Capitolo 186: Martedì, 26 giugno 2012

Domani Leo sarà ricoverato in ospedale per la prima volta, per essere sottoposto alla biopsia alla tibia, e il suo umore non può che essere negativo: paura, rabbia e dolore lo sovrastano, mentre le persone che lo amano cercano di stargli vicino come possono. 

 

Martedì, 26 giugno 2012

È l’alba e sono già sveglio.

Ormai è sempre così.

Dormo poco e male, angosciato da tutto quello che mi sta succedendo.

Per qualche frazione di secondo, subito dopo essermi svegliato, ero quasi convinto che fosse solo un brutto sogno, uno di quelli da cui ti risvegli col cuore che ti batte all’impazzata e tutto sudato, ma a cui segue un immediato sollievo, e invece è tutto schifosamente vero.

La mamma è morta.

Domani sarò ricoverato in ospedale.

Dopodomani subirò un intervento chirurgico in anestesia generale.

Quasi sicuramente ho un tumore alla tibia.

E ancora non ci credo, ancora non ci voglio credere, ancora mi chiedo come cazzo sia possibile tutto questo.

Proprio a me.

Mi manca il respiro.

Tento disperatamente di riaddormentarmi per smettere di pensare a tutta questa merda, ma non ci riesco, sono perfettamente sveglio, e il sonno non ne vuol sapere di tornare.

Mi rannicchio su me stesso, abbracciandomi le gambe; una parte di me vorrebbe restare qui per sempre, chiuso in questa stanza, fermare il tempo, lasciare fuori la realtà, cancellare tutto, non pensare a quello che potrebbe davvero essere.

Mi viene da piangere ma non voglio farlo.

Mi alzo di scatto dal letto, e ovviamente la gamba non me lo perdona.

Fanculo!

Do un calcio al comodino, di proposito con la gamba destra, facendomi ancora più male.

Coglione!

Vado verso il bagno, ma passando davanti alla camera di mamma e papà mi viene voglia di entrare.

Papà deve essere già uscito, c’è il suo pigiama lasciato sul letto disfatto.

Sento sotto ai piedi nudi la morbidezza del tappeto, ed è quasi doloroso perché mi rievoca tutte le volte che sono entrato qua scalzo e la mamma brontolava dicendomi di andare a mettere le ciabatte, o quando lo facevo in piena notte, da bambino, perché avevo fatto un brutto sogno e volevo dormire con lei.

Mi avvicino al comò e prendo il suo profumo per annusarlo. Mi tremano le mani, mentre tolgo il tappo, e non appena risento quest’odore così familiare che non sentirò mai più addosso a lei, non resisto e scoppio a piangere, lasciandomi cadere seduto sul letto con la testa tra le mani.

Mi manca.

Mi manca tutto di lei, mi manca la sua risata, mi manca la sua dolcezza, mi manca il suo modo di guardarmi, di abbracciarmi, di ascoltarmi, di parlarmi, di prendermi in giro. Mi manca persino il suo modo di incazzarsi con me.

Ma non c’è più.

Non tornerà.

Si è ammalata ed è morta.

E adesso lo stesso potrebbe succedere a me.

Certo che sarebbe proprio uno strano e grottesco scherzo del destino.

O l’ennesima presa per il culo dell’Universo.

Chissà, magari la mamma mi sta aspettando, e se muoio potrò riabbracciarla e stare insieme a lei per sempre. Se ne avessi la sicurezza al 100%, mi andrebbe pure bene, guarda!

No, che cazzata sto dicendo?!

Per quanto la mamma mi manchi in modo lancinante, non è vero che voglio morire. Mi piace un sacco la mia vita, è bellissima, anche senza di lei, anche se la sua mancanza a volte è soffocante.

E non voglio nemmeno essere malato.

Non voglio andare in ospedale, non voglio essere ricoverato, non voglio essere operato, e non parliamo proprio della chemio. Mi viene da vomitare già solo al pensiero.

Sento un senso di oppressione al petto e vengo investito da una nausea tremenda.

Non voglio avere un tumore.

E se invece fosse davvero così?

Se ce l’ho davvero?

Ormai mi sembra chiaro che è così, non mi voglio illudere del contrario.

E mi sembra di non avere via d’uscita.

 

Ho pianto fino ad avere gli occhi in fiamme, qui, sul letto della mamma, abbracciato al suo cuscino.

Ho cercato il suo calore, ho cercato il suo odore, ma inutilmente, anche perché già da più di un mese ormai non dormiva più qui.

Come fa papà a dormire con questo vuoto a fianco?

Come faceva tutte le volte che lei era in ospedale?

Forse semplicemente non ce la fa.

Forse non dorme e basta, come me.

Come faremo senza di lei?

Era la luce di questa casa.

Mi manca di nuovo il respiro.

Mi sento soffocare.

Non stai soffocando, è tutto a posto. Ti assicuro che stai bene, è un attacco d’ansia.”

Non è un attacco d’ansia! Non respiro!”

Non respiri perché hai un attacco d’ansia. Rilassati”.

Respira.

Respira.

Comincio a fare dei respiri lunghi e profondi, come mi ha fatto fare il radiologo l’altro giorno, e la situazione inizia piano piano a migliorare.

Mi decido ad alzarmi.

La gamba mi fa male.

Mi fa male anche la testa.

Sarà colpa del sonno sballato.

E di quanto cazzo ho pianto.

Sono quasi uscito dalla stanza, ma mi guardo intorno e vedo tutte le sue cose.

Non ce la faccio.

Mi lascio ricadere sulla sedia che c’è vicino alla porta e ricomincio a piangere; stavolta non mi preoccupo nemmeno di asciugare le lacrime, e cadono bagnandomi la faccia e i pantaloncini.

Poco dopo sento dei passi avvicinarsi, dev’essere Asia, ma rimango zitto e fermo dove sono, fissando il pavimento.

La sento sospirare, e poi si china verso di me. “Leo…”.

Io non ho voglia di risponderle, credo di non averne nemmeno la forza. Mi limito a scuotere la testa, per farle capire di lasciarmi in pace, ma lei si accovaccia vicino alle mie gambe e poggia una mano sul mio braccio. Non mi chiede niente, se ne sta qui vicino a me, accarezzandomi il braccio, in silenzio, probabilmente aspettando che sia io a parlare.

“Vai via…” le dico dopo qualche minuto, con un filo di voce. “Lasciami stare.”

“No, rimango qui” dice sedendosi per terra. “Non ti chiedo niente, ma preferisco restare con te finché non sono sicura che stai bene.”

Bene?!” ribatto io urlando. “Ma è ovvio che non sto bene! Ma dimmi tu come cazzo posso stare bene?!”

“Intendevo…”

“Cosa?! Cosa?! È tutto una merda, peggio di così non può andare! Anzi, sì che può andare peggio: il timore dei dottori che diventa un tumore! Tanto è così che andrà! Lo so già!”

“Leo, nessuno sa com’è che andrà…”

“Ma per favore!”

“E qualsiasi cosa succederà l’affronteremo insieme, ok? Ma magari andrà tutto bene e non ci sarà proprio niente da affrontare…”.

Non le rispondo e mi copro la faccia con le mani perché non riesco a smettere di piangere e mi vergogno da morire a farmi vedere così.

Dopo un po’ riesco finalmente a calmarmi e mi asciugo la faccia con la maglietta.

“Sembra così… irreale” dico facendo un respiro profondo. “Tutto. Tutto quanto. Non ci posso pensare che lei non c’è più. E non ci posso pensare che…”

“E non ci pensare allora” dice Asia alzandosi e prendendomi una mano. “Non adesso. Andiamo a fare colazione.”

“No…”

“Dai, vieni…”; mi tira per farmi alzare, ma io faccio resistenza.

“No, non ne ho voglia.”

“Ci sono i tuoi biscotti preferiti, li ho preparati ieri sera”.

Io ci penso un attimo, poi sospiro e mi alzo.

“E va bene! Tanto vale approfittarne e mangiare! Dato che da domani mi tocca il fantastico cibo dell’ospedale! Anzi, dopodomani mi faranno addirittura patire la fame!”

“Ti prometto che appena torni a casa ti preparo tutti i tuoi piatti preferiti!”

“L’hai detto, eh?!”

“Parola di scout!” esclama lei sollevando la mano destra, mentre andiamo verso la cucina.

“Ah, siamo apposto allora! Dato che gli scout li hai lasciati al primo campeggio…!”.

Io avevo poco più di tre anni e quindi non me lo ricordo, ma ho sentito raccontare mille volte la storia di Asia che cade dal letto a castello mentre dorme dentro al sacco a pelo, e sbatte la testa. Non si era fatta niente di grave, solo un bernoccolone, ma da quel momento in poi non ne aveva più voluto sapere degli scout, e il mattino dopo aveva fatto telefonare a mamma e papà per farsi venire a prendere.

Asia ride e mette sul tavolo il contenitore coi biscotti. “E allora parola di sorella maggiore, va bene?”

“Va bene” le rispondo annuendo, mentre mi preparo il caffellatte.

“Hai già preparato il borsone?”

“No… Lo faccio più tardi.”

“Ti serve una mano?”

“No.”

“Sicuro?”

“Certo che sono sicuro!” dico con tono scocciato sedendomi a tavola. “Mi servono solo un paio di cambi”.

Più la Play, i fumetti e l’i-pod, per non morire di noia.

 

È bello guardare Leo mentre mangia i biscotti che lei ha preparato appositamente per lui, nella speranza che gli facessero tornare un po’ del suo consueto appetito. Il fatto che ultimamente mangi poco, forse è una delle cose che la angoscia di più. Cerca di non darlo a vedere, perché c’è già il papà che è molto apprensivo, e Leo mal tollera troppe attenzioni, però questa cosa la destabilizza molto. È come se niente fosse più al proprio posto.

È come se niente tornerà mai più al proprio posto, senza la mamma.

E se per caso Leo dovesse…

No, non ci vuole pensare.

Cerca di allontanare il più possibile quell’orribile possibilità dalla sua testa, però quella, imperterrita, continua a tornare, in qualsiasi momento della giornata: quando è a casa, quando è all’università, quando è da sola, quando è con le sue amiche, quando è con Michele, quando è sveglia, quando sta dormendo…

Dormendo…

Anche questo non è più al proprio posto.

Si è svegliata prima dell’alba anche oggi.

Ultimamente succede sempre così.

Ha sentito il papà mentre si preparava per andare a lavoro e poi lo ha sentito chiudere la porta d’ingresso.

È rimasta a girarsi e rigirarsi nel letto per un po’, tentando di riprendere sonno, ma quando ha capito che tanto per cambiare il sonno non sarebbe tornato, ha pensato che tanto valeva alzarsi e studiare.

O almeno provarci.

Perché ultimamente non le riesce molto bene nemmeno quello.

Mentre andava in cucina per prepararsi la colazione, aveva notato subito che la porta della stanza di Leo era aperta, e questo l’aveva immediatamente messa in allarme, perché se lui è lì dentro la porta è sempre rigorosamente chiusa. Si era avvicinata con passi rapidi, e come prevedeva Leo non c’era, e non era nemmeno in bagno, perché c’era appena stata lei.

Aveva controllato il balcone, e niente, e stava già per andare in allarme, pensando che fosse scappato di casa per non essere ricoverato e per non fare l’intervento, ma poi lo aveva sentito piangere, e le si era straziato il cuore.

Si era diretta lentamente, quasi con paura, verso la stanza di mamma e papà, da dove sentiva provenire il pianto.

Temeva la reazione di Leo, perché sa benissimo quanto lui non sopporti di essere visto quando sta male, come voglia cavarsela sempre e comunque da solo.

Che poi, a essere onesta con se stessa, non era solo della reazione di Leo che aveva paura, ma anche della propria.

Quello era il pianto lacerante di una persona devastata, e lei non era preparata a tutta quella devastazione.

Lo sapeva, lo aveva saputo fin dal primo istante, che se la mamma non ce l’avesse fatta a guarire, il cuore di Leo sarebbe andato in mille pezzi, così come aveva sempre saputo che il papà, in mille pezzi, ci sarebbe andato tutto intero, però tutto questo è troppo.

Questa paura soffocante che Leo possa essersi ammalato, e tutti gli esami, tutti questi giorni di attesa, di malessere, di dolore…, e adesso anche l’intervento chirurgico.

È troppo.

È troppo persino per lui.

Il mio Leone con la criniera da corvo.

È troppo anche per un Leone coraggioso.

Figuriamoci per lei che tanto coraggiosa non lo è mai stata.

Però adesso sente di doverlo tirare fuori questo coraggio: per se stessa, ma soprattutto per il papà e per Leo, che anche se sembra assurdo e atroce, probabilmente sta per affrontare una delle prove più difficili della sua vita.

Non è giusto.

È tutto così ingiusto!

Ma lei non può farci niente, nessuno può farci niente.

L’unica cosa che può fare è stare vicino a Leo quanto più possibile, o meglio, quanto lui le permetterà di fare.

Anzi, no: stargli vicino e basta, che lui lo voglio o no.

Che poi non è vero che non vuole nessuno, è il suo orgoglio che gli fa dire così, che gli fa addirittura credere che sia così, ma non è la verità, e anche lui ha bisogno di qualcuno su cui contare.

La mamma era l’unica persona a cui permetteva di stargli vicino veramente, e ora che la mamma non c’è più, tocca a lei. Non, prendere il suo posto, questo no, sarebbe impossibile, ma semplicemente esserci, sempre.

Si chiede se ne sarà all’altezza.

È impossibile essere all’altezza della mamma, ed è difficilissimo essere all’altezza della fiducia di Leo, ma lei ci deve riuscire, ce la deve fare, pure se questo dovesse costarle caro.

Pure se questo dovesse significare mettere in pausa la propria vita.

Del resto, non è quello che sta già facendo?

È inevitabile.

Non riesce a pensare ad altro che alla mamma che non c’è più, e al papà che è distrutto, e a Leo che forse si è ammalato.

Questi pensieri, sempre, di continuo, senza sosta, senza tregua.

Non riesce più a dormire come si deve, non riesce più a concentrarsi nello studio, non riesce più a leggere, non riesce più a guardare un film, non riesce più nemmeno a fare l’amore con Michele. Non riesce nemmeno a parlarci, con Michele. Non riesce a condividere con lui le sue paure più profonde, non riesce a dirgli come si sente, non riesce a fargli capire come adesso le priorità per lei siano diventate altre.

Non riesce.

Lei, proprio lei che è sempre riuscita in tutto, adesso è come se non riuscisse più in niente, se non a svegliarsi la mattina, dopo ben poche ore di sonno, e trascinarsi lungo la giornata, vuota, sospesa senza fare altro che aspettare la sera e poi di nuovo la mattina.

Aspettare, è tutto ciò che riesce a fare.

 

“Ehi…” mi dice Giulia lasciandomi la mano e stringendosi al mio braccio mentre stiamo passeggiando nel parco. “Sei troppo silenzioso.”

“Sì.., hai ragione, scusa.”

“È perché alla fine mia madre non è più uscita e ci ha scombinato i piani? Ti è scocciato molto?”

“Mah…, sì…, cioè, un po’…, ma fa lo stesso”.

Stare da solo con Giulia, soprattutto con pochi vestiti addosso, è sempre un ottimo modo per trascorrere il tempo e per distrarmi da tutti i miei problemi, però onestamente non so nemmeno se oggi la cosa avrebbe funzionato. Ho le palle troppo girate, ho l’umore sotto i piedi, e ho ancora mal di testa. Volevo quasi dirle di non vederci, ma non ci siamo visti nemmeno ieri, e ho anche pensato che era meglio approfittarne, dato che nei prossimi giorni non so come andranno le cose.

“Recuperiamo domani, va bene?” mi dice lei con tono dolce, dandomi un bacio sul collo.

“No…” le rispondo infilando le mani nelle tasche dei jeans. “Domani non posso.”

“Ah, ok… E allora dopodomani. Vorrà dire che recupereremo ancora meglio!” esclama ridendo. “Super pieno di coccole!”.

Infila una mano sotto la mia maglietta, accarezzandomi la schiena, suscitandomi un brivido che è piacevole e sgradevole insieme.

È una strana sensazione.

“Non posso nemmeno dopodomani” le dico scansandomi un po’.

Lei mi guarda senza dire niente e si mordicchia il labbro inferiore, poi inizia a mordicchiarsi l’unghia del pollice. È come se avesse paura di parlare, ma poi si decide.

“Devi… andare in ospedale?” mi domanda sedendosi su una panchina.

Io annuisco e mi siedo accanto a lei sospirando, ma non dico niente.

“Per i risultati degli esami?” mi domanda ancora, titubante.

“No… Per quelli ci sono già andato ieri.”

“Ah…”.

Ieri ero troppo sconvolto per dirle qualcosa, così ho inventato che avevo da fare con papà e che non potevamo vederci, e anche al telefono sono stato molto evasivo.

“Devo fare altri esami” dico fissandomi le scarpe.

“Ancora?!” mi chiede lei con apprensione.

“Sì…”

“Ma scusa, più di quelli che hai già fatto?!”; ha alzato un po’ la voce, in una specie di protesta, poi ha ripreso a mordicchiarsi l’unghia.

“Smettila, che poi si rompe e ti incazzi” le dico afferrandole la mano e allontanandola dalla sua bocca.

Lei sospira e stringe la mia mano, poi cerca il mio sguardo. “Scusa.., io non ci capisco praticamente niente, però…, cioè…, hai già fatto la radiografia, e la tac, e la risonanza…! Più di così che altro devono farti per capire che hai?”

“La biopsia” dico stringendo le labbra.

Che palle! Parlare di questa faccenda è proprio l’ultima cosa che mi va di fare adesso, però mi rendo conto che non posso nemmeno sparire per tre giorni senza spiegarle nulla.

“Cioè…?” mi domanda lei piuttosto impressionata.

“Non sai cos’è?” le chiedo con un tono che è quasi divertito. Ma forse è normale che i ragazzi della nostra età non se ne intendano di queste cose. Sono io quello ferrato in materia, dopo tutto quello che ha passato la mamma.

“L’ho sentita nominare…” risponde lei un po’ imbarazzata. “Cioè…, ho qualche idea.. Ma nello specifico, cos’è che ti fanno?”

“Mi prendono un pezzo d’osso e lo analizzano. Dopodiché direi che sapranno con certezza che cavolo c’ho”.

Come se non lo sapessero già! È solo una proforma. Potrebbero pure risparmiarmela ‘sta cazzo di operazione!

“Ok…” dice Giulia sempre più impressionata. “Ma quindi questa biopsia la devi fare domani?”

“No, dopodomani. Però mi ricoverano già domani per fare tutti gli esami che servono.”

“Che esami?”.

Sospiro, perché ho sempre meno voglia di approfondire l’argomento, e le rispondo un po’ scocciato.

“Gli esami del sangue…, l’elettrocardiogramma…, la radiografia toracica… e la visita con l’anestesista.”

“Come, l’anestesista…?” mi chiede con un filo di voce, ricominciando a mordicchiarsi l’unghia.

“E che vuoi? Che mi operano senza anestesia?! Non ti facevo così crudele!”; rido, ma lei no. È davvero molto preoccupata e questo non mi è di aiuto.

“Ma quindi… è una vera operazione?”

Mi sforzo di avere pazienza, perché lo capisco che queste domande che a me sembrano stupide e inutili, per lei sono importanti, e le rispondo in modo tranquillo, spiegandole tutto.

“Sì…, è una vera operazione, in anestesia generale. Si chiama biopsia a cielo aperto. Ma pure se era la biopsia che fanno di solito, quella col super ago gigante, l’anestesia me la facevano lo stesso, eh?! Però solo alla gamba. E invece così pare che mi farò un bel trip…”

Giulia è sul punto di piangere e io sono sul punto di prendere e andarmene perché viene da piangere anche a me, e non ho certo intenzione di regalarle lo spettacolo che ho regalato ad Asia stamattina. Però non ho voglia di discutere con lei, e mi sento anche in colpa per il fatto che sta male per me, così prendo un bel respiro, mi calmo, e le circondo le spalle con un braccio, tirandola verso di me.

“Dai, non ti preoccupare” le dico dandole un bacio sulla testa. “Non è mica un’operazione rischiosa. Non devi avere paura, ok?”

Che già la mia paura basta per tutti e due. Anche se più ancora dell’operazione, è il dopo a terrorizzarmi.

“Va bene…” mormora lei strusciando la testa contro la mia spalla. “Ma quanto dovrai restare in ospedale?”

“Due giorni…, tre al massimo”.

Anche se a sentir la Strega sono almeno quattro, ma io non ci penso proprio. Piuttosto scappo.

“Ok…”. Giulia mi accarezza il petto con la punta delle dita e poi cerca il mio sguardo. “Posso venire con te?”

Che?!

“In che senso, scusa?!” le chiedo sollevando le sopracciglia.

“Per starti vicino…, venire a trovarti… È permesso, no?”

“Ma…, sì, ci sono gli orari di visita… Ma è meglio di no.”

“Perché?”

“Perché non c’è bisogno, davvero. Sono solo pochi giorni, non ho bisogno che vieni.”

“Ma ne ho bisogno io!” esclama lei con enfasi. “Ho bisogno di starti vicino…” aggiunge con tono molto più basso. “Per favore”.

Io non rispondo e lei si siede in braccio a me.

“Almeno il giorno dell’operazione… Per favore.”

“Giulia, ma non mi pare proprio il caso… E poi ci sarà mio padre…”

“Beh, e allora? Dovrò conoscerlo prima o poi, no? Anche se in realtà…, ci siamo già conosciuti.”

“Ma quando, scusa?!”.

Lei abbassa lo sguardo e inizia a giocare con l’elastico che ha al polso, e a me viene in mente quando è successo.

“Ah, già…”.

Al funerale della mamma.

Anche se dire che si sono conosciuti è una parola grossa. Alla fine della funzione, lui era accanto a me quando Giulia mi ha raggiunto per il corteo funebre. Io l’avevo presa per mano e avevo detto “Lei è Giulia”, e papà aveva accennato un saluto distratto.

“Per favore” insiste lei. “Ti prometto che non ti starò troppo addosso, però fammi venire. Ci voglio essere quando ti svegli”.

Sto per dirle che tanto il vero e proprio risveglio avviene in sala risvegli e che lei lì dentro non può entrare, ma poi preferisco sorvolare.

“Ok…” dico sospirando. “Puoi venire. Ma solo il giorno dell’operazione.”

“Grazie!” esclama abbracciandomi, e io la stringo.

In realtà però sono già mezzo pentito perché mi è venuto in mente che così mi vedrà con indosso quell’orribile camice che mi fa sembrare il re degli sfigati.

Ormai però è andata.

“Senti…” le dico spostandole i capelli all’indietro. “Guarda che non sa niente nessuno. Nemmeno Mattia.”

“Ok tranquillo. Messaggio ricevuto!”

“Non voglio che si preoccupino per me, e peggio ancora voglio passare per quello poverino.”

“Non dirò niente, te lo prometto” dice prendendomi il viso tra le mani e dandomi un bacio sulle labbra. “Nemmeno a Ceci. Fidati di me”.

Io annuisco, mentre mi sfugge un sorriso. “Grazie.”

“Ma… hai paura…?”

“Ma no…” le rispondo sfregandomi un occhio, ma la verità è che sì, ho paura.

Una dannata, fottutissima paura.

Come se sapessi già che dal momento in cui entrerò in quella sala operatoria, niente sarà mai più come prima.

Niente.

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2 commenti su “Capitolo 186: Martedì, 26 giugno 2012

  1. Un susseguirsi di momenti strazianti e momenti dolcissimi
    La madre che non c’è più, la paura per l’intervento ma, nonostante tutto, la voglia di vivere: “mi piace un sacco la mia vita, è bellissima”
    E poi Asia, così dolce e tanto preoccupata, cerca di fare coraggio a Leo ma è “consapevole che niente tornerà mai più al proprio posto, senza la loro mamma”
    Giulia poi così giovane ed ingenua, ma tanto innamorata del suo Leone… fa tanta tenerezza
    Capitolo letto tutto d’un fiato
    Grazie mille
    Marina

    1. Grazie a te per il tuo commento, mi fa tanto piacere leggere cosa pensate e cosa vi susciti quello che scrivo ?.
      Sì, è un capitolo straziante, anche da scrivere…, e anche se Leo è tanto amato, questo è davvero un periodo difficilissimo per lui…, e non è facile per me raccontarlo. È l’inizio della discesa verso le pagine più difficili e dolorose della sua vita.
      Nonostante tutto, però, per me è un onore accompagnarlo e sentire insieme a lui ?.

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