Capitolo 1856: Sabato, 21 gennaio 2017

L’attesa dei referti (lunghissima, snervante, logorante), unita al malessere fisico: Leo è sul punto di crollare un’altra volta, ma si ostina a resistere e a trincerarsi dietro alla sua corazza. L’incontro con un “alleato”, però, gli farà abbassare un po’ le difese e gli permetterà di condividere le sue paure.

 

Sabato, 21 gennaio 2017

Anche oggi non riesco ad alzarmi e posticipo la sveglia. Sono andato a letto tardi e stanotte mi sono pure svegliato due volte, completamente sudato, e mi è toccato alzarmi per cambiarmi. La prima volta ho provato a trascinarmi fino alla doccia, ma rischiavo seriamente di svenirci dentro, così mi sono dato una sciacquata veloce nel lavandino, ho infilato una canotta pulita, e poi sono tornato a letto. Per fortuna, sia Cris che Nic dormivano profondamente e non li ho disturbati.

Ho la gola completamente secca e mi fa malissimo. Allungo una mano verso il comodino e afferro la bottiglietta; bevo un sorso d’acqua e poi mi lascio ricadere, abbandonando pesantemente la testa sul cuscino. Cazzo, sto peggio di ieri.

“Papà!”; non faccio in tempo a sentire la voce di Nic, che si è già arrampicato sul letto e mi è salito sopra. “Papà, no nanna! Più! Papà!”. La sua voce è squillante e acuta, ed è come se mi trapanasse il cervello. Faccio finta di dormire, che così magari mi lascia in pace, ma lui si siede a cavalcioni sulla mia pancia e comincia a saltellare. “Papà!”.

Sento i passi leggeri e veloci di Cris che si avvicinano, fino a che la sento entrare nella stanza. “Nic!” lo chiama con decisione, pur mantenendo un tono di voce bassissimo. “Vieni qua!”

“No!” le risponde lui con altrettanta decisione.

“Non svegliare il papà! E smettila di toglierti i calzini!”

“No!”.

È ufficialmente entrato nella fase del “No”, che di solito pare sia attorno ai due anni, ma lui ovviamente deve sempre anticipare tutto. Come me. Mi sa che Cris lo ha preso in braccio con la forza, perché adesso ha cominciato ad urlare. “Papààà! Io papààà! Lui svegliaaa!”.

Mi tiro su a sedere sbuffando, reggendomi la testa con una mano, mentre Cris lo sta portando via. “Lascialo, sono sveglio.”

“Papààà! Io papà! Giù mamma! Giù!”

“Lascialo fare” dico a Cris. Lei mi guarda un attimo, poco convinta, e poi lo mette giù. “Vieni qui Piscione!” esclamo sorridendo, e lui ride e corre subito da me.

“Come stai?” mi domanda Cris sedendosi sul bordo del letto e accarezzandomi il viso.

“Bene” le rispondo mentre Nic cerca di arrampicarsi sulla mia schiena, ma a quanto pare lei non se l’è bevuta e mi guarda con apprensione.

“Fai piano” dice a Nic. “Il papà non sta tanto bene.”

“Papà bua?” domanda lui sporgendo la testa verso di me per guardarmi. “Dove bua? Io bacini.”

“Ho detto che sto bene” dico con tono fermo a Cris, e poi allungo le braccia per prendere Nic e gli sorrido. “Niente bua Piscione, ma dammi lo stesso i bacini!”.

Lui ride e comincia a riempirmi la faccia di baci, mentre Cris mi guarda ancora con apprensione ma non riesce a trattenere un sorriso.

 

È passata Carola a prendere Nic; lo tiene lei stamattina, dato che il sabato il nido è chiuso, così Cris può studiare per l’esame di lunedì. Lui ha protestato un po’, più che altro perché non voleva i calzini e le scarpe, ma poi ho sentito Carola che gli diceva di avere una grossa sorpresa per lui, e subito dopo lui dire “Ciao ciao” a Cris.

Siamo a posto.

Ha già capito come gira il mondo.

Io mi sono sdraiato di nuovo finché non è suonata ancora la sveglia, e adesso non posso più rimandare, mi tocca proprio alzarmi.

“Come mai la sveglia?” mi chiede Cris entrando in camera proprio mentre io mi sto alzando dal letto. “Hai dimenticato di toglierla?”

“No no” le rispondo massaggiandomi il collo, evitando però volutamente di toccare quella cosa. “Devo andare alla Radio.”

“Cosa?!” mi domanda lei sgranando gli occhi. “Ma se ci sei stato fino all’una passata!”

“Lo so, ma manca ancora Fede. Devo coprire il suo turno di stamattina.”

“E non può farlo qualcun altro?”

“No.”

“Ma Leo! Stanotte scottavi! E sono sicura che hai la febbre anche adesso!”

“Prendo un’aspirina” le dico andando verso il bagno.

“Non ci posso credere!” esclama lei venendomi dietro. “Si vede lontano un miglio che non stai bene! Non puoi andare a lavorare così!”

“E invece ti ho detto che ci vado”. Prendo un’aspirina dall’armadietto e poi vado in cucina per prendere l’acqua, con Cris che ancora mi viene dietro e continua a dirmi che sono un pazzo incosciente. “Mi sembri la Lisandri!” ; butto giù l’aspirina, e poi inizio a prepararmi il caffellatte.

Lei incrocia le braccia e scuote la testa. “Ecco! Cosa ne pensa la Lisandri che vai al lavoro?! Non sarà mica d’accordo?! È impossibile!”

“Non lo so cosa ne pensa. Non sono mica stato lì a chiederglielo.”

“E allora adesso la chiami e glielo chiedi!”

“Tu sei fuori!”; bevo velocemente il caffellatte, e poi torno in bagno per farmi la doccia.

“Allora la chiamo io!”

“Cris, adesso basta!” le dico alzando la voce. “Ti ho detto che vado alla Radio e ci vado. Punto!”.

Apro l’acqua della doccia per farla riscaldare un po’, mi spoglio, e poi vado sotto al getto, sperando che mi faccia sentire meglio.

Cris non se ne va. Resta per un attimo ferma, in piedi, poi si siede sullo sgabello, ma non mi dice più niente.

 

Speravo che andare alla Radio servisse almeno a distrarmi un po’ da tutti i miei brutti pensieri, e invece non è servito a niente. Ho continuato a pensare e a ripensare allo schifo di situazione in cui mi trovo, e a quella ben più schifosa in cui mi potrei ritrovare presto.

Di nuovo.

Martedì.

Martedì saprò se posso tornare alla mia vita fantastica, o se tutto se ne andrà a fanculo per l’ennesima volta.

Stavolta sarebbe ancora peggio, peggio di tutte le altre volte, perché dopo tutto quello che ho passato, finalmente ho riavuto una vita normale, ed è una vita normale straordinaria.

E ci ho preso gusto.

Mi piace da matti.

Amo tutto della mia vita.

Ogni singolo particolare.

Altri tre giorni.

Altri tre giorni per conoscere il mio destino.

No, cazzo, io non ce la posso fare! Non posso aspettare tre giorni, divento matto sul serio. Possibile che la Lisandri non riesca ad accelerare le cose?! Sa farsi bene intendere quando pare a lei! Adesso la chiamo e… no. Forse è meglio andare direttamente in ospedale. Ho più possibilità di convincerla a sollecitare Radiologia e il laboratorio d’analisi, se le parlo di presenza.

Ok, faccio così, sempre sperando che ci sia.

 

C’è.

È nel suo studio, ed è libera.

Mi riceve immediatamente, ma poi mi fa segno di aspettare, mentre finisce di compilare delle carte. Io mi siedo di fronte a lei e aspetto, tamburellando con le dita sulla scrivania, ma la disturbo, e allora smetto; prendo il cellulare per navigare un po’ su internet, ma ho troppo mal di testa e mi passa subito la voglia, così lo rimetto in tasca. Mi abbandono contro lo schienale della sedia sospirando, e poi finalmente lei finisce di scrivere e mi guarda.

“Eccomi” dice mettendo tutti i fogli dentro a una cartella clinica. Chissà chi è il fortunato. “Come mai di nuovo qua? Che succede? I sintomi sono peggiorati?”

“No…, cioè… in realtà sì, ma non sono venuto per questo.”

“La febbre come va?” mi chiede ignorando del tutto la mia ultima frase. “Hai gli occhi molto lucidi.”

“Continua a tornare su appena finisce l’effetto dell’aspirina” le rispondo piegando le labbra di lato.

“E i dolori?”

“Lasciamo perdere che è meglio. Mi fa malissimo tutto. Nic mi sembra pesare una tonnellata.”

“L’astenia? È peggiorata anche quella?”

“Sì” annuisco io sfregando una mano contro i jeans. “È stato difficilissimo alzarmi dal letto, stamattina”; lei mi scruta senza dire niente, arricciando le labbra, e questa cosa non mi piace per niente. “E poi… mi sembra che quella… cosa” dico muovendo una mano all’indietro. “Sia molto più grande di ieri”.

Lei sospira e si alza in piedi. “Controlliamo”; si avvicina a me e comincia a tastarmi il collo in silenzio. “No” dice poi. “Direi che è come ieri. Però ce n’è un altro leggermente ingrossato, qua a sinistra.”

“Fantastico!” esclamo io con tono sarcastico. “Vuole controllare anche gli altri?”

“No, non occorre. Ormai aspettiamo i risultati degli esami. E facciamo che nel frattempo ti prescrivo qualcosa di più pesante dell’aspirina per la febbre e i dolori.”

“Ok…”.

Torna a sedersi alla scrivania e prende il blocchetto per le prescrizioni, ma prima di scrivere si toglie gli occhiali e mi guarda. “Adesso però tu mi spieghi che ci facevi stamattina alla Radio, dato che sei messo così”.

Cazzo.

Mi sento esattamente come quando venivo beccato a copiare durante un compito in classe di matematica.

“Ha parlato con Cris?”

“Cris? No” mi risponde lei scuotendo la testa e scrivendo sul blocchetto. “Quando sono libera, mi piace ascoltarti… re Leone!”

“Ah, davvero…?”; sorrido un po’ imbarazzato all’idea che lei mi ascolti in Radio, però ammetto che mi fa anche piacere.

“Sì. Tieni” mi dice porgendomi la ricetta di non so cosa. “Prendi questo finché non saranno pronti i referti…, poi vediamo”.

Prendo il foglio e cerco di decifrare quello che c’è scritto, ma ovviamente non ci capisco niente. “Non sono punture, vero? No, perché, sa com’è… direi che ne ho avuto abbastanza.”

“No, stai sereno” mi risponde lei accennando un sorriso. “Sono compresse. Se non riesci a mandarle giù per colpa del mal di gola puoi scioglierle in acqua, ma hanno un saporaccio, quindi se riesci ti conviene prenderle intere.”

“Ok…”; piego il foglio e lo metto nella tasca del giaccone. “Senta, a proposito dei referti… In realtà ero venuto da lei proprio per questo. Non posso aspettare fino a martedì. Divento matto!”

“Leo, lo so che sei in ansia, e lo capisco perfettamente, ma l’unica cosa che puoi fare è metterti tranquillo e aspettare, sperando che arrivino martedì, perché non è nemmeno detto.”

Nemmeno detto?!” esclamo alzando la voce. “Ma come?! Aveva detto martedì!”

“Avevo detto spero per martedì”.

Sì. Aveva detto così. Ma io non posso di certo aspettare tutti questi giorni! È impossibile!

“Ma lei può sollecitare il laboratorio, no?! E anche Radiologia. Gli dica di darsi una mossa e di farmeli avere più tardi. Domani al massimo.”

“Non è una cosa che dipende da me, Leo. Davvero.”

“Sì, figuriamoci!” esclamo sbattendo la mano sulla scrivania. “Tutto qui dentro dipende da lei! Ha più potere di un boss mafioso! L’ha fatto mille volte, di sollecitare i referti! Me lo ricordo, sa?! Quella volta che avevo l’infezione alla gamba, e quella che avevo la febbre a quaranta, e pure quella che…”

“Quelle erano emergenze. È una cosa molto diversa.”

“Anche questa è un’emergenza!”

“No. Non lo è. Che tu ci creda o no, in questo momento l’ospedale è pieno di pazienti che stanno molto peggio di te, e che quindi hanno la precedenza.”

Peggio di me?! Come fa a dirlo, che stanno peggio di me, eh?! Se questa… cosa è un tumore…” dico alzando la voce e indicandomi il collo con la mano. “Se… se ho di nuovo il cancro, con che coraggio mi dice che c’è chi sta peggio di me?!”.

Mi viene da piangere. Non voglio crollare come ieri con Cris. È già stato troppo pure quello. Non voglio. Non voglio di nuovo scoppiare a piangere fino a restare senza fiato. Già mi scoppia la testa così.

Mi alzo in piedi, e immediatamente si alza anche la Lisandri. “Leo, aspetta…!”

“No” le rispondo andando verso la porta mentre lei mi segue. “Ho bisogno di stare da solo.”

“Va bene” sospira lei accarezzandomi la schiena. “Come vuoi. Se hai bisogno sai come trovarmi”.

Io annuisco e apro la porta. “Grazie”.

Mi dispiace d’aver reagito così, non ce l’ho con lei, ma adesso ho davvero bisogno di starmene da solo.

 

E invece incontro Vale.

Lo incontro nell’hall, mentre sono perso nei miei pensieri e sto cercando di decidere dove andare, e lui mi arriva alle spalle, cogliendomi di soprassalto.

“Cazzo Vale! Mi hai fatto prendere un colpo!”

“Scusa” mi dice accennando un sorriso. “Non credevo di spaventarti!”

“Fa niente dai…, ero sovrappensiero.”

“Sei passato a dare una mano ai ragazzi della Radio con la scaletta?”

“Eh… sì sì” gli rispondo mentendo spudoratamente.

“Bene, bravo. Senza di te non so che combinerebbero. Io invece sono venuto a fare i miei controlli semestrali. Sono qua dalle 8…”

“Ah… E hai finito adesso?” gli chiedo guardando l’orologio appeso alla parete.

“Sì, mi è toccato aspettare un sacco in Radiologia. C’è stato un incidente stradale e c’erano delle urgenze. Mi hanno pure proposto di andare a casa e tornare domani, ma ho preferito aspettare e togliermi il pensiero.”

“Beh, sì… Hai fatto bene…”

“Che poi… togliermi il pensiero si fa per dire…” mi dice con un sorriso tirato. “Starò in ansia per una settimana. Ma tu stavi andando a casa a pranzare?”

“Eh…? No, stavo…”; inventati qualcosa, Leo, dai! Inventati qualcosa, dai, cazzo!

“Perché non andiamo a mangiare qualcosa insieme? Io sto morendo di fame, è da ieri sera che sono a digiuno!”

“Non… non so se…”

“Hai già pranzato?”

“No…”

“Dai, andiamo allora! Non ho voglia di andare a mangiare a casa! Mia madre non c’è, e finirei col mettere nel microonde dei bastoncini di pesce surgelati!”.

Io rido e mi passo una mano in mezzo ai capelli. “Sempre meglio quelli, della roba che cucina Cris!”

“Andiamo allora?”

“E va bene! Basta che non sia il bar dell’ospedale, eh?”.

Ho bisogno di andare il più lontano possibile da questo posto.

“La Locanda del porto?” mi propone lui sorridendo, e sa benissimo che è uno dei miei ristoranti preferiti.

“Fantastico! Offri tu ovviamente!” gli dico mentre usciamo dall’ospedale.

“Veramente dovresti offrire tu, dato che sei quello famoso e coi soldi! Io al momento sono solo lo studente sfigato!”

“E vabbè, offro io. Però quando lavorerai all’ambasciata italiana di Washington, ti toccherà ospitarmi per un mese a tue spese, eh?!”

“Ok ok… Mi sembra giusto!”.

Io e Vale scherziamo sempre su questa cosa, ma io sono sicuro che lui ce la farà, che realizzerà il suo sogno di andare a lavorare a Washington; è destinato a diventare uno importante.

Lo diceva sempre anche Davide.

 

“Forse ho di nuovo il cancro”.

È stato un pranzo tranquillo, rilassato.

Finora.

Io e Vale abbiamo parlato della Radio, che quando vado in onda la mattina lui non riesce mai ad ascoltarmi, ma che la sera sì, quasi sempre, e a volte anche al pomeriggio, e che quando ci sono di notte però non ne salta una; della sua università e degli esami che lo stanno facendo esaurire, soprattutto quello di economia internazionale. “Appena ho finito la sessione, vado a Madrid con Bella per una settimana”: così mi ha detto. E io gli ho detto che anche Cris avrebbe bisogno di una vacanza dopo gli esami, che sta studiando tanto, che Nic è impegnativo, anche se è fantastico, certo.

E allora abbiamo parlato di quanto Nic sia fantastico, e di tutte le parole nuove che ha imparato, che si toglie sempre le scarpe e i calzini perché gli piace camminare scalzo, che si incazza se proviamo ad aiutarlo a mangiare, che adesso è tutto un no, di continuo.

Abbiamo parlato di Carlo, che pare si sia fidanzato, anche se questa qua nessuno l’ha mai vista, e ci siamo chiesti che tipa sia, e soprattutto se esista veramente.

Lui mi ha detto gli piacerebbe iscriversi in piscina, che sta pensando di farlo, e mi ha chiesto a che ora ci vado io e in che giorni, che sarebbe bello andarci insieme. E io gli ho raccontato che spesso incontro un bambino di circa quattro, cinque anni, che fa il corso di nuoto, che la prima volta è rimasto sconvolto a vedere la mia super gamba e mi si è avvicinato, con gli occhi e la bocca spalancati, e mi ha chiesto se fossi un supereroe, e che allora è vero che esistono. E io gli ho risposto che sì, sono il re Leone dalla gamba d’acciaio, e lui mi ha detto che non lo ha mai sentito nominare, e io sono partito a inventarmi una storia, finché sua madre non è venuta a recuperarlo, imbarazzatissima, scusandosi mille volte. “Vale, se vieni dovremo inventarci un nome da supereroe anche per te” gli ho detto, e ho pure riso.

Incredibilmente, durante il nostro pranzo, sono riuscito a ridere.

Nonostante non mi senta per niente bene, nonostante mi faccia malissimo la testa e senta tutta l’angoscia che mi opprime il petto.

Però ho riso.

Ed è stato un pranzo tranquillo, rilassato.

Finora.

E non lo so proprio, com’è che adesso mi è saltato in mente di dirgli questa cosa.

“Forse ho di nuovo il cancro”.

 

Vale rimane fermo col cucchiaino piantato nella creme brulèe, e sulla sua faccia si legge sorpresa e incredulità. Forse non mi crede. Forse pensa che sia solo uno scherzo di pessimo gusto. Ma poi mi guarda negli occhi, e l’incredulità diventa sgomento.

Lascia la presa sul cucchiaino, deglutisce, sbianca. “Che… che stai dicendo? Leo, ma cosa…?”.

Mi stringo nelle spalle, mentre mi sfugge un sorrisetto nervoso. “Non sto bene” gli dico rigirando la cannuccia nel sorbetto al limone che ho lasciato a metà, e che ormai è quasi sciolto. “La Lisandri mi ha fatto anticipare gli esami… e adesso sto aspettando i risultati.”

“Ma… in che senso non stai bene? Cos’hai?”

“Un linfonodo impazzito, qui sul collo. Anzi, no. Pare che adesso siano due”.

Lui deglutisce di nuovo. Certo, ha paura per me, ma credo anche che in questo momento stia provando paura pure per se stesso, che in qualche modo sia terrorizzato dall’idea di rispecchiarsi in me. “I linfonodi si infiammano per tanti motivi, lo sai. Ti ricordi? Era successo anche a me, e poi non era niente…”.

Apprezzo il suo tentativo di rassicurarmi; è molto premuroso, davvero. E lo so benissimo che un linfonodo ingrossato -due- non è per forza un tumore, anzi. Ma con la mia storia clinica e con tutti gli altri sintomi che ho, ho poco da essere ottimista.

“Mi sento a pezzi” gli dico stringendomi nelle spalle, mentre la mia voce non risuona per niente ferma. “Non ho forze, la mattina faccio fatica ad alzarmi, la notte mi sveglio in un bagno di sudore… Ho la febbre alta, mi scoppia la testa, non ho fame…”; indico il bicchiere del sorbetto con una mano, poi la lascio ricadere contro il tavolo. “Di solito, quando veniamo qua prendo dall’antipasto al dolce. Adesso ho preso solo l’orata, e ho fatto pure fatica a finirla”; lui annuisce debolmente, e ha gli occhi lucidi. “Ho tutti i sintomi, Vale. Tutti.”

“E la Lisandri che dice?”

“Che vuoi che dica? Le solite cose! Che devo mettermi tranquillo…, aspettare…, che non devo essere precipitoso… Sì, figuriamoci! Come cazzo faccio a stare tranquillo?!”.

Mi viene di nuovo da piangere, come prima nello studio della Lisandri, e anche stavolta non ho nessunissima intenzione di lasciarmi andare.

“Senti…” mi dice Vale appoggiando una mano sulla mia. “Perché non andiamo a fare due passi sulla spiaggia, eh?”

“Non credo di farcela” gli rispondo io scuotendo la testa, mentre un nodo doloroso mi stringe la gola.

“E allora arriviamo alla spiaggia e ci sediamo. Ci vogliono due minuti, dai!”.

Lui mi sorride, e alla fine lo assecondo e gli faccio segno di sì con la testa, sforzandomi di ricambiare il sorriso.

 

“Amo da impazzire il mare d’inverno” dice Vale, lanciando l’ennesimo sasso contro le onde. C’è un po’ di vento, e il mare comincia a incresparsi. Forse non è il massimo per la mia febbre, starmene qui, con questo vento e con questa umidità, ma sto così bene qua con Vale, il mare, e nessuno intorno. La spiaggia è completamente deserta, i chioschi sono chiusi, tutto è abbandonato. Mi ha sempre messo malinconia il mare d’inverno, ma oggi mi dà un senso di pace. “E pensare a quanto l’ho odiato, quando sono uscito dall’ospedale” aggiunge lui lanciando un altro sasso.

“Ah sì, me lo ricordo. Ma a dire il vero odiavi tutto e tutti. Mica solo il mare!”.

Lui sorride e mi guarda. “Sì… è stato un periodaccio. Per fortuna poi sono ritornato in me.”

“Chissà grazie a chi!” esclamo io con tono sarcastico.

“Non perdi occasione per prenderti dei meriti, eh?!” ribatte lui ridendo. “Però sì, senza di te… non so so dove sarei adesso. A farmi fare pace col mare, però…, lì è stata Nina”.

Nina.

Nina e la sua morte assurda e ingiusta.

Ha il suo bel dire, Alfredi, che tutto ha un senso anche se noi ancora non lo vediamo. E anche Nicola lo diceva sempre, ma io il senso alla morte di Nina non l’ho ancora trovato, nonostante tutto.

Non mi basta il suo cuore che ha salvato Bobo, e non mi basta nemmeno il fatto che forse senza di lei avrei perso Cris e Nic. Continuo a credere che si sarebbero potuti salvare tutti, comunque, senza sacrificare lei. Ma l’Universo anche quella volta si è rivelato più stronzo che mai.

Anche la sua vita ci siamo divisi, come abbiamo fatto per Davide. Ripenso a quel giorno, al suo funerale, a me che stavo peggio di adesso, alle promesse che noi Braccialetti ci siamo scambiati sulla sua tomba. Penso ai suoi genitori, penso al vuoto che ha lasciato, penso a tutto quello che non ha potuto fare, e penso anche a tutto quello che forse non potrò più fare io, se la Bestia è tornata.

“Voglio veder crescere Nic” dico pensando a voce alta. “Scoprire come diventerà, se gli piacerà la scuola, che sport sceglierà… E voglio esserci quando tornerà a casa incazzato nero con un prof o con un suo amico… Quando si innamorerà per la prima volta…, e quando si chiuderà in camera sua col cuore spezzato e la musica a palla. E voglio fare con lui quelle cose padre-figlio che col mio non ho mai fatto, tipo andare in campeggio o a pesca…, insegnargli a farsi la barba…”

“Beh, se ha preso da te, quel giorno è molto lontano!” esclama Vale ridendo. “Hai cominciato l’altro ieri, praticamente!”

“Eddai! Per una volta che faccio un discorso serio!” protesto io dandogli un colpo sulla spalla.

“Hai ragione, scusa. Era un discorso serio. E anche molto poetico”.

Io sorrido e abbasso lo sguardo, intimidito. “E voglio invecchiare con Cris. Muoio dalla voglia di vedere quanto cazzo sarà bella a trent’anni, e poi anche a quaranta. E a cinquanta ritrovarmi a guardarla e a pensare che è ancora bellissima, anzi, che è più splendida di sempre”.

Lui annuisce sorridendo e poi guarda di nuovo il mare. “Io invece vorrei laurearmi col massimo dei voti e diventare qualcuno di importante, andarci a lavorare veramente a Washington… Ma mi piacerebbe anche fare una mostra con tutti i miei quadri. E morire surfando. Da vecchio, si intende”.

Io sorrido tra me e me e allungo una mano per prendere la sua. “Scusami Vale. È da un’ora che ti riverso addosso le mie angosce, e non ho pensato a quanto dev’essere angosciante pure per te, aspettare i risultati dei tuoi esami”.

Perché il fatto che lui si senta bene e non abbia tutti quei sintomi spaventosi che ho io, non significa niente, e lo sappiamo perfettamente tutti e due.

“La sfangheremo anche stavolta” mi dice stringendomi la mano. “Vedrai”.

E ancora una volta, vorrei tanto sentire la voce della mamma dirmi che andrà bene e che tutto si sistemerà.

Però non ci riesco.

Ancora una volta, non ci riesco.

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