella voce.

“Una cosa che non facciamo da un sacco di tempo!”

Giulia si tira su e mi scruta, perplessa: “Cosa?”

“Sfidarti alla Play!”

“Sì!” esulta lei battendo le mani. “Prima rivestiamoci, però!”

“Guarda che se giochi nuda hai più speranze di vincere, perché mi fai distrarre!”.

Lei si alza dal letto e apre l’armadio: “Niente da fare! E vestiti anche tu!” esclama raccogliendo dal pavimento la mia maglietta e lanciandomela. “Non si sa mai che i miei rientrino prima!”.

Io l’afferro al volo e sospiro: “E va bene…” dico indossandola, mentre anche lei comincia, mio malgrado, a vestirsi.

 

“Anche il tiramisù?!” esclamo entusiasta quando alla fine del pranzo Asia lo porta in tavola. “Fantastico!”

“Doppia porzione?” mi domanda lei tagliandolo.

“Ci puoi scommettere!”

“Ti è tornato il tuo solito appetito, a quanto vedo!” nota papà.

“È da un po’ che mi è tornato” ribatto io con tono acido, mentre affondo il cucchiaino, a voler sottolineare tutte le cose che di me non sa perché è troppo vigliacco per chiederle. Lui fa finta di niente e abbassa lo sguardo mentre prende il piatto col tiramisù che Asia gli sta porgendo. “È buonissimo, sorellina! Tu dovevi fare la cuoca, altro che economia! Perché non ti proponi per fare servizio catering all’ospedale?!”.

Lei ride: “Ah, se serve a farti rimettere su peso, lo faccio anche!”

“Guarda che sono quasi tornato al peso di prima!”

“Hai detto bene: quasi.”

“Beh, sì, ma a star fermo ho perso anche massa muscolare, quindi ci sta che peso meno adesso” dico piegando le labbra in un’espressione contrariata.

“Che esagerato che sei!”

“Io la differenza la noto”.

Papà sembra sul punto di dire qualcosa, ma poi preferisce rimanere zitto, e probabilmente è meglio così per tutti. Asia, invece, prova ad essere rassicurante: “Vedrai che presto tornerai a fare le cose di prima.”

Presto?! Hai sentito il dottor Abele che ha detto, no? Sei mesi ti sembrano presto?!”

“Sei mesi per cosa?” domanda papà, facendomi così capire che Asia non deve avergli riferito poi molto della conversazione col dottor Abele.

“Per riprendere la piena funzionalità della gamba” gli rispondo io.

“Oh, accidenti!” si lascia sfuggire lui.

“Già, accidenti, proprio! Io avrei usato un’altra parola, ma il concetto è quello!”

“Va bene, forse ci vorranno sei mesi prima che torni a correre o a saltare” interviene Asia. “Ma nuoto e palestra penso che riuscirai a riprenderli prima”.

E la pallanuoto? Quando potrò tornare a pallanuoto? Ho dimenticato di chiederlo. Devo ricordarmelo la prossima volta, anche se temo un po’ la risposta.

 

Il resto della giornata passa velocemente, anche troppo.

Stavolta non mi addormento: me ne sto in soggiorno con papà e Asia a guardare un po’ di tv, me ne vado in camera a cantare e a suonare la chitarra, poi arriva Mattia a prendermi e raggiungiamo gli altri in spiaggia. Riesco ad essere abbastanza spensierato e a divertirmi, e riesco anche a nuotare un po’ di più rispetto a domenica scorsa, prima di stancarmi.

Cerco spesso lo sguardo di Giulia, ripensando a ciò che è successo stamattina, e dal modo complice in cui mi ricambia, capisco che ci sta pensando anche lei; le sorrido e lei arrossisce, affrettandosi poi a colmare la distanza tra noi, abbracciandomi.

Ha la pelle umida e calda.

La stringo a me, consapevole del fatto che passerà molto tempo prima di poter stare di nuovo insieme come stamattina, o anche solo come adesso, col suo corpo sotto le mie mani, coperto solo da un minuscolo bikini. La mia settimana sarà piena di impegni, e domenica prossima sarà la vigilia dell’intervento ed è praticamente impossibile che la Lisandri mi lasci uscire: questo è il mio ultimo giorno di libertà per molto tempo. Che mi piaccia o no, devo farmene una ragione. Il mese che verrà sarà probabilmente peggio di quello che è appena trascorso, e non sono affatto sicuro di essere pronto a questa resa dei conti con la Bestia; e non sono affatto sicuro che le persone che mi circondano lo siano.

Credo che nessuno di noi lo sia.

Pronto o non pronto, però, io non posso certo tirarmi indietro: c’è da combattere.

Sto pensando a tutte queste cose, abbracciato a Giulia, quando Riccardo lancia un urlo di gioia, attirando la mia attenzione e quella degli altri. “Kate!” esclama alzandosi dalla sdraio e cominciando a saltellare: “Kate! Mi ha scritto!”

“E che ti ha scritto?!” gli domanda Daniele ridendo. “Sei sicuro che non ti ha scambiato per quell’altro?”.

Riccardo si oscura e lo fulmina con lo sguardo, per poi riacquistare immediatamente il sorriso: “Ha detto che gli manco! I miss you! Ci ha messo pure il cuoricino!”

“E ti ha detto anche che viene a Brindisi?” gli chiede Mattia con un sorriso sarcastico.

“No…”

“E allora ci puoi fare poco, mi sa!” esclama Alberto.

“Ma potrei tornare io a Londra, prima che finiscano le vacanze! Magari convinco mia nonna a finanziarmi!”.

Gli altri si lanciano un’occhiata di compatimento: Riccardo, a quanto pare, ha preso una sbandata coi fiocchi per l’inglesina, e loro continuano a prenderlo in giro. Io non me la sento di infierire, un po’ perché non c’ero e un po’ perché mi sembra così felice che non ho voglia di disilluderlo.

Come vorrei avere questo genere di problemi, anziché i miei.

 

Verso le sette rientriamo a casa per fare la doccia e cambiarci, per poi ritrovarci al pub alle otto.

È da quasi un mese che non faccio una doccia nel bagno di casa, e mi dà una strana sensazione essere circondato dalle piastrelle bianche e rosa anziché da quelle azzurre; è strano dover prendere il bagnoschiuma dalla mensolina a destra, anziché da quella a sinistra; è strano anche dover regolare l’altezza e l’intensità del getto. È come se il mio bagno adesso fosse quell’altro, quello nella mia stanza, e questa sensazione risulta essere piuttosto sgradevole; preferisco non indugiarvi oltre, e questa diventa una delle docce più corte che io abbia mai fatto.

Prepararmi per uscire, invece, mi piace; mi piace dover scegliere cosa indossare, rassegnato ormai ai pantaloni azzurrini e a una maglietta presa a caso dall’armadietto. Indosso un paio di jeans scuri e poi mi provo diverse camicie, scegliendone alla fine una di lino blu, a maniche corte.

Mi viene a mancare il rito dei capelli: è sempre stata l’ultima cosa a cui pensavo, con cura quasi maniacale, prima di uscire, e adesso…

Sospiro e mi guardo allo specchio un’ultima volta: non mi sono ancora abituato a questa nuova immagine di me.

Proprio no.

 

Al pub mi accompagna Asia, prima di uscire anche lei coi suoi amici, e poi viene a prendermi papà, un po’ dopo le dieci.

“Asia ti ha preparato di nuovo i biscotti” mi dice lui mentre guida verso l’ospedale, voltandosi un attimo verso di me e accennando un sorriso.

“Oh, è una grande!”

“Sì, lo è”; stavolta mi parla non distogliendo lo sguardo dalla strada. “E lo sei anche tu. Sono molto fiero di voi. So che ve lo dico poco, ma è la verità”.

In realtà non è vero che ce lo dice poco.

In realtà non ce lo dice mai.

Ma adesso l’ha detto, e voglio cercare di apprezzare lo sforzo che ha fatto.

“Grazie” mi limito a rispondere, senza polemizzare.

“Invidio la vostra forza, sai? Vorrei averla anch’io”.

Io sospiro e mi sforzo di usare le parole giuste, e di non risultare troppo aggressivo: “Io credo che se anche uno la forza non ce l’ha, a un certo punto ti viene. Se ce n’è bisogno, ti viene. O comunque, te la fai venire.”

“Non è così automatico, Leo”.

Nonono, non voglio discutere.

Non voglio dire qualcosa di cui poi mi pentirò.

Non voglio concludere male questa giornata.

Ma questo suo discorso mi urta, a dir poco.

Mi dà la nausea.

Cazzo, lo so bene che non è automatico!

Lo so benissimo!

Perché deve ostinarsi a credere che per me sia così facile essere forte?!

Cosa crede, poi, che dato che sono forte non ho paura?!

Crede che siccome sono forte, la morte della mamma e tutta questa faccenda della Bestia non rischino di annientarmi?!

È così sicuro che sarò più forte della Bestia?!

Si illude che sarà così?!

Prova ad illudere anche me?!

Mi fa incazzare.

E mi fa incazzare anche con me stesso, che queste cose non sono capace di dirgliele, perché se gliele dicessi lo graverei di troppo peso, e più peso do a lui, più si moltiplica il mio.

Sto zitto.

Lascio cadere le sue parole nel vuoto.

Volto la testa verso il finestrino, guardo fuori, mi concentro sulla radio che sta passando “Se il mondo fosse” di J-Ax, Emis Killa e altri rapper che non ricordo.

Forse la vita è il bene più caro.

Se il mondo fosse un regalo.

Se non contasse quanto denaro.

Se il mondo fosse un regalo.

Se Dio camminasse tra gli uomini.

Se il paradiso fosse qui.

Se il mondo fosse un regalo.

 

Ci salutiamo nel parcheggio; lui mi abbraccia, ma io resto abbastanza sulle mie e ricambio in modo frettoloso.

Rientro in camera.

La giornata è ormai finita.

Vengo assalito dalla malinconia.

Me ne sto a lungo a guardare le luci lontane della città, affacciato alla finestra, prima di decidermi ad andare a letto.

Tra poco sarà già lunedì.

Tra poco comincerà la temuta settimana che precede l’ancora più temuta operazione.

Ed io continuo a ripetermi che non sono pronto.

Ha un bel dire, papà, che invidia la mia forza, ma quando te la fai sotto dalla paura, la forza non ti serve poi a molto.

Fisso il braccialetto rosso che non ho mai tolto dal giorno della biopsia.

Ci gioco, girandolo intorno al polso.

Presto ne avrò un altro.

Voglio tenere anche quello.

A promemoria della mia guerra.

A promemoria delle mie battaglie.

A promemoria di tutte le volte che ho avuto paura.

A promemoria di tutte le volte che sono stato forte.

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