Capitolo 1236: Lunedì, 11 maggio 2015

È una mattina apparentemente come tante altre, e Leo sta giocando a basket sul terrazzo dell’ospedale per ingannare il tempo; nel giro di pochi minuti, però, riceve ben due notizie destinate a cambiargli la vita, e finalmente in meglio!

N.d.A: scrivere questo capitolo mi ha emozionata particolarmente, sarà perché è da un anno e mezzo, ormai, che racconto la vita e le emozioni di Leo, e vi garantisco che mentre scrivo è come se provassi tutto sulla mia pelle. Il suo diario è diventato un po’ il mio diario, e viceversa; a volte non vi saprei dire quanto c’è di suo e quanto c’è di mio, in quello che vi racconto, ma è un bellissimo viaggio che spero di continuare a fare ancora molto, molto a lungo, con la gioia ancora più grande di poterlo condividere con tutti voi!  ?

 

Lunedì, 11 maggio 2015

A forza di stare chiuso in questo ospedale, senza molti altri diversivi, sono perfino diventato bravo a giocare a basket: stamattina non faccio che centrare un canestro dopo l’altro; se rifacessimo una sfida, mi sa che Ruggero lo batterei ad occhi chiusi.

“Leo! Leo!”; il dottor Alfredi arriva di corsa, trafelato, senza la sua solita compostezza (però sotto al camice ha sempre la sua solita camicia col colletto abbottonato, la cravatta e il gilet, e io mi chiedo come faccia a non morire di caldo). Recupero il pallone e mi fermo, mentre lui mi raggiunge: ha il respiro affannato e la mia cartella clinica tra le mani; lo guardo perplesso, cercando di capire cosa cavolo sia successo. “Leo… è tutto a posto!”.

Me lo dice così, d’un fiato, anzi, senza fiato, dovrei dire; io rimango come bloccato, cercando di capire se davvero quel “è tutto a posto” si riferisce a ciò che penso io.

“Davvero…?” gli chiedo dubbioso, perché mi sembra impossibile che sia davvero tutto a posto; è come se il mio cervello non fosse preparato a questo. Sì, sono tre anni che aspetto questo momento, ma non sono preparato; c’ho creduto che arrivasse, prima o poi, c’ho creduto con tutto me stesso, ma adesso…

“Sì! Sei guarito!”.

Guarito.

Mi sta dicendo che sono guarito, e a me sembra quasi un’assurdità.

“Guarito nel senso di… guarito guarito?!”

“Non hai più niente! Le analisi sono perfette!” mi dice con tono concitato, sfogliando la mia cartella. “E così pure le tac, e le risonanze…”; lui parla, ma è come se io non riuscissi a registrare quello che mi dice; forse la verità è che crederci mi fa troppa paura.

“Cioè… vuol dire che io…”

“Che tu…”; lui aspetta che sia io a completare la frase, ma io proprio non ci riesco: sono ancora bloccato, con il pallone in una mano e con l’altra mano sospesa a mezz’aria. Lui mi sorride e annuisce, compiaciuto: “Te ne puoi andare”.

Lascio cadere il pallone, come se fossi in trance, e poi finalmente reagisco e realizzo il senso profondo di quello che mi sta dicendo: sono guarito e me ne posso andare.

Andare.

Via, via da qui.

Dopo tre anni posso lasciarmi alle spalle tutto lo schifo, e andare.

Andare dove mi pare.

Guarito, libero, padrone della mia vita.

Posso tornare là fuori, nel mondo; quel mondo che più volte ho maledetto perché è andato avanti senza di me, senza aspettarmi, ma adesso non mi importa: adesso sono guarito e posso tornare là, e vivere, e tornare a fare una vita normale, con problemi normali. Posso… mi gira quasi la testa, per tutto ciò che mi si affolla nella mente nel giro di pochi secondi.

“Non ci posso credere…”; agito in aria le mani, ma come a rallentatore, e poi mi dirigo verso il muretto che circonda il terrazzo: “Finalmente, dopo tanti anni, sono guarito mondo!”; lo urlo, lo urlo allargando le braccia, come a volerlo abbracciare tutto, quel mondo con cui ho appena fatto la pace; ed è un urlo liberatorio, pieno di gioia.

Il re Leone torna in libertà.

Resto ancora qualche momento a guardare il mondo davanti a me.

Pronto per me.

Ai miei piedi.

Sembra così grande.

Sollevo in alto le braccia, ma ancora non mi capacito fino in fondo di questa cosa, e temo che da un momento all’altro qualcuno mi dica che si sono sbagliati. “Dottore, per favore…” dico ad Alfredi tornando da lui. “Mi dia un pugno perché devo essere sicuro che non me la sto sognando questa cosa!”

“Eh… mi dispiace ma non sono capace… Non ho mai dato un pugno in vita mia!”

“E allora mi dia una testata, un calcio nelle palle, faccia lei…!” esclamo ridendo; e qualcosa mi dice che se comincio a ridere sul serio non riuscirò più a smettere; è come quando hai bisogno di piangere e sai che se abbasserai le difese, anche solo per un attimo, dopo il pianto diventerà inarrestabile; in questo momento mi sento in quell’esatto identico modo, solo che ho voglia di ridere, e ridere, e ridere, e ho bisogno di qualcuno che mi giuri che è tutto vero, che non sto sognando, che non si sono sbagliati, che tutto non crollerà di nuovo.

“Leo!”; questa è la voce della Lisandri, che mi giunge dal cortile sottostante; mi avvicino al muretto, mentre lei continua a chiamarmi e sembra parecchio agitata, ma di un’agitazione positiva: probabilmente anche lei stenta a credere che sono veramente guarito, che dopo tre anni ce l’ho fatta, che ce l’abbiamo fatta. “Ha chiamato Bianca dall’isola!” urla per assicurarsi che io la senta bene. Bianca? Cosa c’entra Bianca adesso? Alfredi le ha già dato la notizia e lei vuole congratularsi con me? “Cris ha le doglie!”

Le doglie?!”; e mi sento uno stupido, ma ancora una volta mi pare tutto surreale. Non è possibile.

“Le doglie!” mi ripete la Lisandri che sembra sul punto di piangere di gioia. “Sta mettendo al mondo tuo figlio!”.

E di nuovo resto bloccato.

Sono guarito.

Me ne posso andare.

Mio figlio sta per nascere.

Ci sono stati momenti in cui ho temuto che questo giorno non sarebbe mai arrivato, che lui sarebbe nato, sì, ma senza di me, che non ci sarei arrivato vivo, e invece eccomi qui, e sono pure guarito!

“Ma… è sull’isola?!” mi domanda Alfredi allibito, mentre io credo di non aver ancora realizzato.

“Sì… sì… sta da Bianca! Ma c’era ancora un sacco di tempo!” rispondo io gesticolando; la data presunta del parto era tra due settimane!

“E perché, non lo sapete che i bambini nascono anche prima?!” esclama la Lisandri allargando le braccia.

“Ma in che cavolo di mondo vivete?!” mi chiede Alfredi; e ok, forse hanno ragione, forse è stato un azzardo, e in effetti Cris doveva rientrare prima, ma stava così bene sull’isola, si stava rilassando così tanto e…, chi andava a pensare che il Piscione avrebbe avuto tanta fretta?!

“E che faccio?!” gli domando cominciando ad agitarmi.

“E che fa?!” chiede lui alla Lisandri, altrettanto agitato.

“E che facciamo?!” risponde lei allargando di nuovo le braccia e facendomi di nuovo sentire uno stupido.

Che cosa mai posso fare?!

Cercare di arrivare sull’isola il più in fretta possibile per raggiungere Cris, sperando di arrivare in tempo.

Sono guarito.

Me ne posso andare.

Cris sta mettendo al mondo mio figlio.

Se mi fermo un attimo a pensarci è finita, come minimo mi scoppia qualcosa nel cervello!

Non ci devo pensare.

Adesso devo solo capire come arrivare sull’isola il più in fretta possibile.

 

Chiamo Vale e gli dico che Cris è in travaglio, e lui si precipita in ospedale mentre Toni controlla che il pulmino funzioni, dopo mesi e mesi in cui è rimasto fermo; poi vado in camera per raccattare un po’ della mia roba da infilare nello zaino, il resto passerò a prenderlo quando tornerò. Quando entro, però, cominciano a tremarmi le gambe e devo sedermi un attimo sul letto.

Sento il cuore a mille.

Sono felice e allo stesso tempo terrorizzato.

Sono stato in questo posto talmente tanto tempo che faccio fatica a ricordarmi com’è la vita vera. Sì, è vero che l’anno scorso per tre mesi sono fuggito sull’isola, ma quella non è stata vita vera.

Quella è stata di più.

È stata un sogno.

Mi decido ad alzarmi, comincio a prendere qualche vestito dall’armadietto, e intanto mi soffermo a leggere tutti i nomi che ho scritto nella parte interna dell’anta; i nomi di tutti i Braccialetti Bianchi che sono nati quando io stavo passando una giornata no, a partire dal primo: Barbara, 12/07/12. Vado alla scrivania e cerco un pennarello indelebile, poi torno all’armadietto: Leo, 11/05/15.

11 maggio 2015: la fine dell’incubo.

11 maggio 2015: la fine della guerra.

11 maggio 2015: l’inizio di una nuova vita.

Anzi, di due.

E forse pure più di due, se penso a Cris, a papà, ad Asia, e a tutti quelli che mi amano.

Richiudo l’armadietto sorridendo, mi guardo intorno, passando velocemente lo sguardo su tutte le cose con cui ho riempito questa stanza; mi soffermo sui disegni di Vale, appesi sopra al mio letto. Cazzo! In tre anni ho accumulato talmente tanta roba che sarà un vero e proprio trasloco. Trasloco poi per dove?! Io e Cris non ne abbiamo ancora parlato. L’idea era che lei restasse da Carola col bambino finché io non fossi stato dimesso… e adesso dovremo pensare anche a questo.

Ma non oggi.

Oggi devo solo pensare che tra poche ore potrò vedere mio figlio, che potrò tenerlo in braccio, e che potrò dire a Cris che l’incubo è finito. Prima l’ho chiamata, avevo bisogno di sentire la sua voce, di sapere che stava bene, di rassicurarla sul fatto che sarei arrivato il prima possibile, ma non le ho detto niente di me: vuoi mettere vedere la sua faccia mentre glielo dico?! E poi non mi sembrava esattamente il momento giusto, adesso deve concentrarsi su altro. Cazzo! Spero di fare in tempo! Mi dispiacerebbe molto perdermi il momento della nascita… anche se Cris ha detto che probabilmente ci vorranno ancora molte ore. E poi spero che vada tutto bene… non c’è nemmeno l’ospedale sull’isola… Ok, non devo farmi prendere dall’ansia, tanto finché sono ancora qui non posso farci niente, e di sicuro sentirmi agitato non l’aiuta.

Lo sguardo mi cade poi sullo schizzo del murale del leone che abbiamo fatto sulla parete di Oncologia, e che dopo due anni è ancora lì, nonostante vari tentativi da parte dell’amministrazione di rimuoverlo; tentativi che hanno scatenato proteste e insurrezioni di pazienti e personale; lo stacco dal muro, lo guardo, e mi sembra quasi di tornare a quella notte, di risentire tutte le nostre voci, l’odore della vernice…

Il Leone ce l’ha fatta.

Il Leone ha spaccato il muro e se ne va.

Lancio un’ultima occhiata a quella che per tre anni è stata la mia stanza, e mi sembra assurdo quello che sto provando, ma direi che è quasi nostalgia: qui, in questa stanza, in questo ospedale, lascio un pezzo di me, lascio tre anni della mia vita, e nel farlo non riesco ad essere pienamente felice come dovrei; mi frena la paura, il non sapere cosa mi aspetta davvero là fuori, e il timore che la vita più vera io l’abbia già vissuta.

Qui.

 

Nel giro di pochissimo, la voce si è già sparsa per tutto l’ospedale: Leo è guarito e se ne va da Cris che sta per partorire; già lungo il corridoio, fuori dalla mia stanza, trovo ad attendermi un sacco di gente accorsa per salutarmi; una vera e propria folla, tra cui spicca Ulisse.

“Fateme posto” dice raggiungendomi. “Che devo scortare er re Leone!”. Io sorrido e lascio che mi accompagni all’ascensore, seguito da tutti gli altri che poi restano fuori. “Allora finalmente te ne vai!” mi dice stringendomi una spalla.

“Eh già, pare che da oggi ti annoierai a morte!”

“Vedi un po’ de non tornare più per davero stavolta, eh?!”; ha gli occhi lucidi, e ride per sdrammatizzare.

“Oh, puoi contarci che non torno!” gli dico abbracciandolo. “Ma di sicuro ti chiamerò quando non saprò come fare col Piscione, dato che tu ne hai avuti sette!”

“Otto” mi risponde staccandosi dall’abbraccio e guardandomi negli occhi. “Ne ho avuti otto”; e a entrambi sfugge qualche lacrima che cerchiamo di asciugare in fretta, prima che l’ascensore raggiunga il piano. Ci abbracciamo di nuovo, poi l’ascensore si apre e ci lasciamo, senza dirci niente, perché troppe ce ne sarebbero da dire, di cose, ma avremo tutto il tempo per farlo, e poi, in fondo, quell’ “otto” ha già detto tutto.

Ulisse mi segue in silenzio, mentre io continuo a salutare gente, e quando sono ormai nell’hall arrivano di corsa anche la Lisandri e Alfredi: “Leo! Leo!” mi chiama la Lisandri. “Veniamo con te!” esclama senza riuscire a contenere la sua euforia.

“Leo…” mi dice Alfredi mentre cerca di riprendere fiato; deve aver corso temendo di non riuscire a fermarmi prima che partissi. “Eh beh… è come se ci nascesse un nipote!”.

Mi sorprende che vogliano venire con me, ma mi fa molto piacere, e non nego che mi faccia anche stare più tranquillo avere a disposizione due medici come loro, nel caso ce ne fosse bisogno. “Sono un po’ preoccupato perché… ho sentito Cris… e pare che sarà molto lunga, io…”

“Ma è normale per le primipare, sai!” mi risponde la Lisandri con un sorriso rassicurante.

“Le pri-che?!”

“Le donne che hanno il primo figlio!” mi spiega Alfredi circondandomi le spalle con un braccio.

“Aaah! Ah, ok!”; rido, un po’ sollevato, e continuo ad avanzare verso l’uscita, fermandomi ogni due secondi per abbracciare e baciare qualcuno.

“Leoneee!” esclama Laura allargando le braccia.

“Oh, Lauretta!”; la stringo, e anche a lei vorrei dire tante, tante cose, ma non c’è tempo, non adesso. Adesso devo andare. Abbraccio pure la mia Ester, anche lei visibilmente commossa, e poi Carlo. E ancora una volta mi tengo per me tutto quello che vorrei dire loro, ma mi riprometto di dirgli tutto, prima o poi: dire a tutti loro quanto siano stati fondamentali per me, dirgli come, senza di loro, di sicuro non ce l’avrei fatta a venirne finalmente fuori.

“Ciao a tutti!” è l’unica cosa che dico adesso.

 

Quando arrivo fuori, nello spiazzo antistante l’ospedale, mi accorgo che Vale non è l’unico che mi sta aspettando: c’è Toni sul suo motorino, insieme a Mela; e ci sono anche Bobo e Bella, tutti pronti a partire.

“E questi?!” dico tra me e me, ridendo.

“Dai ragazzi, sbrighiamoci, che con quello ci mettiamo perlomeno un’ora…” dice Toni togliendosi gli occhiali da sole e indicando il pulmino; si è già dimenticato che per arrivare a Vieste di ore ne servono più di tre. L’ultima volta ci voleva andare a piedi!

“Cos’hai da dire contro il mio furgone?!”

“Niente! Solo che è un miracolo se parte!”

“Dai, salite!” dico andando verso il pulmino. “Ciao a tutti!”; saluto di nuovo tutta la gente che mi ha seguito fino a fuori: pazienti, medici, infermieri, portantini…, non manca quasi nessuno! Poi faccio accomodare gli altri dietro, e saluto ancora una volta tutti. “Ciao ragazzi, ciao!”; salgo davanti, accanto a Vale che è alla guida, e chiudo lo sportello senza più voltarmi a guardare indietro.

Non abbiamo ancora lasciato lo spiazzo, che vediamo arrivare Chicco, Margi e Flam, carichi anche loro di bagagli.

“E tu?!” domando sorpreso a Chicco, scendendo dal pulmino. “Non stavi a Roma?!”

“Ma che a Roma! Stavo qua dietro a fa’ er gelataro!” mi risponde lui salendo sul pulmino.

“Vieni, Flam!” le dico facendola sedere davanti con me.

Vale rimette in moto, e finalmente ce ne andiamo, urlando come dei matti e facendo un sacco di casino, con Vale che inizia a suonare il clacson all’impazzata. Tutti si spostano per lasciarci passare, ci salutano agitando in aria le mani, come se stessimo partendo per chissà quale grande avventura… e in effetti un po’ così è: è la mia grande nuova avventura.

È la svolta della mia vita.

Sono guarito.

Me ne sto andando.

Sto per diventare padre.

 

Il Leoncino non è ancora nato, e si è già fatto conoscere: non poteva aspettare ancora qualche giorno? Non poteva aspettare il momento giusto e lasciarla tornare in città?

No.

Ha dovuto fare di testa sua, come suo padre.

E adesso la sta facendo impazzire di dolore e di gioia, come suo padre.

“Oooh, è passata…” sospira Cris con sollievo, quando sente che anche questa contrazione è finita.

“Dai!” esclama Bianca sorridendo, mentre la sorregge, aiutandola a camminare avanti e indietro nel soggiorno della Casa del Faro, insieme ad Adele, l’ostetrica dell’isola.

“Non so se ridere, non so se piangere, non so…”

“Sorridere” le risponde Bianca dandole un bacio sulla tempia. “Devi sorridere…”.

E Bianca ha ragione, deve sorridere: dopo tanti mesi potrà finalmente vedere il suo bambino, tenerlo tra le braccia, cercare ogni singolo tratto in cui somiglia a Leo; magari avrà davvero i suoi occhi, o il suo sorriso…; le sembra passato così poco tempo da quando, piangendo, ha detto queste cose a Carola, disperata, in preda al terrore che Leo questo bambino non lo volesse o che non riuscisse a vederlo nascere, e invece sono passati tanti mesi, e Leo sembra stare bene; i medici non si sono ancora sbilanciati del tutto, ma lei sente che è questione di poco ormai, prima che tutti e tre possano cominciare la loro nuova vita insieme.

Tutti e tre.

Tra poche ora potrà averli entrambi lì con sé: il suo Leo e il suo Leoncino, che sarà di sicuro bello come il suo papà, e che magari da lui avrà preso anche i capelli neri o le mani grandi…

Sì, deve sorridere. Deve decisamente sorridere.

Arriva un’altra contrazione forte, a distanza più ravvicinata rispetto alla precedente, poi passa anche quella. Squilla il telefono: è Leo che per l’ennesima volta vuole avere notizie, ma lei non ce la fa a rispondere, perché in questo momento il Leoncino ha deciso di cominciare a spingere sul serio, e chiede a Bianca di farlo al posto suo; lui è già sul traghetto, e a giudicare dalle voci che si sentono in sottofondo non è da solo.

“La pancia è scesa, ragazzi!” lo sente urlare quando Bianca lo aggiorna. “Tempo stimato?!”; solo a Leo può saltare in mente di fare una domanda del genere e di aspettarsi una risposta concreta. Bianca gli risponde che è difficile stabilirlo, ma che di sicuro non nascerà prima di cinquanta minuti. “Ancora cinquanta minuti!” ripete allora Leo, urlando. E poi: “Il bambino s’è impegnato la testa!”

“Leo, mica è il monte dei pegni, eh?!” lo prende in giro Vale.

Ha impegnato, no s’è impegnato!” lo corregge qualcun altro, forse Bella.

“Vabbè, è uguale!” ribatte lui ridendo. “Sta spingendo come un pazzo: tutto suo padre!”. Si sente un vero e proprio coro di ovazioni, poi Bianca chiude la telefonata e torna a dedicarsi a lei.

 

Cris non risponde più al telefono. Già prima mi ha fatto rispondere da Bianca, ma adesso non mi risponde più nemmeno lei. Ok, sto andando ufficialmente in panico.

“Cavolo, non risponde più!” esclamo uscendo a piedi dal traghetto che ha appena attraccato, seguito dagli altri mentre aspettiamo che Vale ci raggiunga col pulmino. “Oddio! Non risponde più, ragazzi! Oddio! Sta per nascere! Sta per nascere!”.

Mela intanto corre ad abbracciare tutti i suoi cugini che sono venuti ad accoglierci: c’è anche Alice, a cui pare ormai essere passata la cotta per me.

“Dai, veloci! Veloci! Veloci! Dai!”; incito tutti che si sono persi a guardare il paesaggio e a fare foto, quando arriva Vale. “Ma che guardate?! E che state a fare, i turisti?!”; afferro Bella che è lì vicino a me e la faccio salire in fretta. “Sali, sali! Siamo in ritardissimo!”; vado dagli altri che si stanno facendo un selfie, per fargli dare una mossa. “Dai ragazzi! Via! Via! Via! Veloci, veloci! Vieni qua, vieni qua!” dico a Flam prendendola in braccio e precipitandomi al pulmino. “Dai che siamo in ritardo!”

“Vado, eh?” mi domanda Vale quando salgo e richiudo lo sportello.

“Oooh!” urla Chicco che era rimasto indietro. “Aspettateme! Dove annate senza de me?!”

“Forza Chiccooo!” gli dice Toni superandoci col motorino, mentre Vale si ferma ed io scendo.

“Vai, vai!” dico aprendo lo sportello e spingendo Chicco dentro al pulmino, dandogli pure un calcio con la gamba buona. “Vai, parti!” dico a Vale, dopo che mi sono riseduto.

La strada per giungere alla Casa del Faro non mi è mai sembrata tanto lunga, nemmeno quella volta che io e Cris non vedevamo l’ora di arrivarci per potercene stare finalmente da soli dopo aver scaricato Toni e Vale al traghetto. Provo a chiamare Bianca, ma non mi risponde, perciò mi sa che ci siamo: sta nascendo.

E se qualcosa va storto?! Nella mia vita è sempre successo così: ogni volta che mi succedeva qualcosa di bello, poi lo scontavo tutto. Ma no, cosa vado a pensare?! Non devo farmi condizionare dall’ansia. Cris sta bene, il Piscione sta bene, e sarà così bravo da aspettare che arrivi io per nascere.

L’ultimo tratto di strada va fatto a piedi, perché sullo sterrato il pulmino si pianterebbe immediatamente. Nonostante la mia gamba, sono quello che corre più veloce di tutti lungo la discesa ripida che porta alla Casa, rischiando più volte di cadere e di spaccarmi qualcosa; ormai ci sono quasi e comincio ad essere euforico. Sì, sono ancora preoccupato, ma prevale la gioia, una gioia incontenibile, che mi dà quasi alla testa.

E quando sono praticamente a pochissimi metri dall’arrivo, lo sento.

Mio figlio che piange.

È nato.

Mi blocco, incredulo, proprio come stamattina. Anziché correre da lui, mi blocco e resto fermo a guardare la Casa; subito gli altri mi circondano, mi abbracciano, si congratulano, ed io ancora non riesco a muovermi. Poi lo sento piangere di nuovo, e finalmente mi riscuoto e mi precipito alla porta.

 

Spalanco la porta ed entro di corsa, ma poi mi blocco di nuovo, perché la scena che mi si presenta davanti è di una bellezza e di una grandiosità da togliermi il respiro: lui è lì, è lì davvero, non devo più immaginarlo, non devo più aspettarlo; è lì, sul seno di Cris che è sdraiata su un letto arrangiato per l’occasione, e stanno entrambi bene.

Bianca è china su di loro e sta accarezzando i capelli a Cris. “Leo!” esclama quando si accorge di me; Cris, invece, è così emozionata che mi guarda in silenzio; credo di non averla mai vista così felice; mi avvicino a loro lentamente, temendo quasi che scompaiano da un momento all’altro. “È proprio un bel bambinone!” mi dice Bianca alzandosi, per lasciarci da soli.

Io mi inginocchio accanto a Cris, e ancora non riesco a dire niente, mentre lei sposta lo sguardo da me a lui, e ride e piange contemporaneamente. Con una mano le accarezzo i capelli, e poggio l’altra sulla sua, che è sulla testa del bambino.

Mio figlio.

Il mio Piscione Fagiolino Leoncino.

È qui davanti a me, e ancora non ci credo; ho persino paura di toccarlo.

Per tutti questi mesi ho immaginato il momento in cui l’avrei visto, e tutto il tempo che avrei poi passato attaccato al vetro del nido a contemplare il mio Braccialetto Bianco, e invece no, lui mi ha fregato, e ha fatto benissimo: il figlio del re Leone ha deciso di non nascere in ospedale, ma libero, in una meravigliosa isola; pare che sappia già bene cosa vuole.

Mi chino a baciare Cris, continuando ad accarezzarle la mano, e poi mi decido a toccare il Leoncino, accarezzandogli piano la schiena. “È bellissimo…” riesco finalmente a dire, anche se la voce mi esce appena.

“Hai visto il nostro Leoncino?”.

Sì, l’ho visto, ed è la cosa più meravigliosa che abbia mai visto in tutta la mia vita; è così perfetto che mi sembra di non meritarlo, e quasi mi spaventa. “Che cosa gli potrò insegnare io? Non so niente.”

“Gli basterà assomigliarti, e sarà come te” mi risponde Cris con un tono dolcissimo, per poi rivolgersi con lo stesso tono a lui, che continua ad agitarsi: “Che c’è amore?”

“E come sono io?”.

Lei mi guarda negli occhi, appoggia una mano sul mio viso, e mi sorride: “Sei forte e gentile”.

La forza e la gentilezza.

Va bene, mi sembrano un buon punto di partenza.

Do un bacio sulla testa al Leoncino, poi bacio di nuovo Cris, a lungo, mentre lui le si attacca al seno e comincia a ciucciare.

Mi sembra ancora di sognare.

Vorrei dirle che sono guarito, ma forse è meglio aspettare più tardi, per darle il tempo di metabolizzare questa emozione che ci lascia così: meravigliati, silenziosi, assorti.

 

“Avevi proprio ragione, Cris” dice la donna che finora se n’è stata in disparte con Bianca, avvicinandosi a noi; dev’essere l’ostetrica. “Il tuo bimbo è bello come il suo papà”.

Io sorrido imbarazzato e mi alzo per stringerle la mano. “Piacere, Leo”.

“Adele”. Adele sarà vicina ai sessant’anni ed è minuta, ma ha una stretta davvero notevole.

“E… grazie per…” le dico allargando le braccia verso Cris e il Leoncino, e lasciandole poi ricadere.

“Oh, il lavoro duro non l’ho certo fatto io!” esclama lei sorridendo. “Allora Leo, sei pronto?”

“Pronto per cosa?” le domando corrugando le sopracciglia e scuotendo appena la testa.

“Per il taglio del cordone”.

Deglutisco e la guardo, immobile: “Ah…, perché… è ancora attaccato?”

“Eh sì” annuisce lei. “Aspettavamo te.”

“So che ci tenevi, così ho chiesto di aspettarti” mi dice Cris, ed io deglutisco di nuovo.

“O… ok”; mi sforzo di sorridere e di apparire tranquillo, ma la verità è che me la faccio sotto; ancora di più quando Adele gira il Leoncino e io vedo il cordone; ancora peggio quando lei ci attacca due pinze e comincia a disinfettarlo, e peggio di peggio quando mi dà in mano le forbici: potrei svenire da un momento all’altro e credo di essere sbiancato.

“Tutto bene?” mi chiede Cris.

“Sì sì” le rispondo annuendo con decisione.

“Guarda che se non te la senti fa lo stesso…”

“Sì che me la sento!”. No, non me la sento, ma ho passato otto mesi a dire che lo avrei fatto, mi sono pure sorbito tutto il corso pre-parto, e non ho nessuna intenzione di tirarmi indietro; diciamo solo che la teoria è ben diversa dalla pratica, ecco. Torno a inginocchiarmi accanto a Cris e prendo un bel respiro: “Ma non è che gli faccio male?” domando ad Adele, sollevando la testa a guardarla.

“No, stai tranquillo. Non farai male né al bambino né a Cris. Taglia lì, in mezzo alle due pinze.”

“Vado?” domando guardando Cris, e lei annuisce sorridendo.

“Sì!”

“Un bel taglio deciso” mi dice Adele. “Coraggio, non sei impaziente di prenderlo in braccio?”.

E con queste parole, ritrovo tutto il mio solito coraggio: sì, non vedo assolutamente l’ora di prenderlo in braccio. Prendo fiato e taglio, facendo un po’ fatica; sapevo che era duro, ma non pensavo così; e poi è fatta: Adele disinfetta e incerotta il rimasuglio di cordone rimasto attaccato al Leoncino, lo prende in braccio, e me lo porge, tutto nudo.

“Ma non ha freddo, così?” le chiedo sedendomi sul muretto vicino al camino.

“Lo scaldi col tuo calore” mi risponde lei. “Mettiti a petto nudo, vedrai che starà bene”.

Io mi spoglio e poi lo prendo; è così leggero, e piccolo, e perfetto in ogni sua parte… Mi pare quasi che scompaia, in mezzo alle mie braccia. Lo stringo con delicatezza contro il mio petto, guardo Cris, e mi accorgo che lei ci sta guardando, e che ha ripreso a ridere e piangere contemporaneamente. Io le sorrido, poi torno a guardare il Leoncino e non riesco più a togliergli gli occhi di dosso, e mi pare impossibile che io sia riuscito a fare una cosa così perfetta; e vorrei tanto che la mamma fosse qui a vederlo, e a dirmi quanto sia orgogliosa di me.

Adesso lui mi sta guardando. Ok, lo so che non mi sta davvero guardando, che non è ancora capace di mettere a fuoco quello che vede, ma i suoi occhi mi sembrano così svegli, e così fissi nei miei…

“Ciao…” gli dico accarezzandogli la guancia con un dito, e restiamo a fissarci finché lui non sbadiglia e poi chiude gli occhi. “Hai avuto una giornata intensa, eh?”; comincio a cullarlo lentamente, anche se non l’ho mai fatto prima e non so bene come si fa: sarà l’istinto paterno? Basterà questo? Basterà il mio istinto per sapere cosa dovrò fare e dire da questo momento in avanti? Basterà questo ad evitare di incasinargli la vita?

Pensavo che quando lo avrei avuto finalmente tra le braccia avrei capito tutto, che sarei stato pronto. E invece “non so se sarò pronto mai…, prova a esser pronto tu per noi…”, come dice Liga in quella canzone che mi ha fatto ascoltare Angie qualche settimana fa, in una delle mie giornate all’insegna della paranoia. “Da adesso in poi, com’è che andrà?”.

Non lo so, Piscione mio, com’è che andrà da adesso in poi. So solo che sei la cosa più bella che abbia mai visto, e che in qualche modo andrà, che in qualche modo ce la caveremo. È vero: io e la mamma non abbiamo un lavoro e non abbiamo ancora finito la scuola, non abbiamo una casa, e a dirla tutta tu non hai nemmeno un nome ancora, ma vedrai che andrà bene; quest’ultima frase è come se me l’avesse detta la mamma: ho sentito per davvero la sua voce nella mia testa, e adesso è come se fosse qui con me.

“Dovremmo dargli un nome” dico a Cris, che intanto ha espulso la placenta (io sono rimasto con lo sguardo fisso sul Leoncino, perché non avevo per niente voglia di vedere. Già mi faceva senso nei video, figuriamoci dal vivo…!) e si è messa seduta.

“Ce l’ha già un nome” mi risponde lei con un sorriso.

“E sarebbe?” le chiedo ridendo. “Non vorrai per davvero chiamarlo Piscione Fagiolino Leoncino?! Qualcosa mi dice che ci farebbe fuori entrambi, una volta raggiunta l’età della ragione!”.

Lei ride, e non mi è mai sembrata così bella: ha i capelli tutti in disordine, il viso arrossato, l’aria distrutta, ed è splendida. “Lo sai.”

“Ma no che non lo so!”

“Ha un nome dal momento esatto in cui hai saputo che era un maschio. Lo hai deciso subito.”

“Ma non è vero, non ho deciso un bel niente!”; è vero, invece: quando ho saputo che era un maschio, c’è stato un nome che ho desiderato immediatamente, ma a lei non l’ho mai detto, perciò…

“Sì che lo hai deciso! E me lo hai pure detto.”

“E quando, scusa?”.

Lei sorride e si morde il labbro inferiore. “Quando ti sei svegliato dall’anestesia, dopo l’operazione.”

“Ah… davvero?!”; ovviamente ero così rincoglionito che non me lo ricordo assolutamente. “E perché non me l’hai mai raccontato?”

“Perché volevo raccontartelo oggi”.

All’improvviso mi viene da piangere: è come se tutte le emozioni di questa giornata cominciassero a sommergermi, ma ancora resisto. “E cos’è che ti avrei detto?” le domando deglutendo.

“Io ti ho chiesto come stavi, tu mi hai sorriso e mi hai risposto che se per davvero eri vivo e non stavi sognando, allora stavi alla grande. E poi mi hai chiesto: e Nic come sta? Per un momento ho temuto che non ti ricordassi che Nicola era morto, ma poi hai allungato una mano verso la mia pancia… e allora ho capito tutto”.

Io annuisco, sorridendo: “Sì, hai ragione. Per me è stato Nicola da subito. Ma tu che ne pensi?”

“Penso che non potrebbe avere nome più perfetto. È il nome dell’isola in cui è stato concepito e in cui è venuto al mondo, oltre che il nome di una persona che per noi è stata tanto importante.”

“Sì, è così. È perfetto”. Sorrido di nuovo, poi lo guardo: “Benvenuto al mondo, Nic”.

 

È arrivato il momento di far conoscere questa meraviglia a tutti gli altri, che hanno raggiunto il terrazzo passando per la scala esterna e che ci stanno aspettando impazienti.

Comincio a salire le scale con un po’ di paura: sono quasi due anni che ho la mia super gamba ormai, ma all’improvviso, con Nic in braccio, ho paura che non mi regga bene e di perdere l’equilibrio; poi mi dico che è una paura irrazionale e continuo a salire con passo sicuro.

Cris si sente in forze, si è occupata di vestire Nic (per fortuna Bianca ha rimediato qualcosa tra i vestiti dei suoi nipoti quando erano piccoli, perché tutta la roba è rimasta in città), e adesso ha appena finito di farsi una doccia e ha detto che tra poco ci raggiunge per salutare tutti. I gradini mi sembrano infiniti, ma finalmente raggiungo il terrazzo, sempre tenendo gli occhi fissi su Nic; sollevo un attimo lo sguardo e vedo tutti che sorridono, ma poi torno a guardare lui: proprio non ce la faccio a smettere. La Lisandri e Alfredi sono i primi ad avvicinarsi, e lei mi appoggia una mano sulla spalla, mentre lui mi accarezza la schiena; poi si avvicinano anche gli altri, e tutti lo guardano estasiati; e come dar loro torto?

Salgo sulla pedana, dove la scorsa estate io e Cris mangiavamo sempre, e sollevo Nic in alto; c’è un po’ di vento, ma lui è ben vestito e ben avvolto in una copertina.

Buongiorno mondo!

Questo è mio figlio! Ho mandato la Bestia a fanculo, e ho in braccio mio figlio.

Mi volto, e vedo che è arrivata anche Cris, insieme a Bianca.

Tengo ancora Nic sollevato in aria, come un trofeo: è il premio più bello che potessi desiderare.

Mio figlio!

Nostro figlio.

Il nostro Piscione.

Tutto nostro.

Potremo conoscerci, crescere insieme, potrò insegnargli quel poco che so e lui potrà ascoltarmi, senza bisogno di quel video che ho registrato la mattina dell’operazione.

E sarà meraviglioso.

Cris mi raggiunge sulla pedana, dà un bacio a Nic, mi appoggia una mano sulla spalla e con l’altra gli accarezza i capelli; ha la testa piena di capelli neri, proprio come me.

Il mio Leone con la criniera da corvo…

Guardo Cris, e vorrei dirle tante cose, vorrei ringraziarla perché senza la sua forza e il suo amore, Nic a quest’ora non sarebbe qui, e forse non ci sarei nemmeno io, se non avessi avuto un motivo così importante per cui lottare: noi tre. Non le dico niente, la bacio, con il nostro miracolo in mezzo a noi, ma è un bacio breve, perché ho bisogno di tornare immediatamente a guardare Nic.

Non c’è che dire: abbiamo proprio vinto ai rigori.

 

Finalmente soli.

Nic è stato visitato, misurato e pesato; Adele si è accertata che Cris stesse bene e poi se n’è andata, lasciandoci il suo numero di telefono e il certificato di assistenza al parto, da portare domani all’anagrafe; Bianca si è portata via tutti gli altri, da sistemare un po’ in casa sua e un po’ in un B&B; abbiamo mandato le foto di Nic a tutti quelli che non erano presenti, e a papà quasi gli prendeva un colpo, perché non lo avevo nemmeno avvisato; ha detto che domani prende il primo traghetto e viene; non è mancata nemmeno la video-chiamata intercontinentale su Skype con la zia Asia, che ha cominciato a maledire il suo prestigioso lavoro che le impedisce di raggiungere al più presto il suo “stupendo-nipotino-e-smettila-di-chiamarlo-Piscione!”.

A Cris è venuta fame perché durante il travaglio non se la sentiva di mangiare e ha saltato il pranzo, così mi sono ritrovato a cucinare la pasta al tonno alle cinque del pomeriggio, e già che c’ero ne ho preparata un po’ pure per me, che per l’ansia non è che avessi mangiato poi molto. Mangiamo seduti sul letto, mentre anche Nic ciuccia avido il suo latte, e mi fa ridere vedere lui che mangia mentre mangia anche lei.

“Dal produttore al consumatore!” esclamo io ridendo, e ride anche Cris. “Ma non ti fa male?”

“Un po’, ma solo quando si attacca, poi passa…”

“Ehi tu…” dico a Nic accarezzandogli la testa. “Lascia un po’ di mamma anche per me, eh?!”

“Che stupido!” ride Cris porgendomi il piatto vuoto.

“Ne vuoi ancora?”

“No, sono sazia, grazie”; si sdraia, con Nic ancora attaccato; io porto i piatti in cucina e poi mi sdraio accanto a lei. Resto a guardarli, affascinato e impressionato da questo spettacolo della natura. È proprio vero che in fondo siamo degli animali: guarda qua, è appena nato e il suo istinto gli dice già cosa deve fare.

Poco dopo Cris si addormenta, Nic continua a ciucciare un altro po’ e poi si stacca e comincia a piangere.

“Shhh…” mormoro io accarezzandogli la schiena. “Non svegliare la mamma…”; ma lui non si calma, e allora mi alzo, lo prendo in braccio e me ne vado di là in soggiorno, sul divano. Mi tolgo la canotta, mi sdraio, lo appoggio sul mio petto, e lui smette immediatamente di piangere: fantastico! Pare che questa cosa funzioni!

Lui si rilassa e mi rilasso anch’io: la stanza è in penombra, dalle finestre aperte arriva l’odore del mare, mescolato a quello di soffritto che ancora aleggia e che quasi quasi mi fa tornare fame; c’è silenzio: l’unico suono che sento è il respiro lento e leggero di Nic che pare si sia addormentato. Gli tengo una mano sulla schiena e l’altra sulla testa: è così piccolo che quasi bastano le mie mani per coprirlo tutto; in realtà non è così piccolo, pesa quasi quattro chili ed è lungo 55 centimetri, ma mi sembra piccolo in confronto a me, nonostante io non è che sia un gigante. Chissà in braccio ad Ulisse come sembrerebbe minuscolo. Ulisse… quando gli ho mandato la foto su WhatsApp mi ha risposto: “E bravo il re della foresta! Te somiglia, eh! C’hai messo il marchio di fabbrica! Povera Cris! Ad avercene due così… ”.

Dicono tutti che mi somiglia, ma io, a parte i capelli, al momento non vedo tutta questa somiglianza; papà mi ha mandato una foto di quando sono nato, ed effettivamente lì sì che Nic pare uguale a me, ma chi non mi ha visto da neonato non so come faccia a dirlo. Chissà se mi somiglierà per davvero, anche di carattere, o se sarà più tranquillo, come Cris, o se sarà totalmente differente da entrambi.

Va bene, Piscione, sii come vuoi, basta che tu sia felice.

E sano.

Per un attimo mi torna quell’agghiacciante consapevolezza che la Bestia ha una forte componente ereditaria, ed è una consapevolezza che mi toglie il fiato. Poi caccio via quel pensiero negativo, non voglio pensarci, non oggi, anzi, non più.

Nemmeno alla mia, di Bestia, voglio più pensare. Lo so che potrebbe tornare, che davvero in pace non ci potrò mai stare, che il fatto che adesso io sia guarito e libero non vuol dire che lo sarò per sempre, però che palle, basta paranoie, questo è il giorno più bello della mia vita e me lo voglio godere.

È davvero incredibile: fino a stamattina, questa sembrava una giornata come tutte le altre ed io me ne stavo sul terrazzo a giocare a basket; poco dopo venivo a sapere di essere guarito e che mio figlio stava per nascere; e qualche ora dopo, eccomi qua insieme a lui che dorme beato sul mio petto.

È il giorno più bello della mia vita.

L’ho già detto? Ma lo è davvero, ed è come se con lui, oggi, fossi rinato anche io. E giuro che sono sincero nel dire che rivivrei ogni singolo giorno degli ultimi tre anni pur di arrivare ad oggi, pur di provare quello che sto provando adesso: mille emozioni tutte insieme, ma stavolta, finalmente, una più bella dell’altra.

Finalmente l’Universo l’ha piantata di prendermi a cazzotti; ce ne ha messo di tempo, eh, però alla fine si è deciso.

“Sono guarito”.

Lo dico a voce alta, perché ho bisogno di dirlo a voce alta, di sentirlo bene, e ancora non ci credo.

“Sono guarito Piscione, hai capito? Guarito! Pare che dovrai sopportarmi per un bel po’”.

Lo guardo, sta ancora dormendo, sazio, beato, in pace col mondo. Ed è così che mi sento pure io.

Scoppio a piangere.

Di botto, in modo violento, inarrestabile.

Incontrollabile.

Piango come un bambino, mentre i singhiozzi mi scuotono il petto; non me lo ricordo più quand’è stata l’ultima volta che ho pianto così. Temo di svegliare Nic, ma lui non fa una piega e continua a dormire.

Ed io continuo a piangere.

Sono guarito.


Tu che stavi aspettando,
ai confini del mondo,
un regalo così.

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