Capitolo 1854: Giovedì, 19 gennaio 2017

Non è una giornata facile per Leo: non si sente molto bene, e le paure e le angosce del passato tornano a riassalirlo.

 

Giovedì, 19 gennaio 2017

La sveglia sta già suonando per la seconda volta, e io non ho per niente voglia di alzarmi. Non mi sento molto in forma neanche oggi. Forse mi sta pure venendo la febbre, sempre che non ce l’abbia già; mi sa che devo ringraziare Fede per questo bel regalo.

Sono le 8:15, e devo essere alla Radio tra tre ore, ma Nic deve entrare al nido entro le 9, e Cris è già uscita per andare all’università, stamattina c’ha pure un esame. Non ce la faccio proprio ad alzarmi, ho bisogno di un altro quarto d’ora come minimo; fa niente se Nic arriva un po’ in ritardo: un sorriso e due complimenti fatti nel modo giusto, e Pamela e Angela lo fanno entrare lo stesso, e ci scommetto che non mi rimproverano nemmeno per il ritardo.

Posticipo la sveglia di venti minuti, ma quando suona di nuovo, a me ne sembrano passati appena due.

“Papà!” mi chiama Nic dal suo lettino.

“Arrivo Piscione…” gli rispondo senza troppa convinzione.

“Papà, prendi! Papààà!”; si è pure alzato in piedi, e sta scuotendo le sbarre del lettino urlando. Meglio se mi alzo, prima che decida di scavalcare come quella volta, cadendo e facendosi male.

Mi alzo, lo prendo in braccio, e lui mi riempie la faccia di baci come al suo solito. “Buongiorno Piscione” gli dico dandogli un bacio sulla testa e poi uno sulla fronte.

“Biscotti! Io fame! Voglio biscotti! Latte!”

“Sì sì, prima però andiamo a cambiare il pannolo.”

“No! Biscottiii! Fame!”

“Dopo”.

Lo porto in bagno mentre lui urla e protesta, e lo cambio non senza difficoltà perché non è molto collaborativo, anzi, proprio per niente, e io ho pure male a tutti i muscoli. “Mammaaa!”

“Ti gira male Piscione, la mamma non c’è.”

“Mammaaa!”

“La mamma è uscita” gli spiego scandendo bene le parole, e lui si mette a piangere.

“Io fame!”

“Ma sì, adesso mangiamo”; io a dire il vero non so se mangio, non ho molta fame. Già che ci sono, anziché rimettergli il pigiama, gli metto i pantaloni che Cris ha preparato sul fasciatoio; per la felpa invece aspetto, perché di sicuro si sporcherà mentre fa colazione, nonostante il bavaglino. Lo metto nel seggiolone, gli allaccio il bavaglino al collo, gli appoggio davanti qualche biscotto, metto il suo latte a scaldare nel microonde, e intanto comincio a preparare il mio caffellatte.

“Peppa!” dice lui ciucciando un biscotto. “Papà, voglio Peppa!”.

Ah già! Accendo la tv sul canale dei cartoni, e lui comincia a ridere. Stamattina non connetto; ho pure scaldato troppo il suo latte. Apro il biberon, verso metà del latte in una tazza e lo sostituisco con quello freddo. Ok, può andare. “Tieni Piscione.”

“No bibe! Tazza!”.

Cazzo, è vero! Il biberon ormai lo usa solo la sera, la mattina vuole la sua tazza con George. Travaso il latte, gli do la sua tazza, e finalmente lui è a posto. Io invece no, perché oltre ad avere un gran mal di testa e la gola chiusa, per sbaglio ho pure messo il caffè nella tazza col latte caldo!

Sono in piedi da dieci minuti, e ne ho già abbastanza di questa giornata.

Chiamerei la Radio per dire che non mi sento bene e che non ci vado, ma sarebbe un casino perché già manca Fede, e non saprebbero con chi sostituirmi. Prendo un’aspirina, metto il caffellatte in freezer per farlo raffreddare in fretta, e nel frattempo vado a prepararmi, ché tanto a mangiare non ci penso proprio.

 

Come prevedevo, Angela e Pamela hanno fatto entrare Nic senza problemi, anche se erano quasi le 9:30. Non mi hanno nemmeno detto: “Questa è l’ultima volta!”, come fanno sempre, che tanto poi l’ultima volta non lo è mai. Nic in macchina aveva cominciato a fare un po’ di storie, e continuava a ripetere: “Papà, no asilo! Io papà!”, ma poi arrivati al nido si è subito distratto, mi ha salutato col sorriso ed è andato a giocare.

Anziché tornare a casa, ho preferito andare direttamente alla Radio, e mentre aspettavo che arrivasse Alex mi sono sdraiato sul divano dell’ufficio, e mi sono pure addormentato; mi sono svegliato solo quando è arrivato lui, un’ora e mezza dopo.

“Buongiorno eh!” mi saluta ridendo. “Hai fatto le ore piccole con Cris?”

“Macché!” gli dico io tirandomi su a fatica. “Magari!”

“E allora ti ha tenuto sveglio il Piscione?”

“No, stanotte ho dormito, ma mi sento a pezzi. Fede deve avermi attaccato l’influenza…”

“No, eh!” esclama lui spalancando la finestra. “Non avrete anche me, maledetti untori!”. Io rido, ma nel farlo mi rimbomba tutta la testa; è diverso dai soliti mal di testa che mi vengono ogni tanto e a cui sono abituato, ma è altrettanto fastidioso. “Ma ce la fai ad andare in onda?” mi chiede Alex con tono scettico.

“Sì sì, tranquillo.”

“Va a finire che mi tocca condurre da solo tutte le trasmissioni!”

“Ti ho detto che ce la faccio! Chiudi quella finestra però! Si gela!”

“Ok, chiudo, ma tu stammi alla larga!”

“E di là come faccio a starti alla larga, che i microfoni sono vicini?!”

“Cazzo! È vero!”.

Io mi alzo dal divano e cerco di rilassare i muscoli che mi fanno tutti malissimo. Forse lunedì in palestra ho esagerato, ma mi sembrano strani tutti questi dolori dopo tre giorni. Comincio a massaggiarmi il collo, quando sento qualcosa di strano.

Il mio cuore manca immediatamente un battito e mi tremano le gambe.

Lentamente muovo le dita sul collo e, sì, c’è qualcosa di strano appena sotto alla mascella, a destra: è gonfio e mi fa male.

“Leo, tutto ok? C’hai una faccia!”

“Che faccia?!” gli rispondo in modo brusco.

“Di uno che sta per svenire!” esclama lui avvicinandosi. “Scherzi a parte, se non stai bene forse è meglio che vai a casa. Io mi arrangio.”

“Scusami, torno subito!” gli dico uscendo di corsa dalla stanza.

“Ma dove vai?” mi domanda lui affacciandosi al corridoio. “Tra dieci minuti andiamo in onda!”

“Sì lo so! Vado in bagno, arrivo!”

“Ma non è che hai pure la gastroenterite, vero?! No perché quella io la prendo di sicuro!”

“Ma no!”.

Magari.

Preferirei avere la gastroenterite piuttosto che questa cosa non identificata. Mi guardo attentamente allo specchio, e a guardar bene il gonfiore si nota. Tocco anche dall’altra parte del collo, ma niente, lì è tutto a posto. Forse è la tonsilla infiammata, anni fa mi capitava spesso (e la mamma si incazzava sempre perché non usavo mai la sciarpa), però erano tutte e due, non solo una. Apro la bocca e provo a guardarmi la gola: è molto arrossata, ma le tonsille mi sembrano normali. Ok, devo stare calmo.

Calmo.

Chiamami subito se avverti dei sintomi strani, insoliti…”.

La Lisandri.

Devo chiamare la Lisandri.

La chiamo direttamente sul suo cellulare, ma non mi risponde.

Telefono allora in ospedale, e mi dicono che è in sala operatoria.

Mi guardo allo specchio, dritto negli occhi, e non mi piace il mio sguardo, non mi piace per niente; sembra venire da molto lontano, sembra lo sguardo di un animale braccato.

Non di nuovo.

Non di nuovo.

Non di nuovo.

Ma adesso non ci devo pensare. Devo cominciare la trasmissione.

Non ci devo pensare.

Faccio un respiro profondo e poi raggiungo Alex in studio.

Non ci devo pensare.

No.

Non ci devo pensare.

 

Inutile dire che non ho fatto altro che pensarci.

In ogni singolo, maledetto, momento: mentre io e Alex lanciavamo canzoni, e facevamo sondaggi, e dicevamo le nostre battute, e regalavamo biglietti per il concerto di Ed Sheeran. E continuavo a toccarmi il collo, e ogni volta quella cosa mi sembrava più grande, ma sicuramente era solo suggestione.

Sono state le tre ore più lunghe della mia vita.

Ok, forse le più lunghe in assoluto no, ma fanno concorrenza alle giornate chiuso in camera in ospedale, all’attesa fuori dal Blocco Operatorio quando Cris è stata male, e al tempo che ho impiegato per raggiungerla quando è nato Nic.

Durante un paio di pause, ho provato a richiamare l’ospedale e anche la Lisandri, ma lei era ancora in sala operatoria, e a quanto pare c’è ancora, perché adesso io sono davanti al suo studio, ma lei non c’è!

Cazzo!

“Jhonny!” lo chiamo quando lo vedo passare.

“Leo! Ciao!”

“Mi devi fare un piacere. La Lisandri è in sala operatoria, vai da lei e gli dici che sono qua, che ho bisogno di vederla. E che è urgente.”

“Ma Leo, non so se è il caso di disturbarla… magari poi se la prende con me…”

“Non se la prende, fidati. Dille che è urgente.”

“E tu in cambio mi dai il numero di tua sorella?”

“Ma non ce l’avevi già?”

“Eh…, ma mi si è rotto il telefono e l’ho perso…”

“Va bene, te lo do. Ma adesso vai!”.

Mi lascio cadere seduto su una sedia, davanti alla porta dello studio, e aspetto Jhonny che torna dopo dieci minuti e si siede accanto a me.

“La Lisandri mi ha detto che potrà essere da te tra un’ora.”

“Va bene. La aspetto qui.”

“Adesso sgancia il numero di Asia” mi dice lui prendendo il suo telefono, e io glielo detto.

“Senti, hai un termometro lì?” gli chiedo indicando la tasca del camice.

“Sì, certo.”

“Dammelo un attimo”; lui mi guarda perplesso, ma me lo dà. Io mi tolgo il giubbotto e il maglione, e mi provo la febbre; mi sa proprio che ce l’ho, e pure abbastanza alta. Ecco: 38 e 8. “Cazzo!”

“Hai la febbre?”

“Sì…” sospiro restituendogli il termometro.

“Per questo hai bisogno della Lisandri? Ma è solo febbre? Mi sembri preoccupato…”

“Ma saranno affari miei?!” gli rispondo alzando la voce.

“Oh, mi scusi, re Leone!” esclama lui alzandosi. “Adesso vado che ho da fare. Ma sei sicuro che vuoi aspettare la Lisandri per un’ora? Ti cerco un altro medico?”

“No. Aspetto lei.”

“Sei sicuro? Magari ci impiega più tempo… Non mi sembri molto…”

“Sono sicuro!” ribatto alzando di nuovo la voce.

“Vabbè, come vuoi…”

“Comunque…” gli dico prima che lui se ne vada. “Se vuoi chiamare Asia, ricordati del fuso orario, perché vive a New York.”

“A New York?!”

“Sì, col suo fidanzato.”

“Ma tu guarda che razza di…! Mi hai fregato!”.

Io rido, ma era meglio di no, perché mi rimbomba di nuovo la testa.

 

Prendo il cellulare per scrivere a Cris che ritardo, e vedo che mi ha già scritto lei, circa mezz’ora fa.

Cris: “28! ”.

Il suo esame! Me n’ero completamente dimenticato! “Grande! Sei già a casa?”

Cris: “Sì.”

“Io invece ritardo un po’. Mi fermo alla Radio che ho del lavoro da sbrigare.”

Cris: “Ah, va bene.”

“Nic puoi andarlo a prendere tu?”

Cris: “Sì, ci vado io. Così passo anche dai miei, che non li vedo da Natale!”.

Anche io non li vedo da Natale, e sto benissimo così.

“Ok.”

Cris: “Ma a che ora torni?”

“Non lo so, ti faccio sapere. A dopo.”

Cris: “Ok ”.

Lo so che non è una bella cosa mentirle, ma è inutile mettere ansia pure a lei, già basta la mia per tutti e due; anzi, diciamo pure che la mia basta per tutti quelli che conosco.

L’attesa della Lisandri è lunghissima, e per un momento penso di andare a fare un giro dai Braccialetti Bianchi, che magari servirebbero a distrarmi un po’, ma poi cambio idea: nel caso che alla fine abbia un banalissimo virus, non mi sembra il massimo andare a infettare tutto il nido, e così resto seduto qua a non fare niente, se non angosciarmi pensando a tutto quello che potrei avere.

Non di nuovo.

Non di nuovo.

Non di nuovo.

“Ciao Leo.”

“Dottoressa!” esclamo alzandomi in piedi di scatto, da una parte sollevato, ma dall’altra ancora più angosciato di prima perché adesso ci siamo. “Finalmente!”

“Ho fatto prima che ho potuto” mi dice lei infilando le mani nelle tasche del camice. “Di che urgenza si tratta?”

“Non sto bene” le rispondo con la voce che mi trema da far schifo.

E per un attimo nei suoi occhi vedo lo stesso identico sguardo che ho visto poche ore fa allo specchio: lo sguardo terrorizzato di un animale braccato. Ma dura solo un istante impercettibile, e non potrei nemmeno giurare di averlo visto per davvero. Immediatamente è di nuovo ricomposta, dritta, con lo sguardo imperturbato. “Dai, accomodati”; apre la porta del suo studio, e io la seguo e la richiudo, mentre lei va a sedersi alla scrivania.

 

“Cosa vuol dire esattamente che non stai bene?”

“Che sto da schifo” dico sedendomi di fronte a lei.

“Puoi essere più preciso, per favore?” mi chiede togliendosi gli occhiali, e a me sembra di essere catapultato indietro di cinque anni. “Mal di testa?”

“Anche” annuisco io lentamente. “Ma è diverso dal solito.”

“Diverso come?”

“Di solito sono fitte, invece adesso mi sento la testa pesante, e mi rimbomba tutto…”

“Va bene. Immagino che non sia solo questo.”

“No.”

“Forza, dimmi.”

“Sono tre giorni che mi sento a pezzi… e da ieri mi fa pure male dappertutto… Ho anche la febbre.”

“Non è che hai esagerato con l’attività fisica?”

“Ma no! Cioè… sono andato in piscina sabato, e in palestra lunedì. Ieri no perché già non mi sentivo bene… Forse mi sono stancato un po’, ok… Ma non così tanto da farmi venire la febbre così alta.”

“Alta quanto?”

“Quasi 39. E mi sento pure la gola chiusa. E non ho fame.”

“Potrebbe essere un virus influenzale… Altri sintomi? Tosse? Dolori al petto?”

“No”.

Lei arriccia le labbra e annuisce in silenzio, mettendosi il fonendoscopio al collo. “Va bene, vieni che ti visito.”

“A dire il vero… c’è un’altra cosa” le dico sedendomi sul lettino, dopo essermi tolto la maglietta.

“Dimmi.”

“Qui…”; mi tocco il collo, e mi sembra ancora più gonfio di prima. “C’è qualcosa che non…”.

Lei mi sposta la mano per guardare, e poi mi fulmina con lo sguardo. “E tu mi dici per ultima, la cosa che dovevi dirmi per prima?!”. La guardo senza ribattere, perché lo so che ha ragione, ma avevo troppa paura. Ho troppa paura. E lei sembra rendersene conto: non mi dice altro e comincia a toccarmi il collo con entrambe le mani, sia a destra che a sinistra. “Ti fa male?”

“Sì”.

Mi tasta ancora, poi si lascia sfuggire un sospiro. “È un linfonodo ingrossato”. Io la fisso negli occhi in silenzio, e devo avere di nuovo quello sguardo da animale braccato, perché è proprio così che mi sento.

Non di nuovo.

Non di nuovo.

Non di nuovo.

“Controlliamo gli altri” mi dice posizionandomi il braccio destro dietro alla testa e cominciando a toccarmi. Io resto in silenzio per tutto il tempo, trattenendo anche il respiro per quanto sono teso, e quando poi mi visita col fonendoscopio mi deve ripetere più volte di respirare normalmente. Fosse facile! “Bronchi e polmoni sono a posto. Vediamo la gola”; mi guarda la gola, e poi mi dice che ho un po’ di faringite, ma che le tonsille non sono ingrossate; neanche tutti gli altri linfonodi lo sono.

“Quindi?” le chiedo in modo secco, mascherando come mi sento davvero in questo momento.

“Quindi… adesso valutiamo il da farsi.”

“Crede che… insomma…”; prendo fiato per parlare, ma la voce mi esce strozzata e mi viene quasi da piangere: “Ce l’ho ancora?”. Lei resta in silenzio, come se stesse cercando le parole giuste. “Ce l’ho ancora?!” ripeto, e stavolta la mia voce esce chiara e forte, quasi urlata.

“Calmati Leo, non essere precipitoso, non anticipiamo…”; non riesce a finire la frase perché io la interrompo.

“Lo sa che io gioco sempre d’anticipo!”

“Sì lo so”.

Mi guarda negli occhi, e lo so benissimo che l’ultima cosa che vorrebbe è ferirmi, ma io ho bisogno di una risposta: “Andiamo dottoressa, mi dica quello che c’è da dire”.

Ostento una sicurezza che in questo momento non mi appartiene, mentre nella mia testa risuonano le stesse parole all’infinito.

Non di nuovo.

Non di nuovo.

Non di nuovo.

“Non lo so.”

“Non lo sa” ripeto io come un automa, passandomi una mano in mezzo ai capelli.

“Ci sono dei sintomi che mi preoccupano, non lo nego. Ma questo non vuol certo dire che sia un tumore”.

Lo so che non mi sta dicendo che la Bestia è tornata, lo so che non lo può sapere se non faccio prima degli esami, ma mi basta già il solo fatto che qualcosa la preoccupi, per farmi sprofondare ancora di più nell’angoscia. Chiudo gli occhi per trattenere le lacrime, mentre quelle parole rimbombano sempre più forti, sempre più prepotenti.

Non di nuovo.

Non di nuovo.

Non di nuovo.

“Non ha senso allarmarci. Facciamo degli accertamenti, e poi ne riparliamo” mi dice lei con voce pacata. “Finché non ne sappiamo di più, è inutile fare qualsiasi ipotesi.”

“L’ho già sentita tre volte questa storia! Non si dice non c’è due senza tre?! Il quattro cos’è?! Il super omaggio?!”; provo a sdrammatizzare, come faccio sempre, ma le lacrime incombono minacciose.

“Frena” mi dice lei prendendomi le mani. “Stai correndo troppo.”

Correndo?! Devo ricordarle cos’è stata la mia vita per tre anni?!”

“No, Leo, no. Non me lo devi ricordare.”

“E adesso quindi che mi fate? La biopsia?”.

Lei scuote la testa e accenna un sorriso. “No. Vedi che stai correndo troppo? Gli ultimi controlli quando li hai fatti? A ottobre?”

“Sì.”

“Quindi i prossimi sono previsti per febbraio, è corretto?”

“Sì, il 15.”

“Va bene, allora facciamo che li anticipiamo”; lei torna alla scrivania, prende dal cassetto i moduli per la richiesta degli esami, e comincia a scrivere, mentre io mi rivesto. “Ti faccio le richieste per domattina.”

“Domattina?!” esclamo avvicinandomi alla scrivania. “Non adesso?!”

“Leo, non è possibile adesso. Non è un’emergenza tale da giustificare degli esami a quest’ora. E poi è meglio se sei a digiuno.”

Sono a digiuno!”

“Non hai mangiato niente oggi?”

“No! Ho bevuto solo il caffellatte. Gliel’ho detto che non ho fame! Ho lo stomaco chiuso”.

Lei si appoggia una mano sulla fronte e sospira. “Ad ogni modo non posso farti fare gli esami adesso, a meno che non ti ricoveri, e non penso che tu voglia essere ricoverato.”

“Ah no! Non ci penso proprio!”

“E allora torni domattina.”

“Però devo prima sentire alla Radio. Non so se riesco a…”

“Certo che sei incredibile! Prima vuoi fare gli esami subito, e adesso non sai se riesci domattina?!”

“Manca già un dj, non so se…”. Ad essere onesto, domani alla Radio ho il turno dalle dieci di sera all’una di notte, come ogni venerdì, ma la verità è che me la sto facendo sotto, e che improvvisamente non ho tanta fretta di conoscere come stanno davvero le cose.

“Domani” mi dice lei mettendo quel cazzo di timbro URGENTE sulle prescrizioni. “E non accetto repliche”. Io sospiro e prendo in mano i tre fogli che mi sta porgendo: esami del sangue con mille sigle incomprensibili, la mia cara tac total body, e un’ecografia al collo. “Prendi qualcosa per la febbre, che scenda almeno sotto i 38.”

“A casa ho l’aspirina.”

“Va benissimo.”

“Senta…, non dica niente a nessuno di questa… faccenda.”

“Lo sai che ho il segreto professionale” mi dice lei accennando un sorriso. “Ma non ne hai parlato nemmeno con Cris?”

“Non ne voglio parlare con nessuno per ora, soprattutto con Cris. L’ultima cosa che voglio è farla ripiombare nell’incubo, e magari senza motivo. Poi… si vedrà.”

Lei accenna di nuovo un sorriso e si alza, avvicinandosi a me. “Capisco che tu voglia proteggerla… Però Leo, non è nemmeno giusto che questa… faccenda tu la affronti da solo. Dovresti permettere alle persone che ti vogliono bene di starti vicino, comunque vada. Non è questo lo spirito dei Braccialetti?” mi domanda sfiorando il mio braccialetto rosso. “Dovresti condividerle, le tue paure…, se non con Cris, almeno con uno degli altri.”

“Beh, l’ho appena fatto, no?” le dico indicando con un cenno della testa il suo braccialetto rosso. Lei si guarda il polso, poi solleva di nuovo lo sguardo su di me, e mi sorride commossa. “Arrivederci dottoressa. E… grazie”.

Sono già sulla porta, lei annuisce e fa un impercettibile movimento verso di me, ma poi ci ripensa, e allora lo faccio io: l’abbraccio di slancio. Lei si lascia abbracciare e mi accarezza la schiena, ma poi è la prima a staccarsi dall’abbraccio.

Come sempre.

“Ti aspetto domani per la colazione” mi dice con la voce non proprio fermissima.

“Certo” le rispondo io con un sorriso. “Dopo la tac la vengo a cercare”.

Come sempre.

Appena esco dallo studio, le lacrime che finora ho trattenuto mi annebbiano la vista.

Non di nuovo.

Non di nuovo.

Non di nuovo.

Mi passo una mano sugli occhi, le rimando indietro.

Non voglio pensarci adesso.

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