Capitolo 1237: Martedì, 12 maggio 2015

Ieri è stato un giorno di svolta nella vita di Leo: si è ritrovato padre e guarito, tutto insieme, e adesso sta cercando di realizzare quanto è accaduto e di metabolizzare tutte le emozioni che ne sono derivate; e mentre essere padre è un dato di fatto concreto (ma quanto amo Leo papà! ), ben più difficile è lasciarsi alle spalle gli ultimi tre anni di malattia: il confronto con la Lisandri si rivelerà un bell’aiuto in tal senso.

Sull’isola arriva poi suo padre, venuto a conoscere il nipotino, e anche con lui non mancheranno le emozioni.

 

Martedì, 12 maggio 2015

“Leo!”; io mugugno qualcosa e mi giro dall’altra parte. “Leo!”; no, no, non voglio svegliarmi, sto dormendo così bene. “Leo, sono le 11 passate!”; e vabbè, per una volta, che sarà mai, lasciami in pace, papà. “Leo, ma ti pare il caso di startene a letto?!”. Sono stanco, dai, non fare il tritapalle. Che sarà mai successo? Lui continua a chiamarmi, cominciando pure a scuotermi, e mio malgrado mi sveglio sempre più, anche se non capisco immediatamente dove sono. In pochi secondi passano nella mia testa tutta una serie di pensieri, e per un momento credo di avere ancora sedici anni, di essere a casa, e di non aver sentito suonare la sveglia per andare a scuola; poi penso di essere ancora in ospedale, e poi finalmente realizzo dove sono, e tutto quello che è successo ieri.

“Cazzo!” esclamo alzandomi di botto dal letto.

“Buongiorno, eh!” mi dice papà con un tono un po’ severo e un po’ divertito.

“Ciao papà, scusa, è che…”; che ieri è stata una giornata così stravolgente, adrenalinica e piena di emozioni, che stanotte ero stanco morto, ma nonostante questo non ho praticamente chiuso occhio, perché me ne stavo a contemplare quella meraviglia di mio figlio, e quando sono crollato stava già albeggiando. “Dov’è Nic? L’hai già visto?”

“Sì che l’ho visto” mi risponde lui con un sorriso emozionato che la dice lunga su cosa sta provando, e giurerei che gli trema anche il mento. “È di là con Cris e Bianca. Ci sono anche la dottoressa Lisandri e il dottor Alfredi.”

“La Lisandri e Alfredi?!” gli domando allarmato. “Perché?!”

“Sono passati a salutare, sono in partenza.”

“Ah, ok…”; io sospiro di sollievo, tiro fuori dallo zaino un paio di jeans e una maglietta, e mi vesto.

“Non è che sarai un padre più ansioso di me?” mi chiede lui sorridendo.

“Più di te è impossibile!”; però sono un padre. Cazzo, sono un padre! “Comunque… congratulazioni… nonno!” esclamo dandogli una pacca sulla spalla e andando verso la porta.

“Aspetta” mi dice lui afferrandomi per le spalle e facendomi girare.

“Che c’è?”; dai, su! Voglio andare da mio figlio!

Lui mi attira in un abbraccio e mi stringe forte. “È un capolavoro, e sono tanto orgoglioso di te”. Io deglutisco e lo stringo a mia volta, in silenzio: mi ha lasciato senza parole. “E per qualsiasi cosa…, conta pure su di me. Davvero. Giuro che non sparisco più”.

Sarò scemo, ma stavolta gli credo; e poi in questi ultimi mesi mi ha dato grande dimostrazione del volerci davvero essere, nella mia vita, nel bene e nel male; spesso dovevo pure cacciarlo dalla mia stanza perché non se ne andava più, soprattutto nei primi tempi dopo l’operazione. Vorrei dirgli tutto quanto, di me che sono guarito, che non dovrò tornare in ospedale, che l’incubo è finito, che sono rinato insieme a mio figlio, ma prima ho bisogno di parlarne a quattr’occhi con la Lisandri.

E soprattutto, prima ancora ho bisogno di vedere il mio Piscione.

 

In soggiorno ci sono la Lisandri e Alfredi che parlano con Bianca di come sia un peccato non potersi fermare qualche giorno sull’isola e dover invece rientrare subito in città, ma che purtroppo il dovere li chiama. E figuriamoci! In effetti mi chiedo come abbiano fatto ieri e oggi in ospedale senza di loro. Beh, Carlo almeno avrà avuto un attimo di respiro!

“Buongiorno a tutti…” saluto un po’ imbarazzato dall’aver dormito fino a quest’ora. “Ma Cris dov’è?”. Loro rispondono al mio buongiorno (e giurerei che la Lisandri mi sta guardando con gli occhi che brillano), poi Bianca mi dice che Cris è in bagno con Nic, che lo sta cambiando, ed io li raggiungo immediatamente. “Ehi…” dico aprendo piano la porta socchiusa, quasi avessi paura di non trovarli, e invece sono qui: Nic sul fasciatoio (Bianca ieri sera ci ha portato un sacco di roba che era dei suoi nipoti), e Cris in piedi che gli sta togliendo la tutina.

“Oh! Ecco il papà!” esclama lei sorridendo, ed io mi avvicino e la bacio sulle labbra, per poi prendere subito in braccio Nic.

“Buongiorno Piscione” gli dico dandogli un bacio, e poi non resisto e gliene do almeno altri cinque. “Mi hanno detto che sei un capolavoro, e in effetti meglio di così non ti potevamo fare!”.

Cris ride: “Non so chi lo abbia detto, ma ha certamente ragione!”

“Mio padre” le rispondo tenendo ancora stretto Nic. “A proposito, quando è arrivato?”

“Mezz’ora fa, più o meno.”

“E tu da quando sei sveglia?”

“Non lo so, era abbastanza presto però.”

“Non ti stai stancando troppo? Ero distrutto io, dopo ieri!”

“Sto benissimo” mi risponde lei accarezzandomi il viso.

“Sicura?”

“Sì!”

“Potevi svegliarmi però…”

“Dormivi così bene che non me la sono sentita… e poi comunque non ce n’era bisogno.”

“Potevo prepararti la colazione… Hai mangiato?”

“Sì, stai tranquillo. Bianca mi ha preparato una super colazione! E ha fatto anche il caffè per te.”

“Sono inutile, praticamente!” mi lamento io sbuffando.

“Ma smettila!” esclama lei abbracciandomi piano, per non schiacciare Nic. “Senza di te lui non sarebbe qui, no? Più utile di così…!”

“Sì…” rispondo sospirando.

“E poi a dire il vero, c’è una cosa utile che puoi fare.”

“Cosa?”

“Andare all’anagrafe a registrarlo.”

“Giusto! Tra poco ci vado! Anche se sarà difficile allontanarmi da questo Piscione!” dico dandogli un altro bacio.

“Ah, non dirlo a me!” esclama lei accarezzandogli la testa. “L’ho lasciato a Bianca il tempo di una doccia velocissima, e già mi mancava! Mettilo giù però adesso, così gli cambio il pannolino e lo rivesto. Ho paura che prenda freddo”.

Io lo appoggio sul fasciatoio, ma quando Cris gli sta per togliere il pannolino la fermo. “Aspetta, lascialo fare a me.”

“Davvero?” mi chiede lei scettica.

“Sì. Sarà ben servito a qualcosa quel corso pre-parto, no?!”.

Lei annuisce e mi lascia il posto: “Va bene…” mi dice con tono dolce.

Ammetto di essere un po’ emozionato, però dai, che sarà mai… ho cambiato decine di pannolini ai bambolotti, negli ultimi mesi! Quello che non ho considerato, però, è che con i bambolotti non può capitare che facciano la pipì proprio mentre gli stai mettendo il pannolino pulito, con un bambino invece sì, ed è proprio quello che succede: non ho ancora richiuso il pannolino che Nic decide bene di fare la pipì, e nel tempo che impiego ad afferrare al volo l’asciugamano che Cris mi sta porgendo, lui mi ha già bagnato per bene la maglietta.

Cris non riesce a smettere di ridere, mentre io passo lo sguardo da lei a lui e mi sforzo di rimanere serio. “E questa cos’era?” domando rivolto a Nic mentre sposto piano l’asciugamano con cui l’ho coperto, per accertarmi che abbia finito. “La tua vendetta perché ti chiamo Piscione?”

“Eh beh, ha ragione scusa!” esclama Cris, che ancora ride, mentre prende un altro pannolino, dato che quell’altro ormai è bagnato. “Tieni.”

“Sei proprio un Piscione!” gli dico mentre finisco di cambiarlo e lo rivesto.

“Un bel Piscione tutto nostro!” aggiunge Cris abbracciandomi da dietro e dandomi un bacio sulla spalla.

“Scusate…”; la Lisandri si affaccia alla porta e… sì, prima non mi ero sbagliato: mi guarda proprio con gli occhi che brillano; ieri dev’essere stato un gran giorno anche per lei. “Noi stiamo per andare…”

“Veniamo a salutarvi” le dice Cris prendendo in braccio Nic.

“Ce li ha cinque minuti per me?” le domando io uscendo dal bagno. “Ho bisogno di parlarle.”

“Certo” mi risponde lei annuendo.

“Allora vada pure ad aspettarmi sul terrazzo. Mi cambio la maglietta e arrivo.”

“Piccolo incidente?” mi chiede lei ridendo.

“Eh! Le gioie della paternità!” esclamo io andando verso la camera da letto.

 

La Lisandri mi sta aspettando seduta al tavolino dove io e Cris mangiavamo sempre l’estate scorsa; il gazebo non è ancora stato rimontato, ma il sole non è ancora così caldo da essere fastidioso, e si sta benissimo.

“Oggi non mi ha ancora chiesto come mi sento” le dico con un sorriso ironico, sedendomi di fronte a lei. “Mi fa strano dopo tre anni, sa?”

“Perché oggi si vede lontano un miglio, come ti senti” mi risponde lei sorridendo. “Stai d’incanto.”

“Sì…”; io annuisco e prendo fiato. “Anche se non credo di aver ancora realizzato del tutto quanto è successo ieri.”

“La pipì sulla tua maglietta mi sembrava molto reale” scherza lei, ed io rido.

“Sì, quella sì! Nic è qui, lo vedo, lo tocco, lo sento… Con l’altra faccenda faccio un po’ più fatica.”

“L’altra faccenda sarebbe la tua guarigione?”

“Sì.”

“È normale sai, dopo tutto questo tempo, dopo tutto quello che hai passato…”

“È che ogni volta che credevo di avercela quasi fatta… poi andava tutto male! Chi mi garantisce che non è così anche stavolta?”

“Gli esami parlano piuttosto chiaro, Leo.”

“Non ci sono dubbi che vi siate sbagliati?”

“No”; lei scuote la testa ed accenna un sorriso. “Era già un po’ di tempo che ci eravamo convinti che fosse tutto a posto ormai, ma prima abbiamo voluto fare tutti i controlli incrociati possibili, e ti assicuro che non ci sono dubbi.”

“E del rischio recidiva che mi dice? Quello c’è sempre, no?”.

Lei sospira e si porta una mano sulla fronte, accarezzandosela. “Sì, quello c’è sempre, proprio per questo nei primi tempi gli esami di controllo saranno piuttosto serrati.”

“E quand’è che dovrei farli?”

“Dovresti… anzi, devi farli tra tre mesi”. Tre mesi. Sembrano tanti, ma lo so già che passeranno troppo veloci, e c’ho già l’ansia. “Però Leo, non ci pensare adesso. Come ti dicevo, i primi tempi dovrai fare gli esami spesso, e non puoi di certo vivere nell’ansia perenne! Vivi normalmente, goditi la tua famiglia, la tua libertà, la tua nuova vita! Ti richiameremo all’ordine noi, quando sarà il momento!”.

La fa facile lei…, io però ho una fottuta paura, e adesso che c’è Nic ne ho ancora di più. “Senta… e per quanto riguarda l’ereditarietà della malattia…”. Ne abbiamo già parlato, più di una volta, ma io ho bisogno di essere rassicurato ancora.

“Ci sono tante componenti per cui le persone sviluppano i tumori… L’ereditarietà può essere una di queste, ma di certo non è l’unica, e non sempre è presente. È inutile angosciarti su questo, ed è inutile angosciare Cris o essere troppo ansioso. E Nic ha un bravissimo pediatra a cui potrete rivolgervi per qualsiasi dubbio, e se non bastasse, io sono comunque sempre disponibile, per un chiarimento, per una visita, o per quello che servirà.”

“D’accordo…” dico io sospirando.

“Leo, lo capisco che non è facile lasciarsi tutto alle spalle, lo so come ti senti. Ma la vita va avanti, e la tua ci sta andando in modo meraviglioso, mi pare! Adesso è il momento di essere pienamente felice”. Io la guardo negli occhi senza dire niente, perché temo che se parlassi mi verrebbe da piangere, e annuisco lentamente. “Davvero” mi dice lei appoggiando una mano sulla mia. “Te lo meriti. E se lo meritano anche tutte le persone che ti amano.”

“Quindi se lo merita anche lei!” esclamo ridendo, per sdrammatizzare.

“Oh certo! Io me lo merito davvero tantissimo!”.

Sorrido, e annuisco di nuovo: “Sì. Senza di lei oggi non sarei qua, e non avrei mai conosciuto mio figlio”. Ecco, lo sapevo! Mi si stanno riempiendo gli occhi di lacrime, ma anche i suoi non scherzano. “Grazie.”

“Dai, smettila!” mi risponde lei provando a fare la dura. “Mi hai già ringraziato abbastanza, troppe volte.”

“Non sarà mai abbastanza” dico mantenendo lo sguardo fisso nel suo. “Nessun altro avrebbe creduto in me così, lo sa….”

“Oh, basta! Vuoi proprio farmi piangere?!” esclama lei alzandosi in piedi di scatto. “Adesso meglio se vado, altrimenti perdiamo il traghetto”; cerca un fazzoletto nella sua borsa, lo prende, si asciuga gli occhi, ed è già ricomposta, ed è già di nuovo il mio medico: “Ci vediamo tra tre mesi, ma se dovessi notare qualcosa di strano, di anomalo…, o se dovessi sentirti particolarmente stanco…, o se dovesse venirti la febbre… telefonami subito.”

“Ricevuto” dico io alzando gli occhi al cielo, ma poi non resisto dall’abbracciarla; lei è colta alla sprovvista, e per un momento resta ferma e rigida, ma poi ricambia l’abbraccio, accarezzandomi la schiena; la sento deglutire, come se volesse dirmi qualcosa che poi non mi dice; la lascio andare, la guardo mentre se ne va verso le scale, e subito la richiamo: “Dottoressa!”

“Dimmi” mi dice voltandosi verso di me, e sembra sul punto di piangere ancora.

“Mi mancherà”.

I suoi occhi si riempiono di nuovo di lacrime, mi guarda in silenzio, stringe le labbra, prova a parlare, non ce la fa, prende fiato: “Anche tu” mi dice con la voce che trema. “Tantissimo”.

Muovo un passo verso di lei, ma lei alza una mano e scuote la testa per farmi segno di no: non può permettersi di abbracciarmi di nuovo. Va bene, lo capisco.

“A presto, dottoressa.”

“A presto, Leo”.

 

Bianca ha accompagnato la Lisandri e Alfredi al traghetto, e adesso si sta dando da fare in cucina per prepararci il pranzo; io devo andare all’anagrafe, ma ho aspettato che rientrasse lei perché voglio chiedere a papà di venire con me, e non mi andava di lasciare Cris da sola con Nic.

“Papà, mi accompagni all’anagrafe?”. Lui è seduto sul divano, con Nic tra le braccia, e non sembra molto dell’idea di lasciarlo per venire con me; mi fa tenerezza, e mi dispiace quasi disturbarlo, ma voglio creare l’occasione per poter parlare da solo con lui. “Eddai! Torniamo subito! Dopo te lo spupazzi quanto ti pare!”

“Va bene…” sospira lui porgendo Nic a Cris, e alzandosi.

“Fai il bravo con la mamma, eh Piscione?!” dico io chinandomi per dargli un bacio, e dandone poi uno anche a Cris.

“E tu vedi di farlo registrare col nome giusto!” esclama lei ridendo.

“Certo! Piscione Fagiolino Leoncino, no?!”.

 

Nicola Correani. Suona bene no?”; da quando siamo usciti dall’ufficio anagrafe, non ho fatto altro che guardare e riguardare la copia dell’atto di nascita che ho tra le mani, un po’ incredulo; ho registrato mio figlio: mi pare proprio una cosa da grandi.

“Sì” mi risponde papà annuendo, e secondo me sta pensando la stessa cosa, e deve fargli una certa impressione il fatto che io mi ritrovi padre a diciannove anni (quasi diciannove, a voler essere pignoli, perché manca ancora un mese, e il mio compleanno negli ultimi anni non ha mai portato niente di buono, anzi…).

“Ci sei rimasto male che non lo abbiamo chiamato Matteo?”

“Eh? No…, figurati! Lo sai che non sono un tradizionalista…”

“Sicuro?”

“Certo! E Nicola è un bel nome. Ti dirò… temevo che lo chiamaste Leone junior!”.

“No no, per carità!” esclamo io ridendo. “Ne abbiamo già uno di troppo di Leone, in famiglia!”; e anche papà ride.

“Lo hai sentito? Gli hai detto di Nic?”

“Sì… l’ho chiamato ieri… e gli ho mandato la foto via mail, dato che il suo cellulare è un reperto archeologico!”

“E che ti ha detto?”

“Che è proprio un bel bambino, peccato per il cognome…”

“Eh?! Ti ha detto davvero una roba del genere?!”

“Ma no!” rido io dandogli un colpo sulla spalla. “Scherzavo! Mi ha fatto le congratulazioni…, ha detto di salutargli Cris…, le solite cose.”

“Ah… va bene.”

“Però di sicuro la pensa, la faccenda del cognome!”

“Anche secondo me…” annuisce lui sospirando.

“Senti… ma in un’occasione come questa, non dovremmo fare una di quelle cose da padre-figlio, da uomo a uomo…?”

“Cioè?”

“Che so… del tipo che ci fumiamo un bel sigaro, robe così…!”

“Leo, lo sai che non fumo! E non dovresti nemmeno tu!”

“Ma sì! Figurati se fumo, era per dire! Beh… una birra però potresti offrirmela!”

“Una birra?!”

“Sì!”

“Ma tu bevi la birra?”

“Qualche volta… Non è che in ospedale avessi molte occasioni di farlo… Però oggi ci sta, dai!”

“Ma è quasi ora di pranzo…”

“Tanto meglio, facciamo l’aperitivo!”

“E va bene! Vada per questa birra! Piccola però, eh?! Che non voglio certo riportarti da Cris ubriaco!”.

Io rido e svolto a destra per andare verso il bar che l’estate scorsa io e Cris frequentavamo, e dove mi conoscono tutti. E pare che qua sull’isola, le notizie girino ancora più veloci che in ospedale, perché tutti sanno già di Nic, e tutti vogliono offrirmi da bere; io li ringrazio ma rifiuto gentilmente, e poi cerco un tavolino un po’ appartato dove sedermi con papà; alla fine ho contrattato, e la birra da piccola è diventata media, con mia grande soddisfazione.

“Quanto ti fermi?” gli chiedo mentre Giorgio, il proprietario, ci porta le birre e un tagliere pieno di roba da mangiare, specificando che quello lo “offre la casa”.

“Solo un paio di giorni purtroppo… Non posso prendere altre ferie”; in effetti penso che se le sia giocate tutte durante la mia convalescenza.

“… e non puoi stare a lungo lontano da Anna!” esclamo io ridendo.

“Eh?!”; lui cambia immediatamente espressione e diventa di mille colori.

“Dai che hai capito!” gli dico dandogli una gomitata.

“Ma di che stai parlando?! Anna è solo un’amica!”

“Dai papà…, si vede lontano un miglio che non siete solo amici!”

“Ti sbagli”.

Io smetto di ridere e di prenderlo in giro, e lo guardo negli occhi: “Guarda che me lo puoi dire… Non sono un bambino che devi proteggere. Se ti sei innamorato, io sono felice per te”; anche se nel dirlo, provo mio malgrado una specie di fastidio e un senso di oppressione.

Lui sostiene il mio sguardo per un attimo, poi lo abbassa a guardare la sua birra, e quando parla sembra più rivolto a se stesso che a me. “Non lo so se sono innamorato, non…”; sospira. “Non posso negare che è più di un’amica.., però non lo so quello che provo, sono molto confuso.”

“Certo, perché hai paura, e quella confonde tutto quanto! Io lo so!”

“Ma non dovrei essere io a darti lezioni di vita?” mi domanda lui sollevando lo sguardo e sorridendo.

“E che ci vuoi fare? Si vede che la paternità mi ha fatto diventare saggio!”

“Io ancora non ci credo.”

“E figurati io!”

“Vacci piano con quella birra, però! Non abbiamo nemmeno fatto il brindisi!”

“Ok…” dico io smettendo di bere e avvicinando il mio bicchiere al suo. “Ai padri, allora!”

“E ai figli” aggiunge lui facendo scontrare i bicchieri. “E voi per quanti giorni vi fermerete?”

“Non lo so…, non ne abbiamo ancora parlato. Fosse per me pure tutta l’estate!”

“Leo, ma quest’anno avete gli esami di maturità…!”

“Sì lo so” sbuffo io alzando gli occhi al cielo.

“E poi, scusa… la dottoressa Lisandri quando ti ha detto di rientrare?”

“Tra tre mesi.”

“Tra tre mesi?!” esclama lui allibito. “È d’accordo che tu resti per tre mesi fuori dall’ospedale?”

“Sì” rispondo io stringendo le labbra, sforzandomi di non ridere.

“Mi sembra assurdo! Di sicuro vuoi fare di testa tua, come l’anno scorso!”

“No…” dico scuotendo la testa. “Non potrei più fare come l’anno scorso…, non adesso che c’è Nic”.

Lui mi rivolge un sorriso dolce e annuisce: “E allora non capisco. Davvero la Lisandri è d’accordo che tu resti così a lungo fuori dall’ospedale?”

“Sì” gli rispondo di nuovo, come prima, ma stavolta la mia voce ha tremato un po’, e lui se ne dev’essere accorto, perché ha gli occhi lucidi, gli sta tremando il mento, e ha quell’aria di chi sta impazzendo dalla voglia di credere a qualcosa, ma non si vuole illudere; mi guarda e deglutisce, aspettando che io aggiunga altro, ma io ho quasi paura di dirlo, tanto è grossa la portata di questa notizia. “Papà…”; lui deglutisce ancora, ed io sono sempre più bloccato: è la prima volta che lo dico a qualcuno, e mi fa ancora più effetto dell’averlo detto a me stesso (e a Nic, ok…).

“Che succede, Leo? Mi stai mettendo ansia!”

“Vabbè, tu vivi nell’ansia perenne!”

“Non scherzare per favore. E spiegami.”

“Ok ok…”; finisco in un sorso la birra rimasta, appoggio con forza il bicchiere sul tavolo, e glielo dico d’un fiato: “Pare che io sia guarito.”

Guarito…?” mi domanda lui con un’espressione ebete sulla faccia. “E che vuol dire pare?”

“Sì, scusa, togli il pare. Sono guarito. È che ancora non ci credo, e faccio una dannata fatica a dirlo.”

“Ma quindi… cioè… i medici sono proprio sicuri? E la Lisandri che dice?”

“Sì, sono sicuri. Gli esami sono tutti buoni, e pare che non ci siano dubbi. No, non pare: non ci sono dubbi. E la Lisandri dice che è il momento di essere pienamente felice, che me lo merito, e che se lo meritano pure le persone che mi amano”; su queste mie ultime parole lui abbassa lo sguardo, come se non sentisse di meritarsela, la felicità che ne deriva, come se non se la fosse sudata abbastanza, come se i sensi di colpa per il suo comportamento passato avessero la meglio sul resto. “Te lo meriti anche tu” gli dico appoggiando una mano sulla sua. Lui mi guarda con gli occhi lucidi, poi appoggia l’altra mano sopra alla mia e comincia a giocherellare con la mia fede, e all’improvviso mi rendo conto che lui non ha al dito la sua, e la cosa mi turba parecchio, ma adesso non ho voglia di parlare di questo. “E allora? Non dici niente?” gli chiedo sorridendo e sollevando le sopracciglia.

“Sono troppo felice per dire qualsiasi cosa” mi risponde lui tenendo stretta la mia mano tra le sue. “Grazie.”

“Di che?! Di non essere morto?!” esclamo con un sorriso sarcastico.

“Anche. E di avermi perdonato.”

“Ti voglio bene papà” gli dico deglutendo, e lui annuisce guardandomi negli occhi, ma non ce la fa a ricambiare; non ci resto male, lo so che lui è fatto così, che non riesce ad essere aperto e diretto nelle emozioni come me, com’era la mamma; in diciannove anni me l’ha detto davvero pochissime volte che mi vuole bene, e dall’ultima sono passati ormai parecchi mesi, ma io lo so che lo prova, anche se non lo dice, e il suo sguardo parla chiaro; quello ha sempre parlato chiaro, solo che io ero troppo arrabbiato e ferito per riuscire ad accorgermene, adesso invece no, adesso ci riesco, e il suo amore per me lo vedo tutto quanto nei suoi occhi, nitido.

“Cameriere!” chiama lui con voce squillante, che però tradisce un tremito. “Altre due birre per favore!”.

Che qui c’è da festeggiare.

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2 commenti su “Capitolo 1237: Martedì, 12 maggio 2015

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