Capitolo 1556: Domenica, 27 marzo 2016

Ieri Leo ha incontrato Giulia e ha trascorso la mattina con lei: lo racconterà a Cris ? E lei come reagirà?

Altri pensieri affollano poi la mente del nostro re Leone, non solo nel suo ruolo di marito e di papà, ma anche in quello di figlio.

 

Domenica, 27 marzo 2016

Finalmente a casa.

Non che alla festa di Toni non mi sia divertito, ma è stata una giornata intensa, e domattina mi devo pure alzare presto per andare alla Radio. E poi Nic era nervoso da matti: era stanco morto, ma non ha voluto saperne di addormentarsi, e non faceva che piangere in modo noioso; il seno di Cris riusciva a calmarlo per un po’, ma poi ricominciava. Carlo dice che è colpa dei denti, e in effetti pure quando gli erano spuntati gli altri ha avuto delle giornate in cui era insopportabile. Lilia ci ha consigliato di mettere il ciuccio in freezer, e con quello ha smesso di piangere, ma non c’è stato verso che si addormentasse. Adesso Cris ci sta provando col bagnetto alla lavanda, mentre io sto riguardando la scaletta per la trasmissione di domani; ci sarà anche Ruggero con me, e sono contentissimo, perché insieme ci divertiamo sempre un sacco.

“Missione compiuta” dice Cris entrando in camera con Nic in braccio, profondamente addormentato, e mettendolo nella culla.

“Alleluia!” esclamo io sorridendo.

Sorride anche lei, e si siede accanto a me sul letto. “Ma non è mica bastato il bagnetto, eh?! Ho dovuto fargli pure il massaggio con la crema alla lavanda!”

“Oh, beato lui!”

“Lo vuoi anche tu?” sorride lei accarezzandomi i capelli.

“Ah, magari! Non sarebbe male!”

“Prendo l’olio”.

Io mi tolgo la camicia e mi sposto sul bordo del letto, con le gambe giù; Cris si inginocchia dietro di me e mi spalma l’olio sulle spalle e sulla schiena, poi comincia a massaggiarmi, mentre io finisco di riguardare i miei appunti.

“Fantastico…” sospiro lanciando il block-notes e la biro sul comodino, che però finiscono per terra. “Ci voleva proprio!”

“Ma dove siete spariti tu e Nic stamattina?” mi domanda lei a un certo punto, mentre ancora mi sta massaggiando le spalle, e a me si gela il sangue. “Mi sono dimenticata di chiedertelo”.

Cazzo!

Sono rientrato a casa con Nic che era ormai ora di pranzo, ma la cosa è passata in secondo piano grazie al fatto che il Piscione ha imparato a dire papà; poi eravamo presi da lui che a pranzo spalmava crema di lenticchie ovunque e sputava pastina in ogni dove, e ancora da lui che andava cambiato e messo a letto. Poi io sono uscito per andare alla Radio, e così pensavo di averla passata liscia, ma mi sbagliavo. Per fortuna le do la schiena e non mi vede in faccia, perché di sicuro sono sbiancato.

“Al negozio c’era una fila assurda!”; è la prima cosa che mi viene in mente di dirle. “E poi al parco c’era un cane, e lo sai che Nic diventa matto! E poi mentre tornavamo a casa mi è venuta voglia di un gelato, e così mi sono fermato a mangiarlo.”

“Potevi portarne uno anche a me!” esclama lei dandomi un leggero colpo sulla spalla.

“Eh ma si sarebbe sciolto, dopo tutto quel tempo…”

“Ma non hai detto che lo hai preso prima di tornare a casa?”

“Sì, ma…”

“E la gelateria è qua a due passi! O hai cambiato gelateria?”

“Ah sì, sono andato in un’altra.”

“Ma se dici sempre che quello di Chocoloso è il migliore…”

“Sì, ma volevo cambiare. Non si può?!”

“Sì che si può, ma mi sembra strano. E dov’è che sei andato?”

“Da Sandrino” le rispondo bruscamente. “Ma cos’è, un interrogatorio?!”

“Scusa, stavo solo chiedendo…!”

“Scusa tu” le dico sospirando. Già mi sento una merda a non dirle la verità, ci manca solo che la tratto male.

“Sei stanco?” mi domanda lei con tono dolce.

“Sì…” le rispondo appoggiando una mano sulla sua, che è ancora sulla mia spalla. “La mattinata in giro con Nic, la Radio, il nuoto, la festa… con tutte quelle canzoni napoletane, poi! Ho ragione d’essere stanco, no?”.

Lei scoppia a ridere e mi abbraccia. “Hai ragione amore! Soprattutto per le canzoni napoletane!”. Rido anch’io, ma poi lei comincia ad accarezzarmi il petto e a baciarmi sul collo. “Ma sei proprio tanto stanco?” mormora con un tono di voce terribilmente sensuale. “Troppo stanco pure per me?”

“Per te non sono mai stanco, lo sai” dico girando la testa verso di lei per baciarla. Lei scavalca le mie gambe e si mette a cavalcioni su di me: posizione decisamente più comoda per baciarsi, e pure per iniziare a spogliarla.

“Andiamo di là” mi dice buttandomi le braccia al collo. “Se si sveglia è la fine!”.

Io annuisco e mi alzo in piedi con lei ancora in braccio a me, che si aggrappa ai miei fianchi con le gambe, mentre io la sostengo. “Ma sei dimagrita?” le domando mentre cammino verso la stanza degli ospiti.

“Ma no!”

“Mi sembri troppo leggera…”

“Sei tu che sei diventato più forte” ribatte lei sorridendo, e io mi sento un po’ preso per il culo e non sono molto convinto che mi stia dicendo la verità; ma del resto pochi minuti fa io le ho mentito spudoratamente, perciò adesso meglio se me ne sto zitto.

 

Niente, non riesco a rilassarmi e a lasciarmi andare, nonostante Cris si stia impegnando molto. Continuo a pensare all’incontro con Giulia, al fatto che glielo sto tenendo nascosto come se ci fosse qualcosa da nascondere, e non mi sento a posto.

“Cris…”. Lei mi sta togliendo i jeans, ma si ferma e mi guarda. “Aspetta.”

“Che succede?” mi domanda disorientata, mentre io mi rimetto a posto i jeans e li abbottono, e poi mi metto seduto.

“Ti devo dire una cosa”.

Sul suo viso passano mille espressioni, ma direi che quella che prevale è la paura. Decisamente la paura. “Cosa?” mi chiede spostandosi i capelli dietro l’orecchio. “Stai bene, sì?”

“Sì sì, sto bene” le rispondo con un sorriso rassicurante. “Non è questo.”

“Ma non è che hai anticipato gli esami senza dirmelo?”

“No. La mia salute non c’entra. Giuro”.

Lei si rilassa immediatamente e si avvicina di più a me. “Mi hai fatto prendere un colpo!” esclama facendo un sorrisetto nervoso.

“Scusa…”; le accarezzo il viso col dorso della mano, e lei intanto mi guarda negli occhi, mi scruta.

“Cosa mi devi dire allora?”

“Dove siamo spariti io e Nic stamattina” le rispondo tutto d’un fiato.

“Gli hai fatto mangiare il gelato?!” esclama lei sgranando gli occhi. “E poi non è stato bene e sei corso in ospedale da Carlo!”

“No no!” la fermo subito, prima che si faccia i film. “Nic è stato benone, e il gelato l’ho mangiato solo io. Sulla sua testa. E aveva i capelli tutti impiastricciati, e allora l’ho portato a lavarli.”

“L’hai portato dal parrucchiere?” mi chiede lei ridendo.

“Sì.”

“Cioè…, tu hai passato la mattina dal parrucchiere piuttosto che venire a casa e dirmelo?!” esclama ridendo ancora. “Ma Leo! Pensavi che mi sarei arrabbiata? Tanto da tenermelo pure nascosto… e dirmi una bugia quando te l’ho chiesto?!”

“Non lo so… mi è venuto così.”

“Ed era questa la grande cosa che mi dovevi dire?! Che hai portato Nic dal parrucchiere?! Chissà che mi credevo!”

“No” dico io deglutendo. “Non è solo questo.”

“Ah ok, sentiamo il resto!”.

Cris è molto divertita, e non ho proprio idea di come la prenderà. Non riesco ancora ad essere diretto, e la prendo alla larga: “La parrucchiera era la madre di Giulia.”

“Giulia?” mi domanda lei incrociando le braccia. “Quella Giulia?”

“Sì, proprio quella.”

“Ah…”. Lei resta per un attimo in silenzio, poi accenna un sorriso. “Va bene… Ma è stato un caso?”

“No.”

“E allora lo hai portato lì perché… che so…, conoscendola… eri più tranquillo nel farle lavare i capelli di Nic…?”

“No. Non proprio per questo.”

“Va bene Leo, adesso sii un po’ chiaro, per piacere”. Ha ancora le braccia incrociate e sembra che stia proprio perdendo la pazienza. “Non capisco! E non capisco perché tutto questo mistero per un po’ di gelato sui capelli!”

“È stata Giulia a propormi di andare da sua madre.”

“Non credo di aver capito. E quand’è che te lo avrebbe proposto, scusa?”

“Eh… stamattina.”

“L’hai chiamata?! No, fammi capire! Che poi mi avevi anche detto che il suo numero lo avevi cancellato anni fa!”

“È vero che l’ho cancellato! Non l’ho chiamata! L’ho incontrata per caso!”.

Cris sospira e si mordicchia le labbra. “Quindi… hai incontrato Giulia per caso, e lei ti ha proposto di andare da sua madre…?”

“Esatto” rispondo io annuendo.

“E perché me lo hai tenuto nascosto?”

“Perché ho passato tutta la mattina con lei.”

“Ah”; lei si morde le labbra nervosamente, ma resta in silenzio, e questa cosa mi inquieta ancora di più.

“Ma non è successo niente!”

“Vorrei ben vedere!” urla alzandosi di scatto dal letto. “C’era Nic!”

“Ma non sarebbe successo niente lo stesso!”.

Lei sta tremando nervosamente, e sembra proprio parecchio, parecchio incazzata. “Ti piace ancora?”; ha abbassato il tono della voce, ma traspare comunque tutto il suo nervosismo.

“Ma no!”

“Ah no?! Non è più bella da morire?!”.

Cazzo! Si ricorda ancora di quella volta che l’ho detto, quando ne abbiamo parlato tre anni fa, e ancora io e lei non stavamo nemmeno insieme. “Vabbè, è carina, ma…”.

No, è proprio bella da morire. Ancora. E forse più di prima.

“Leo!”; Cris ha urlato di nuovo. “Ma la smetti di dirmi stronzate colossali?!”

“E va bene!” urlo anch’io alzandomi dal letto. “È ancora bella da morire, ok?! Ma cosa cazzo c’entra?! Là fuori è pieno di ragazze belle da morire! Non puoi mica essere gelosa di tutte!”

“Devi sempre esagerare!” ribatte lei, sempre urlando. “Cosa c’entrano tutte, adesso?! Con lei ci sei stato per dei mesi! È stata il tuo primo amore!”

E allora?! Stiamo parlando di quattro anni fa, cazzo! Ti rendi conto per cosa stiamo litigando?!”

“Stiamo parlando di stamattina! Stiamo litigando per stamattina! Non per quattro anni fa!”

“Ma non ho fatto niente di male!”

“E mentirmi come lo definisci?! E poi se non hai fatto niente di male, perché non me lo hai detto subito?!”

“Perché volevo evitare tutto questo!” esclamo esasperato, lasciandomi cadere seduto sul letto. “Ma poi abita a Roma ed è pure fidanzata!”

“E se non lo fosse?!”

“Non cambierebbe niente!”

“E perché hai dovuto sottolinearlo, allora?!”

“Per farti capire che non ci voleva mica provare con me!”

“Come se il fatto che è fidanzata le impedisca di provarci con te! Sai quanta gente ogni giorno tradisce?”

“Non ti fidi di me?!” urlo alzandomi di nuovo. “Dai, questo è assurdo!”

“Come faccio a fidarmi di te, se mi nascondi le cose?!”

“Ma se volevo tenertelo nascosto, alla fine non te lo avrei detto, no?! Di certo Nic non sarebbe venuto a raccontartelo!”

“C’è altro che dovrei sapere?”

“No!”; ma poi mi viene in mente la faccenda del numero di telefono. “Ok, sì. Lei ha ancora il mio numero. E mi ha chiesto se ogni tanto può scrivermi”; -o tua moglie è gelosa?-

“E tu cosa le hai risposto?”

“Che ogni tanto può farlo”. Cris mi rivolge uno sguardo che dire fulminante è dir poco, e poi va verso la porta. “Cris!” la fermo io afferrandole una mano.

“Vaffanculo!” mi dice lei liberandosi immediatamente dalla mia presa. “E non provare a venire in camera!”.

La lascio andare, e non ci provo nemmeno a seguirla, anche perché adesso è troppo incazzata e litigheremmo ancora, e di là c’è pure Nic che dorme.

Che casino! Non ci posso credere! Un po’ temevo una reazione del genere, ma dall’altro lato speravo che avrebbe usato il buon senso! E invece guarda che razza di assurdo casino!

Mi butto sul letto, e resto a fissare il soffitto nella stanza in penombra. Capisco che Cris sia incazzata, io però mi sento ferito.

Ti piace ancora?”.

Certo che Giulia mi piace ancora: come potrebbe non piacermi? È sempre la stessa ragazza bella, sorridente e solare di cui mi sono innamorato tanto tempo fa. Ma come può Cris non fidarsi di me, dopo tutto quello che abbiamo passato insieme?! Come può mai credere che la potrei tradire?! Dai, cazzo! È impensabile! E come può esserne gelosa?! Dai, avevo sedici anni! E le due storie non sono paragonabili! Giulia è stata il mio primo amore, è vero, ma Cris è l’amore della mia vita, la mia compagna, la mia migliore amica, la mia amante, mia moglie, la madre di mio figlio…! Come può non capire la differenza?!

Vorrei andare di là e dirle tutte queste cose, ma è decisamente meglio aspettare; meglio se la faccio sbollire un po’, e meglio se prima sbollisco pure io.

 

Alla fine mi sono addormentato qua nella camera degli ospiti, e mi sono appena svegliato nel sentire Nic piangere. Mi alzo per andare da lui, e mi accorgo che il pianto non proviene dalla camera da letto, ma dalla cucina, e infatti è lì che lo trovo: sta piangendo disperato in braccio a Cris, che tenta inutilmente di consolarlo. Lei mi sembra molto stanca, mi sa che non ha dormito granché.

“Ma ha pianto anche stanotte?” le chiedo avvicinandomi a loro; magari dormivo così profondamente che non l’ho sentito.

“No, ha cominciato cinque minuti fa. Stanotte per fortuna ha dormito tranquillo”. Al contrario di lei, a giudicare dalla sua faccia. “Prendi un ciuccio dal freezer?”. Ieri sera abbiamo messo in freezer tutti i ciucci di scorta, pronti all’evenienza.

“Dovremmo comprare uno di quei cosi apposta da mordere” le dico mettendo un ciuccio in bocca a Nic.

“Sì” mi risponde lei continuando a cullarlo; sembra essersi calmato, e io mi sto preparando il caffellatte, quando si toglie il ciuccio e ricomincia a piangere.

“Ma siamo sicuri che siano solo i denti? Non è che ha qualcos’altro?” domando a Cris, tornando da loro. “Eh, Piscione? Che hai da frignare tanto?”; gli accarezzo la testa e mi sembra caldo. “Ma non è che ha la febbre?”

“In effetti è un po’ caldo…”

“Prendo il termometro”.

Sì, il Piscione ha la febbre a 37,5, ma Carlo aveva detto che è normale che capiti quando spuntano i denti; ci è andata bene le altre volte che non è successo.

“Meglio se scrivo a Carola che non andiamo più a pranzo da lei, prima che mi dimentico” mi dice Cris porgendomi Nic. “Vai da papà.”

“Pa-pà-pa-pà” ripete lui con un sorrisone, e io mi emoziono tantissimo, come ogni singola volta che da ieri gliel’ho sentito pronunciare; per un attimo mi illudo pure che abbia smesso di piangere, ma la quiete dura poco.

Poi Cris si gioca la carta della tetta, e quella ha sempre il suo perché, e finalmente lui si riaddormenta e lei lo rimette a letto.

 

“Forse è il caso che vai a dormire pure tu” le dico quando lei ritorna in cucina e prende il succo dal frigo. “Mi sembri stanca.”

“Devo studiare”; si avvicina a me, e prende dal contenitore che ho davanti un paio dei biscotti al cioccolato che ho fatto io con la ricetta di Asia, ma poi va a sedersi lontana, a capotavola, anziché di fronte a me come al solito.

Io finisco di fare colazione in silenzio e poi mi alzo. Tra poco devo andare alla Radio, ma non voglio uscire di casa senza aver fatto pace.

“Possiamo parlare?” le chiedo prendendo una sedia e sedendomi accanto a lei.

“Hai altro da confessare?” ribatte lei senza neanche girarsi a guardarmi.

“Che ti amo, per esempio”. Lei ancora non si gira, ma vedo che sta trattenendo un sorriso, e allora decido di approfittarne. “E che sei la donna della mia vita”; appoggio un braccio sulla spalliera della sua sedia e comincio ad accarezzarle i capelli; lei non si gira, ma nemmeno si sposta. “Non ti cambierei con nessuna. E non potrei mai tradirti.”

“Lo so” sospira lei girandosi appena. “Che non mi tradiresti”; io le prendo il viso tra le mani e le do un bacio leggero sulle labbra. “Davvero non mi cambieresti?”

“Con nessuna al mondo” le rispondo con un sorriso, accarezzandole piano i capelli. “Come puoi avere dei dubbi…? Mi fa male questa cosa”.

Lei sospira di nuovo e mi prende una mano. “Scusa” mi dice baciandola. “È che a volte penso… non lo so… che dopo tutto quello che hai passato, avresti desiderato una vita diversa, più libera. Che se non ci fossimo sposati, e se non ci fosse stato Nic, magari tu…”

Magari io cosa?” le domando con tono dolce. “Senza te e Nic non sarei nemmeno vivo.”

“Non dire così, dai”. Lei accenna un sorriso, mi sfiora i capelli con le dita, ed io tiro la sua sedia, mettendola di fronte alla mia.

“È la verità. È per voi due che ho resistito e che non mi sono arreso fino alla fine. Per noi tre.”

“E non ci pensi mai? A come sarebbe potuta andare la tua vita dopo l’ospedale se…”

“No” le rispondo con sincerità. “Penso spesso a come sarebbe potuta andare la mia vita prima dell’ospedale, questo sì. Se non mi fossi ammalato, se non avessi perso la gamba, se non avessi passato tre anni in ospedale… A questo sì che ci penso. E tutte le volte mi dico che non cambierei un solo giorno, pur di poter avere voi”.

Lei mi fissa per un attimo negli occhi, e non saprei dire chi dei due ce li abbia più lucidi, e poi mi abbraccia. “Anche io non vi cambierei per nessuna cosa al mondo” sussurra per poi allontanarsi e guardarmi di nuovo negli occhi. “Scusami per le cose che ho detto stanotte. Io mi fido di te. Davvero”.

Io le sorrido e la bacio, ma poi purtroppo mi tocca alzarmi perché rischio di fare tardi. “Vado a farmi una doccia e poi scappo alla Radio. Vedi di non stancarti troppo con lo studio e col Piscione, che abbiamo una questione in sospeso” le dico con un sorriso malizioso, chinandomi a darle un altro bacio.

“Non so se tuo figlio oggi ci permetterà di riprendere la questione” mi risponde lei ridendo.

“Speriamo di sì”; le do un ultimo bacio, e poi vado in doccia.

 

“Vuoi un passaggio?” chiedo a Ruggero quando usciamo dalla Radio. “O c’è l’autista che ti aspetta?”

“C’è Emma che mi aspetta” mi risponde lui con un sorriso. “Tra poco ha la pausa, riusciamo a pranzare insieme.”

“Alla mensa dell’ospedale?!” esclamo io piuttosto sorpreso.

“Certo che no! Ho ancora il conto aperto col mio ristorane di fiducia!”

“Ah ecco… mi pareva troppo strano! Vabbè io vado allora! Grazie fratello!”; gli porgo la mano, col braccio piegato, e lui me la stringe nel Watanka. “È stato fantastico come sempre!”

“Anche per me. Siamo sempre un’accoppiata vincente!” esclama facendo l’occhiolino. “Ma toglimi una curiosità…”

“Dimmi.”

“Avevi qualcosa da farti perdonare da Cris?”

“Eh?! Ma no…!”

“E quella dedica sdolcinata, allora?”

“Volevo essere carino, no?!”

Troppo carino. Quando un uomo fa una dichiarazione pubblica del genere, ha combinato qualcosa di grosso.”

“Non ho combinato niente!” ribatto io sfregandomi un occhio.

Lui si stringe nelle spalle e fa un sorrisetto beffardo: “Sarà…”

“Vabbè, vado, che Carlo mi ha dato una pomata per le gengive di Nic, e magari è la volta buona che si mette tranquillo.”

“Sì sì, vai, vai… Speriamo che la donna più straordinaria che esiste sulla faccia della terra fosse sintonizzata, almeno!”

“Eddai piantala!” gli dico avviandomi verso l’uscita. “E salutami Emma!”.

Appena esco dall’ospedale, mi si avvicina un cane che non credo di aver mai visto: un bastardino chiaro, incrocio di non so quali razze, che non ha né il collare, né la targhetta. Mi fermo a fargli qualche carezza, mentre lui mi annusa le scarpe (probabilmente sente l’odore di ieri, lasciato da Zeus), e poi proseguo verso il parcheggio, ma lui mi segue.

“Dai cane, vai dal tuo padrone, su!”; ma lui mi fa un sacco di feste e mi segue ancora, fino alla macchina, e a me viene il dubbio che un padrone non ce l’abbia, o meglio, che sia stato abbandonato. Torno indietro verso l’ospedale, provo a chiedere in giro se lo conoscono, e mi dicono che da qualche giorno bazzica qua intorno ma che non si sa di chi sia. Ci rinuncio, anche perché è quasi ora di pranzo, e torno alla macchina, con lui sempre dietro. “Mi dispiace cane, ma io devo andare…”.

Lui non sembra aver capito, e appena apro lo sportello salta dentro alla macchina, se ne va sui sedili posteriori, e non ne vuol sapere di scendere! E adesso che faccio? Provo a mettere in moto, tenendo lo sportello aperto, sperando che si decida ad andarsene, ma non c’è niente da fare!

Non so proprio che fare, ma poi mi viene in mente di portarlo al canile, e che se la sbroglino loro.

Ovviamente è chiuso perché non solo è domenica, ma è anche Pasqua!  Provo a suonare, ma non mi risponde nessuno. E quello là a scendere dalla macchina non ci pensa proprio! E adesso che cazzo faccio? Ci manca solo che porto a casa un cane, così dopo la faccenda di Giulia, i denti di Nic, e l’esame di psicologia generale di Cris, siamo a posto!

Potrei chiedere a papà di tenerlo fino a domattina, poi lo passo a prendere e lo porto al canile… Sì, potrei fare così: lui ha sempre amato gli animali, e poi alla masseria ha un sacco di posto e non gli darà nemmeno troppo fastidio! Gli telefono subito, ma non mi risponde. E ti pareva! Magari è senza suoneria, o non lo sente. Meglio se vado direttamente alla masseria a vedere se c’è.

 

La sua macchina non c’è, ma il cancello grande è aperto, quindi vuol dire che è uscito per poco e sta per tornare. Parcheggio e scendo, col cane che ovviamente mi segue. Spero che papà accetti di tenerlo fino a domani, perché altrimenti non so proprio come fare. Prendo le chiavi e apro la porta d’ingresso; appena entro vengo investito da un profumo niente male, di soffritto e di arrosto; si sente anche della musica: è quella canzone che fa “Mi sei scoppiato dentro al cuore all’improvviso…”, mi pare sia di Mina; papà deve aver lasciato lo stereo acceso in salone.

“Teo, sei già qui?”; vado verso la cucina, ma ho riconosciuto la voce di Anna prima ancora di vederla: solo lei lo chiama Teo. “Hai fatto prest… oh! Leo! Sei tu…!”.

Impossibile dire chi sia più a disagio. “Ciao” la saluto io, piuttosto imbarazzato. Non è la prima volta che ci incontriamo qui, certo, ma le altre volte c’era anche papà, e soprattutto lei non stava cucinando in vestaglia -di raso, per di più- come se fosse a casa sua. “Scusa, io… cercavo papà, ma…”

“È uscito poco fa, ma torna subito. Sarà qui a momenti.”

“Oh… ok! Lo aspetto fuori…”

“Ma no! Siediti qua! Prendi una tartina…!”.

Le tartine sono molto invitanti, ma io non mi sento per niente a mio agio. “No… grazie. Sono a posto.”

“Dai! Un’oliva? Due noccioline?”

“Va bene… grazie” le rispondo prendendo un paio di arachidi tostate.

“Mi dispiace ma non c’è niente da bere. Teo è uscito apposta! Vuoi dell’acqua?”

“N… no grazie. Vado ad aspettare fuori adesso, prima che questo qua faccia dei disastri!” dico indicando il cane che sta iniziando a curiosare in giro.

“Va bene, come preferisci. Non sapevo che avessi preso un cane!”

“Non l’ho preso, infatti. È lui che ha preso me!” esclamo ridendo.

“In che senso, scusa?”

“Che mi ha seguito fino alla macchina. C’è saltato dentro!”

“Ti ha adottato allora! E pensi di tenerlo?”

“No no” dico io scuotendo la testa e agitando una mano. “Non ci penso proprio! Abbiamo già abbastanza da fare con Nic che gattona dappertutto e sta pure imparando a camminare!”

“Hai ragione, chissà che guai combinerebbero insieme!”

“Volevo portarlo al canile, ma oggi è chiuso. Così voglio chiedere a papà se può tenerlo fino a domattina.”

“Oh, buona idea! Vedrai che ti dirà di sì.”

“Dai, lo porto fuori che è meglio!”

“Ok… Dai un bacio al piccolo da parte mia”.

Io annuisco sorridendo e sollevo in aria una mano per salutarla: “Ciao.”

“Ciao Leo”.

 

Mi siedo sul muretto sotto al portico e aspetto che torni papà; il cane scorrazza un po’ in giro, e poi si accuccia vicino ai miei piedi.

Non mi piace come mi sento.

Sono turbato, contrariato, irrequieto.

E sono anche incazzato con me stesso per il fatto che mi sento così.

Anna è una donna fantastica, e papà è stato davvero fortunato a conoscerla.

E sono stato io il primo a dirgli di darsi una mossa e ricominciare a vivere.

E anche se ufficialmente non hanno mai dichiarato di stare insieme, è più di un anno ormai che si frequentano, ed era prevedibile che lei a volte si fermasse a dormire qua. Non ho mai voluto pensare a questo aspetto della loro relazione, ma non sono un bambino e nemmeno un ingenuo. Diciamo che mi faceva comodo non pensarci, ma che dentro di me lo sapevo.

Vederlo, però, è stato diverso dal saperlo inconsciamente.

Vedere Anna in vestaglia, struccata e coi capelli in disordine, muoversi in cucina perfettamente a suo agio, facendo addirittura gli “onori di casa”, mi ha fatto un effetto troppo strano, e avevo l’istinto di urlarle addosso di smetterla; di smetterla di starsene lì, così a suo agio, nella cucina dove invece avrebbe dovuto esserci mia madre!

Dove io non avrei gentilmente rifiutato una tartina, ma ne avrei mangiate almeno tre senza nemmeno chiedere il permesso; dove io mi sarei seduto a chiacchierare con lei mentre finiva di cucinare, e avremmo preso in giro papà che come al solito dimentica sempre tutto e che quindi era dovuto uscire per prendere da bere; e poi avrei guardato le nuove foto scattate da lei, appese alle pareti, e le avrei detto: “Cavolo mamma, ma che li hai ridipinti a fare i muri, se tanto tra poco non ci sarà nemmeno un centimetro libero?!”; e avremmo riso, e poi avremmo parlato della mia trasmissione alla Radio di stamattina con Ruggero, e poi le avrei raccontato dell’incontro con Giulia. Di sicuro. E dell’effetto che mi ha fatto. E dell’effetto che ha fatto a Cris. E di Nic che è noioso perché sta mettendo altri denti, e lei sarebbe partita a raccontarmi di com’ero noioso io quando mettevo i denti. E poi avremmo riso ancora, e poi avrebbe lasciato lì a metà la preparazione del pranzo e sarebbe corsa fuori a giocare col cane, urlandogli però di stare lontano dai suoi fiori. E alla fine magari il cane lo avrebbe pure tenuto, e mi avrebbe fatto scegliere il nome, e io lo avrei chiamato Bucky, come il cane di peluche che avevo da bambino.

Ma tutti questi miei pensieri sono inutili e senza senso, perché tanto lei in quella cucina non c’è, e non può esserci, ed è giusto che ci sia qualcun’altra, ed è giusto che papà sia di nuovo felice, e magari pure innamorato.

È giusto.

È giusto così.

Però fa malissimo lo stesso.

 

“Leo!”; è arrivato papà, con in mano due bottiglie di Prosecco, e ovviamente è molto sorpreso dal trovarmi qui. Il cane si alza e gli va subito incontro, scodinzolando felice come se lo conoscesse benissimo.

“Ciao papà” gli dico io restando seduto sul muretto.

“Ciao! Ma… questo…?!”

“Questo ha deciso di seguirmi e non sono riuscito a liberarmene. Non è che puoi tenerlo qua fino a domattina? Poi lo passo a prendere e lo porto al canile.”

“Ah… va bene. Certo, può stare qui fino a domani, non è un problema.”

“Perfetto allora!” esclamo alzandomi. “Grazie mille! Adesso vado”; mentre gli passo accanto gli sorrido, e gli appoggio una mano sulla spalla. “Prova a distrarlo, mentre me ne vado, se no mi viene di nuovo dietro.”

“Sì… Ma aspetta! Perché non ti fermi a pranzo?”

Eh?! No papà, vado a casa.”

“Ma Anna cucina sempre troppo! Ci sarà da mangiare almeno per quattro!”.

Io gli sorrido e scuoto la testa. “No, Cris mi aspetta.”

“Ah, giusto! Beh, ma chiamala e digli di venire! Dici che ha già preparato?” mi domanda guardando l’orologio.

“Ah, quello non credo proprio!” gli rispondo io ridendo. Se fosse per lei mangeremmo sempre insalata in busta, tonno in scatola e pasta all’olio.

“E allora, dai! Chiamala! Guarda che non disturbate mica! Ad Anna farà sicuramente piacere, lo sai che adora Nic!”

“No papà, meglio di no. Nic tra l’altro ha pure la febbre, perciò è meglio se vado a casa.”

“La febbre?” mi domanda lui con apprensione mentre il cane si mette ad esplorare il giardino. “Alta?”

“No no… qualche linea, per colpa dei denti.”

“Ah, ho capito. Va bene, allora sarà per un’altra volta.”

“Sì. Vado. Ne approfitto adesso che quello là è distratto. Passo domattina verso le dieci, ok?”

“Sì, ok. Domattina sono a casa.”

“Bene, ciao”.

Mi dice ciao anche lui, ma poi mi richiama, quando ormai sono già salito in auto e ho già allacciato la cintura. “Leo…!”.

Io abbasso il finestrino per sentire che vuole, ma lui mi guarda in silenzio, come se non riuscisse a trovare le parole. Mi sembra turbato, e forse si è accorto che lo sono anch’io. “Dimmi”; ma lui non dice niente. “Che c’è?”

“Niente” mi risponde accennando un sorriso. “Buona Pasqua”.

E adesso sarei io che vorrei dirgli tutte quelle cose che ho pensato prima, mentre lo aspettavo, ma non ci riesco, mi si bloccano in gola. Accenno anch’io un sorriso, e sollevo in aria una mano.

“Buona Pasqua papà”.

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