Capitolo 1995: Venerdì, 9 giugno 2017

Giornata dolce-amara, tra ricordi del passato e ansie per il futuro. Il presente, però, è pieno d’amore.

 

Venerdì, 9 giugno 2017

Ho sognato la mamma.

Era inverno e camminavamo insieme in un grande prato spoglio, lentamente, senza dirci nulla. Ogni tanto ci guardavamo e sorridevamo, continuando a camminare in silenzio.

Non so dove stessimo andando.

Il cielo era bianco, carico di neve, l’aria era pungente ma era un freddo piacevole.

Non c’era nessuno a parte noi.

Una panchina di ferro battuto se ne stava lì, unica e sola in mezzo all’erba ghiacciata, come a volerci invitare.

E così ci eravamo seduti, vicini.

“Verrà a nevicare” aveva detto lei guardando il cielo, e poi aveva poggiato la testa sulla mia spalla e aveva chiuso gli occhi sorridendo.

“Dici?” le avevo domandato allora io, scettico.

“Dico di sì.”

“Lo scorso gennaio ha nevicato per tre giorni.”

“Lo so.”

“Ma adesso siamo a giugno…”.

Lei aveva scosso piano la testa e aveva sorriso tra sé e sé.

“Ti ricordi quando guardavamo la neve dal balcone di casa?” mi aveva chiesto accarezzandomi i capelli.

“Sì…, e papà diceva che ci saremmo ammalati”.

E alla fine c’eravamo ammalati davvero…, ma non di certo per aver preso freddo.

Poi l’aria era diventa improvvisamente più gelida, così come il nostro silenzio. Forse lei stava pensando le stesse cose che stavo pensando io.

Non glielo avevo chiesto.

Non me lo aveva detto.

Eravamo rimasti in silenzio a guardare la neve che aveva cominciato a scendere, lieve.

E silenziosa.

Come noi.

Anche se era giugno.

A volte nevica a giugno.

Come in quella vecchia canzone, non mi ricordo di chi.

Avevo chiuso gli occhi anche io e avevo poggiato la testa sulla sua, restandomene lì, come tante volte avevo fatto per davvero.

Non sentivo freddo.

Mi sentivo felice e al sicuro.

Era un momento perfetto.

In un tempo perfetto.

Sospeso.

Poi dentro al sogno era arrivata la realtà ed ero diventato consapevole che quel momento non era mai esistito.

Che non sarebbe mai più potuto esistere.

Che non nevica a giugno.

E che Lei non sarebbe tornata.

Mai più.

 

Mi sono svegliato all’improvviso, con la faccia e il cuscino completamente bagnati di lacrime. Cris stava dormendo profondamente e non si è accorta di nulla. Mi sono alzato per andare a lavarmi la faccia, mi sono assicurato che Nic dormisse tranquillo e poi sono tornato a letto, faticando a riaddormentarmi e rimanendo a lungo in dormiveglia.

Erano quasi le quattro del mattino quando mi sono abbandonato finalmente a un sonno profondo.

Stavolta senza sogni.

 

“Sono buoni?” domando a Cris che sta mangiando i biscotti che ho fatto ieri.

“Buonissimi!” risponde lei dandomi un bacio. “Il cocco ci sta benissimo!”.

La ricetta è sempre quella di Asia, a cui ho aggiunto la variante cocco. Dato che tanto non mi vengono mai buoni come i suoi, almeno posso dire che questa è la mia ricetta personalizzata.

“Bene…” dico accarezzandole i capelli. “Mangiane tanti, che ti servono le energie per fare bene l’esame”.

Lei sorride e poggia una mano sul mio viso. “Tu tutto bene? Sei agitato?”

“No…”; scuoto la testa, ma evito accuratamente il suo sguardo.

“Leo…” insiste lei facendo in modo che la guardi.

“Un po’…” ammetto sospirando. “Ma non più del solito. È normale, no?”

“Certo che è normale”.

Certo che è normale farsela sotto quando sai che in pochi minuti ti giochi tutto il tuo futuro e che per sapere se anche stavolta l’hai sfangata devi aspettare una telefonata per giorni e giorni che sembrano sempre interminabili.

E poi aver sognato la mamma mi ha turbato parecchio.

“Ehi…” mi richiama Cris, prendendomi una mano.

“Sai…” dico intrecciando le mie dita con le sue. “Stanotte ho sognato mia mamma…”

“Oh… Ed era un bel sogno?”

“Sì”.

È sempre un bel sogno, se c’è lei. Anche quando magari è un sogno triste, o spaventoso, o doloroso, alla fine sono comunque felice di averla vista e di aver potuto passare del tempo con lei, anche se è un tempo immaginario, che non esiste realmente.

“Me lo vuoi raccontare?” mi domanda Cris con tono molto dolce, ma io scuoto la testa, accennando un sorriso.

“No… Lo tengo per me.”

“Va bene” dice lei alzandosi. “Vado a svegliare Nic allora…”

“Ma no, lascia… Lo sveglio io appena esci, che altrimenti poi frigna quando vai via.”

“Ma tu a che ora devi essere in ospedale?”

“Alle 8:30. Faccio in tempo.”

“Ok, allora mangio altri due biscotti!” esclama lei sedendosi di nuovo.

“Oooh! Così mi piaci!” dico dandole un bacio.

“Anche se a dire il vero…, mi dispiace mangiare così tranquillamente davanti a te che invece devi digiunare…”

“Ah tranquilla!” esclamo ridendo. “Dopo mi faccio offrire una super colazione dalla Lisandri!”.

Le faccio l’occhiolino e lei ride, addentando un biscotto.

 

Sei il mio Leone coraggioso”.

Le sue ultime parole.

Le sue ultime parole sono state per me.

Ed è come se in quelle ultime parole lei sentisse quanto avrei dovuto essere coraggioso da quel momento in poi.

E non solo perché avrei dovuto vivere la mia vita senza di lei, ma perché di lì a poco la mia vita intera si sarebbe trasformata in una estenuante lotta per la sopravvivenza.

E a volte mi sembra che sia ancora così.

Nonostante siano ormai due anni che i miei esami sono sempre puliti.

Nonostante siano ormai due anni che il mio corpo è ufficialmente sano.

Io a volte mi sento ancora in guerra.

Sarà per il sapore amaro della paura, che a volte ritorna, più che mai quando sono steso dentro a questo tubone.

Sarà perché in qualche modo quella sensazione di essere un acrobata che cammina sul filo non se ne andrà mai, perché la Bestia potrebbe ritornare in ogni momento, e pochi mesi fa ha ben pensato di ricordarmelo, facendomi finire sul pavimento del bagno a piangere come un bambino.

Facendomi sentire impotente e minuscolo.

Di nuovo in balìa di qualcosa che non dipendeva da me, su cui non potevo avere alcun controllo.

Perso.

Come quella notte che Lei se n’è andata.

Abbandonato.

Smarrito.

Con papà invecchiato di dieci anni tutto d’un colpo.

Però la vita è andata avanti, anche senza di Lei.

La vita va avanti comunque.

E posso dire che la mia è andata avanti davvero in modo fantastico.

Perciò l’unica cosa che posso fare è viverla al meglio, cercando magari di rendere migliore anche quella degli altri.

“Ti ho fatto male?” mi domanda Benedetta, che ha appena infilato l’ago del contrasto nel mio braccio.

“No no, tranquilla.”

“Sicuro?”

“Sì, pensavo a cose mie” dico muovendo una mano all’indietro. “Vai, mia bella radiologa, sono pronto” dico rivolgendomi a Sara, che subito dopo fa slittare il lettino dentro al tubone.

Speriamo che il tempo passi in fretta, mi angoscia troppo stare qui dentro.

 

“Tana!” esclamo ridendo, mentre la Lisandri, seduta alla sua scrivania, solleva il suo sguardo perplesso su di me.

“Leo…?! Oh, la nostra colazione…” dice notando il vassoio nelle mie mani. “Ma hai già finito?”

“Sì, ho già fatto tutto” le rispondo poggiando il vassoio sulla scrivania, mentre lei si affretta a spostare i documenti che ci sono sopra. “L’ho avvisata per messaggio che la stavo aspettando al bar, ma dopo un po’ mi sono detto che facevo prima a venire nel suo studio. L’ho anche chiamata ma non mi ha risposto. Si era dimenticata dal nostro appuntamento, eh?!”

“Oh… scusa…” mormora guardando distrattamente il cellulare e poi mettendolo subito via, mentre io mi siedo.

“Vabbè, che facciamo?! Mangiamo?! Io sto morendo di fame!”

“Ma quanti cornetti hai preso?!”

“Lo sa che devo recuperare gli zuccheri, su!” esclamo prendendo un cornetto alla crema.

La Lisandri abbozza un sorriso tirato e prende il bicchierino col caffè.

“Per questa volta offro io, ma non ci si abitui, eh?!” aggiungo ridendo.

“E figuriamoci!” dice lei con ostentata allegria.

Troppo ostentata.

C’è qualcosa che non mi torna.

Qualcosa che non va.

“Che succede?” le chiedo allora sollevando un sopracciglio, interrompendomi dal mangiare. “Brutte notizie?”.

Lei rimane a guardarmi in silenzio per qualche secondo, poi fa un lieve cenno di sì con la testa.

“Qualcuno che non l’ha sfangata?”.

Lei sospira e mette giù la tazzina di caffè; si sforza di mantenere un’aria professionale e distaccata, ma ha gli occhi lucidi.

“Ho dovuto dire a un paziente che non c’è più niente da fare, che la medicina si arrende”.

Fa una lunga pausa, tanto che penso non aggiunga altro, e invece poi parla di nuovo, con un nodo doloroso che le rompe la voce.

“È una cosa a cui proprio non riesco ad abituarmi.”

Perché lei ha scelto di stare qua in mezzo a tutta questa gente che sta male, e ci si è abituata!”.

Non può che tornarmi alla mente quella volta che le ho detto così.

Che le ho urlato addosso così.

Quella volta in cui ero incazzato col mondo, lei compresa, anche se da anni stava lottando con me e per me.

Quella volta che volevo mollare tutto di nuovo…, e poi avevo fatto quello strano sogno con Davide.

“Ogni volta il dolore è sempre così vivo…” dice lei senza guardarmi. “E il senso di ingiustizia è così profondo… Soprattutto perché sai che non si tratta solo una vita che stai lasciando andare, ma che insieme a quella vita ne verranno devastate molte altre, in un terribile effetto valanga. Non stai solo condannando a morte una persona, stai anche condannando tutte le persone che la amano ad una vita senza di lei”.

Già, lo so bene.

Lo so con tutto me stesso.

Ricordo benissimo la notte dell’8% e la consapevolezza lacerante di tutte le vite che quella sentenza avrebbe distrutto.

Ricordo che la sola idea di doverlo dire a Cris, ad Asia, a mio padre e ai miei amici, era quasi peggio dell’idea della morte stessa.

E ricordo benissimo anche un’altra sentenza, non rivolta a me, ma che ha cambiato la mia vita per sempre.

“Se lo ricorda ancora…?” mormoro quasi senza voce, con gli occhi che immediatamente si fanno lucidi, e la Lisandri solleva lo sguardo su di me. “Se lo ricorda ancora quando ha dovuto dirlo a mia madre, che non c’era più niente da fare?”

“Sì” annuisce lei, ma parla così piano che quel sì glielo leggo sulle labbra, più che sentirlo. “Me lo ricordo bene”.

Allunga una mano sulla scrivania, a prendere la mia in un gesto consolatorio, e io glielo lascio fare, anche se forse in realtà è lei che sta cercando consolazione da me.

“Non lo dimenticherò mai” aggiunge, e ha gli occhi lucidi anche lei. “È stata una delle mie peggiori sconfitte. Ci avevo creduto davvero, al fatto che potesse farcela. Ci avevo creduto davvero…, perché lei ci credeva sopra ogni cosa”; fa una pausa, poi parla ancora. “Purtroppo crederci non è mai abbastanza”.

Mi fa male vederla così giù, così afflitta, e mi sorprende anche che si stia concedendo di stare così davanti a me, di mostrarmi tutta la sua vulnerabilità. Ma forse non me lo sta concedendo, forse non riesce a fare altrimenti.

Quasi mai” puntualizzo io, sforzandomi di regalarle un sorriso vero, anche se oggi pensare alla mamma non fa che immagonarmi. “A volte crederci è abbastanza. E l’esempio è proprio davanti a lei, no?!”.

Allargo le braccia, mantenendo il sorriso più che posso, finché non sorride anche lei.

“Sì, Leo” dice annuendo, emozionata. “Hai ragione.”

Ho ragione!” esclamo alzandomi in piedi. “Notizia del secolo! Per una volta mi sta dando ragione! Qua bisogna che vada a cercare subito dei testimoni e che glielo faccia ripetere, eh?! Anzi, me lo metta pure per iscritto, va’!”.

Scoppia a ridere, di gusto, anche se ha ancora gli occhi lucidi, e rido anch’io. Poi mi risiedo e inizio a bere il mio caffellatte freddo, mentre lei mi guarda in quel modo che ormai conosco benissimo.

Quel modo solo nostro.

 

Cris dovrebbe rientrare a momenti e il pranzo è quasi pronto. Per un attimo avevo pensato di passare a prendere Nic al nido, ma poi ho preferito lasciarlo a fare il pisolino lì. È stata una mattina molto intensa, soprattutto emotivamente, e ho bisogno di pace.

Già ero abbastanza turbato dal sogno con la mamma e super in ansia per gli esami, come sempre; ansia che non se ne andrà finché i referti non diranno che va tutto bene; aver visto la Lisandri in quello stato è stata la botta finale. Perché anche se non stava così per me e magari quel paziente nemmeno lo conosco, alla fine riguarda anche me, perché nessuno mi toglie dalla testa che prima o poi è a me che potrebbe toccare.

Di nuovo.

E in modo definitivo.

Sospiro, passandomi una mano tra i capelli, e poi torno a mescolare il sugo di melanzane. Lancio un’occhiata all’orologio appeso alla parete, indeciso se buttare già la pasta oppure no. Secondo i miei calcoli Cris dovrebbe arrivare tra dieci minuti. L’esame sembra esserle andato bene, anche se essendo scritto per sapere il voto deve aspettare.

“Grazie ad Ema che mi ha suggerito due risposte, sono sicuramente salva!” mi ha detto prima, quando mi ha telefonato.

Eccheppalle questo Ema! Non lo sopporto!

È così evidente che le sbava dietro, e lei non se ne accorge! O fa finta di non accorgersene per non farmi incazzare. Che tanto poi mi incazzo lo stesso, perché sono sicuro che è così!

Quando però sento il rumore della porta d’ingresso che si apre, come per magia scompare ogni malumore. E appena Cris entra in cucina e mi abbraccia e io la stringo, scompare anche ogni ansia, ogni paura, ogni preoccupazione, e mi sento tranquillo, felice e al sicuro.

È incredibile l’effetto che ha su di me.

“Ehi…” dice con tono dolce, poggiandomi una mano sul viso.

“Ehi…” ripeto anch’io, stringendola tra le mie braccia e dandole un bacio.

“Ti serve una mano?”

“No, è praticamente pronto.”

“Bene!” dice staccandosi da me e scoperchiando la pentola col sugo. “Sono affamata!”

Io le sorrido e poi mi affretto a scolare la pasta perché ho perso la cognizione del tempo e mi sa che l’ho lasciata cuocere un po’ troppo.

 

“Grazie, mio grande cuoco!” esclama Cris quando porto la pasta a tavola.

“Grazie a te per non esserti ancora stufata di me!” rispondo dandole un bacio. “E per non mandarmi a fanculo tutte le volte che me lo merito!”

“Ah, ti assicuro che nella mia testa lo faccio di continuo!” ribatte lei ridendo.

“Oooh, buono a sapersi! Grazie tante, eh?!”.

Fingo di essermi offeso, ma lei non ci casca.

“Dai, lo sai che ti amo anche per il tuo caratteraccio!” dice prendendomi la testa tra le mani e tirandomi verso di sé per baciarmi.

“Certo che lo so, bimba!”.

Cris sorride, e poi mi bacia ancora.

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