Capitolo 1130: Lunedì, 26 gennaio 2015

Sono passati due mesi e mezzo dall’operazione, e Leo, come previsto, ha ricominciato la chemio, con conseguente malessere fisico e malumore, ma per fortuna quest’ultimo dura sempre poco e gli torna sempre il sorriso.

Ritroviamo poi un Leo figlio e un Leo papà, ma anche un Leo “Cupido” 😏💘.

 

Lunedì, 26 gennaio 2015

Quando ero minorenne, per andare a fare la chemio dovevo sempre essere accompagnato da qualcuno.

Questa cosa mi infastidiva un sacco.

Anzi, diciamo che mi faceva girare le palle a elica.

Stavo affrontando una cosa “da grande”, una cosa molto più grande di me, e ce la stavo mettendo davvero tutta, ma continuavano a trattarmi come se fossi un bambino.

Eppure, adesso che sono maggiorenne e in sala chemio ci vado da solo, mi succede di rimpiangere quel periodo in cui c’era sempre qualcuno accanto a me, lungo quel tragitto che mi sembrava sempre troppo breve e al tempo stesso mi sembrava infinito. A volte il tempo è davvero tutta una questione di percezione, e proprio non so dire come stiano esattamente le cose, so solo che adesso vorrei qualcuno accanto a me, ad accompagnarmi.

Magari Ester con i suoi sorrisi dolci, o Ulisse con le sue battute, o la Lisandri con quell’aria austera ma rassicurante… O Cris, anche se le ho espressamente detto di no… O anche papà, col suo braccio intorno alle mie spalle, come la prima volta, quando a un certo punto i miei piedi si erano come bloccati davanti alla soglia di Chemioterapia. Sapevo già che oltrepassata quella porta, la mia vita non sarebbe mai più stata la stessa, e oltre che spaventato ero anche molto arrabbiato.

Adesso non sono né l’uno né l’altro.

Sono solo tanto stanco.

Cris mi dà tanta forza, e ancora di più me ne dà il Piscione, ma vorrei potermeli vivere come si deve…, invece dopo due giorni fantastici come quelli appena trascorsi…, adesso mi mancano ancora di più.

 

“Ciao Leo!”

“Oh… ciao!”.

In sala chemio c’è di turno Emma, ed è sempre un bel vedere, soprattutto in un posto triste e squallido come questo.

“Mi ha sorpreso leggere il tuo nome tra i pazienti di oggi…” mi dice mentre io mi accomodo sulla poltrona, anche se davvero comodo su questa poltrona, non lo sono mai. “Credevo avessi finito con le chemio.”

“Eh…, magari!” le rispondo sospirando e piegando le labbra di lato. “Devo fare quelle postoperatorie. Le ultime tre”.

Se tutto va bene.

Non ho voluto dirlo a voce alta, ma non ho potuto fare a meno di pensarlo.

“Sono contento che almeno ci sei tu” le dico invece mentre mi prepara il braccio. “Starò di merda uguale, ma almeno mi godrò un bello spettacolo! Magari sbottonati il camice e chinati un po’ in avanti, mentre mi buchi”; le faccio l’occhiolino, e lei ride.

“Smettila che lo dico a Cris!”.

Questi apprezzamenti però con Cris non li fai, eh?!”.

Nina…

La prima volta che ho visto Emma, con me c’era Nina. Era stato bello trovarla qui, nella poltrona vicina alla mia, a tenermi la mano mentre Laura mi infilava l’ago nel braccio e mi attaccava alla chemio. Era la mia prima chemio tornato dall’isola, ed emotivamente stavo a pezzi, non solo per la chemio e per la Bestia che era tornata all’attacco più forte che mai, ma anche perché mi mancava Cris e rimpiangevo i giorni d’incanto vissuti con lei sull’isola, sempre insieme, e poi c’era tutta quella storia del Generale che mi dava un sacco di pensieri e che mi faceva pensare cose sulla mamma che a ripensarci adesso mi sento uno schifo.

Mi manca, Nina.

Mi chiedo quante altre persone che amo sono destinato a perdere.

O magari, la prossima volta, saranno le persone che amo a perdere me.

“Vado, eh, Leo?” mi dice Emma distogliendomi dai miei pensieri tristi. “Pronto?”

“Sì, vai” le rispondo annuendo, lasciandomi sfuggire una smorfia quando infila l’ago.

“Male?”

“Un po’. Fastidio, più che altro”.

Lei accenna un sorriso e poi apre il rubinetto maledetto della flebo.

“E Cris e il Leoncino come stanno?” mi domanda sistemando il tubicino in modo tale che non mi dia fastidio.

“Benone”; sorrido. Sorrido sempre quando penso a loro. “L’altro giorno abbiamo fatto la morfologica…”

“Oooh, chissà che emozione!”

“Sì… Si vedeva praticamente tutto! È perfetto! Davvero bellissimo! Come suo padre del resto, no?”; allargo le braccia e poi mi indico il petto, ed Emma ride. “Beh?!” esclamo facendo finta di essermi offeso. “Non vorrai mica dire che non sono bellissimo, eh?! Sono un bellissimo ragazzo!”

“Ci mancherebbe!” risponde lei ridendo ancora. “Chi oserebbe dire una cosa del genere?!”.

Apre la tendina per andarsene, ma poi si ferma e la richiude, lasciandola cadere.

“Senti…, a proposito di bei ragazzi…”; io la guardo senza capire, aspettando che vada avanti, e lei accenna un sorriso imbarazzato. “Quel ragazzo che fa la Radio con te…”

“Quale? Ne passano tanti…”

“Quello che c’è praticamente sempre… Ruggero, mi pare che si chiami…”.

Ruggero, mi pare che si chiami…”; fa finta di non essere sicura del nome, ma dal tono e dallo sguardo che sta usando, io ci scommetto che lo sa benissimo come si chiama!

“Sì, si chiama Ruggero” dico con un sorriso malizioso. “Perché? Ti piace?” le chiedo a bruciapelo.

“È carino…” risponde lei restando sul vago.

“Vabbè, ho capito! Ti piace. Perfetto! Ti combino un appuntamento!”

“Eh?!” esclama lei imbarazzandosi. “Ma no!”

“Ma come no?! Altrimenti che mi hai chiesto a fare di lui, scusa?!”

“Ma non voglio fare una cosa forzata, dai… Faccio la figura della ragazzina! Ci vorrebbe una situazione più naturale…”.

Io sospiro e ci penso un attimo, e poi schiocco le dita. “Il bar! Gli propongo di andare a bere qualcosa, e per caso incontriamo te! Eh? Che dici?! Però mi sa che dovrà passare qualche giorno, perché di sicuro almeno oggi e domani starò a pezzi…”

“Ecco, il bar è già meglio…”

“Oppure ti invito alla Radio!”

“Alla Radio?! Guarda che io non ci capisco molto di musica…”

“Come ospite! Vieni a raccontare la tua esperienza di infermiera in sala chemio.”

“Dici? Ma non è un argomento triste?”

“No, se racconti il beneficio che traggono i pazienti nell’avere un’infermiera strafiga che si occupa di loro!”

“Dai, Leo!”.

Io rido e mi accarezzo la testa, provando la sgradevole sensazione di non sentire più i capelli. “Ok ok… E allora potresti raccontare…, che so…, come qui dentro anche solo un sorriso o una piccola attenzione possono fare la differenza…”.

Lei sembra pensarci un attimo e poi accenna un sorriso. “Mi piace!”

“Perfetto! Fammi sapere quando puoi venire.”

“Ok, dopo ti mando i miei turni.”

“Va bene, ti inserisco nella prima trasmissione utile quando sei libera…, e quando io avrò smesso di vomitare!”

“Dai, non è detto che ti capiti” dice aprendo di nuovo la tenda per uscire, e io la guardo male.

“Stai parlando con un veterano della chemio, eh?! Mica con un novellino che puoi illudere come ti pare!”

“Lo so…, però non si sa mai. Torno dopo a vedere come va”.

 

Va male.

Come prevedevo.

Non è detto che capiti”.

Sì, come no…, in un universo parallelo, forse, e di sicuro non a me.

Ho vomitato due volte in sala chemio e ho continuato anche in camera.

È già la seconda volta che faccio avanti e indietro dal letto al bagno, e mi girano parecchio le palle.

La forza di incazzarmi per davvero non ce l’ho, però le palle mi girano eccome!

“Leo!”.

E adesso chi è che rompe?! Sono ancora in bagno a sciacquarmi la bocca e non ho capito chi mi sta chiamando.

“Leo!”.

Oh no, papà! Ma perché?! Ci siamo visti ieri, cazzarola! Anzi, siamo pure stati insieme due giorni! Perché è dovuto venire pure oggi?! E senza avvisare! Eccheccazzo!

“Ciao papà…” dico uscendo dal bagno.

“Oh eccoti!” esclama lui sorridendo, ma poi si accorge che sono senza capelli e che ho una faccia orribile, e cambia faccia pure lui. “Ma…, cosa…?” balbetta mentre io mi lascio cadere stancamente sul letto e mi sdraio.

“Ho ricominciato la chemio.”

“Ma… quando?”

“Stamattina.”

“Ma perché non me l’hai detto?” mi domanda sedendosi sul letto, vicino a me.

“Perché volevo proprio evitare di vederti ridotto così!” esclamo indicandolo con una mano.

E soprattutto volevo evitare che gli venisse la brillante idea di presentarsi in sala chemio per farmi compagnia.

Lui sospira e mi poggia una mano sulla gamba. “Stai male?”

“Tu che dici?” gli rispondo con tono acido. “Sono ore che vomito!”

“Vuoi…, ti vado a prendere un ghiacciolo?”

“Quello serve per la nausea, mica per il vomito.”

“Giusto…” dice con un sorriso tirato.

Dovrebbe saperlo benissimo, con tutta l’esperienza sulla chemio che si è fatto con la mamma.

“E allora…, c’è qualcosa che posso fare per te?”.

Dio! Mi angoscia! Lo so che si preoccupa per me, lo so che vuole recuperare gli anni persi, io però così mi sento soffocare. E poi non sopporto di averlo intorno mentre sto di merda.

“No papà” gli rispondo cercando di restare calmo. “Non puoi fare niente. L’unica cosa che mi servirebbe adesso è una puntura di antivomito”.

E anche essere lasciato in pace, possibilmente.

“Chiamo Ulisse, allora! Era qui in corridoio, poco fa…”.

Io sospiro e mi metto seduto. “No… Ho ancora un gettone da giocarmi prima.”

“Che vuol dire?” mi domanda perplesso. “Che gettone?”

“Devo vomitare ancora un’altra volta, prima che mi diano l’antivomito…”

“Beh, puoi sempre barare…”

“Eh?!”

“Mica lo sanno quante volte hai vomitato, no?”.

Signor Sergente!” esclamo sgranando gli occhi e scoppiando a ridere. “Mi sta dicendo di dire una balla agli infermieri?!”

“Beh…, sarebbe a fin di bene… Per stare meglio…”.

Assurdo! Diciott’anni a tritarmi le palle con la storia che le bugie non si dicono…, e adesso guarda qua!

Non riesco a smettere di ridere.

Non riesco a smettere, nemmeno fossi sotto morfina, e comincia a ridere pure lui.

E così ridiamo, e ridiamo, che poi non so nemmeno cosa c’è tanto da ridere, ma ridiamo.

Finché a forza di ridere non mi viene di nuovo da vomitare.

“Chiama Ulisse!” dico mentre corro verso il bagno.

 

“Va meglio?” mi chiede papà accarezzandomi la testa, e io annuisco accennando un debole sorriso.

Va meglio, sì, perché almeno dopo la puntura non vomito più e per ora mi sono pure scampato il pericolo disidratazione e di conseguenza flebo, ma sempre a pezzi sto, e ho bisogno di stare sdraiato.

“Quando li hai tagliati?” mi domanda accarezzandomi di nuovo la testa.

“Ieri verso sera, prima di tornare qui.”

“Anche la mamma faceva sempre così. Li tagliava sempre prima.”

“Lo so”.

Deglutisco, mentre cala un silenzio denso e pesante. Non so se ci faccia più male pensare alla mamma che non c’è più, o a quanto abbia sofferto prima di andarsene.

“Sei proprio come lei…” mi dice tenendomi sempre la mano sulla testa. “Forte. Coraggioso…”.

Percepisco una nota di orgoglio per me nella sua voce, e un po’ mi fa piacere, ma come sempre mi suscita anche rabbia e un po’ mi fa anche male.

“Ci sono diventato per forza” gli rispondo con tono amaro. “E poi…, la prima volta guarda che non sono stato così coraggioso. Li ho tagliati quando ormai mi cadevano a ciocche. E ho pianto come un bambino”.

Mi viene di nuovo da piangere, se ripenso a quel giorno.

Era stato un dolore assurdo.

Era stato come tagliar via una parte viva e pulsante di me, non semplicemente dei capelli.

Anche tutte le altre volte sono state difficili e dolorose… Quella insieme a Nina dopo aver scoperto di avere il tumore al cervello, quella poco prima del debutto di Radio Watanka, e anche quella di ieri, con Cris.

Eppure non sono paragonabili alla devastazione che ho sentito la prima volta mentre tagliavo via i miei capelli e insieme a loro la mia vita come l’avevo conosciuta fino ad allora.

“Avrei dovuto esserci io…” mormora papà mentre con la mano scende in una lunga carezza dalla mia testa al collo e arriva alla schiena. “Lì con te.”

“Tranquillo” gli dico scuotendo la testa. “Tanto non te l’avrei permesso, di stare lì con me. Non l’avrei permesso a nessuno.”

“Nemmeno a Cris?”

“Cris nemmeno la conoscevo!”

“Lo so, intendo ipoteticamente…”

“Ipoteticamente… no. Quella volta no”.

Ieri invece sì, ieri gliel’ho permesso. Anzi, le ho proprio chiesto di stare con me e ho addirittura lasciato che fosse lei a tagliarli. La lezione che a volte bisogna affidarsi agli altri, direi che l’ho imparata bene, mamma.

“A proposito di Cris…” dice papà alzandosi dal letto e sistemandomi la coperta. “Arriva tra un po’?”

“Sì.”

“Pensavo di andare a casa, adesso, così vi lascio da soli, e poi di tornare e fermarmi a dormire qui.”

“Eh?!” esclamo io sgranando gli occhi. “Perché?!”

“Perché anche se stai meglio, si vede che non stai ancora bene. Magari hai bisogno…”

“Se ho bisogno ci sono gli infermieri!” gli rispondo mettendomi seduto di scatto.

Pessima idea, perché mi gira la testa e mi sembra che la stanza mi vortichi intorno.

“E comunque sono stato mille volte molto peggio di così!” aggiungo poggiandomi una mano sulla fronte per reggermi la testa.

“Davvero, Leo…, lo faccio volentieri…”

“Davvero, papà…, no.”

“Non ti do fastidio. Giuro che me ne sto zitto, da una parte, e aspetto che mi chiami tu se hai bisogno.”

“Ti ho già detto che non c’è bisogno. E poi in ogni caso non ti fanno restare. Sono maggiorenne”.

Adesso.

Perché per ben due anni sono stato ricoverato qui da minorenne, e se tu avessi voluto avresti potuto fermarti tutte le volte che volevi, e invece no, ti davi alla macchia, trovavi scuse, mandavi Asia, e a un certo punto hai pure ben pensato di andartene in Afghanistan a rischiare di farti ammazzare, lasciandoci completamente da soli!

“Ma dai!” ribatte lui. “Lo sappiamo che qua dentro fai sempre quello che vuoi tu. Ti basta chiedere e mi fanno rimanere di certo. Anzi, forse non devi nemmeno chiedere…”

“Papà, lascia stare. E poi mi spieghi a che servirebbe che resti qua?!”.

Non so cosa stia per ribattere di nuovo lui, ma veniamo interrotti da Miriam che entra con il carrello della biancheria e dopo averci salutati va verso il letto vicino alla finestra.

“Che fai?!” le chiedo mentre toglie il copriletto.

“Eh, devo prepararlo…” mi risponde lei iniziando a mettere il lenzuolo di sotto.

“Ma perché?!” protesto io. “Voglio stare da solo, cazzarola!”.

Lei mi guarda, un po’ sorpresa dalla mia reazione probabilmente, e poi si stringe nelle spalle.

“Io faccio quello che mi dicono di fare. Se non ti va bene, vai a protestare con la Lisandri.”

“La Lisandri!” esclamo alzando la voce, guardando papà. “Sei andato a chiedere alla Lisandri di restare qui?!”

“Io?!” mi risponde lui. “E quand’è che ci sarei andato? Sono rimasto sempre qui con te, a parte qualche secondo per chiamare Ulisse.”

“Beh, magari le hai parlato prima!”

“Prima quando?! Mica lo sapevo che avevi fatto la chemio e che stavi male…”

“Forse avevi già deciso di restare, a prescindere!”

“No, Leo, ti assicuro che non è così, e che la Lisandri non l’ho né vista né sentita.”

“Mi sa che c’è un equivoco…” dice Miriam, timidamente. “Il letto non è per tuo padre… Sta arrivando un nuovo paziente.”

“Aaah!” esclamo io, risollevato di colpo.

Un nuovo compagno di stanza.

Fantastico!

Così per un po’ a papà non salterà più in mente di fermarsi a dormire qui.

Però così avrò molta meno privacy, e sarà impossibile stare da solo con Cris. Uff!

Speriamo almeno che non sia un tritapalle.

“Ma che tipo è?” domando a Miriam che sta sistemando i cuscini. “È simpatico? E che c’ha?”

“Non so niente, solo che ha avuto un brutto incidente in moto e che hanno finito poco fa di operarlo.”

“Oddio! Ma è in pericolo di vita?!”

“No, Leo, altrimenti lo manderebbero in terapia intensiva.”

“Giusto!” esclamo schioccando le dita, e poi guardo papà, sollevando le spalle. “Eh…, vedi…, il letto è occupato, anche volendo non puoi restare!”

“Posso mettermi sulla poltrona.”

“No!” ribatto con enfasi. “Miriam, diglielo anche tu che non può restare, dato che sono maggiorenne!”; le rivolgo un’occhiata molto convincente, e lei mi regge il gioco.

“Leo ha ragione. È consentita la presenza notturna di un familiare solo per i pazienti minorenni.”

“Vedi?!”.

Papà sospira e sembra essersi arreso.

“E va bene… Tra poco me ne vado e torno domani. Aspetto solo che ti portino la cena.”

“Cioè vuoi controllare se mangio?! Ma per favore…!”

“Non ti voglio controllare, voglio solo vedere se quello che ti portano ti va…, altrimenti vado a prenderti qualcos’altro…”.

Io sospiro e alzo gli occhi al cielo.

Quasi quasi rimpiango quando era l’uomo invisibile.

 

Quello che mi portano per cena è il classico cibo squallido e insipido post chemio, e non mi va per niente, ma in questo momento in realtà non c’è nulla che mi andrebbe veramente. Nemmeno la pizza o il gelato. Mangio un po’ di riso in bianco e circa metà del pesce, e lascio lì la gelatina senza nemmeno aprirla; è una roba davvero disgustosa, non so proprio come qualcuno possa mangiarla; a me è bastato averla assaggiata quando mi è comparsa la mucosite in bocca per la prima volta, per non volerne più sapere.

“Vuoi che vada a prenderti qualcos’altro?” mi domanda papà, che è ancora qui.

“No… Sono a posto.”

“Ma…”

“Dai papà, vai a casa adesso. A momenti arriva anche Cris.”

“Aspetto che arrivi, così non resti da solo”.

“Ma io ci sto da Dio, da solo! Non so più come fartelo capire!”

“Permesso…” chiede una donna bussando allo stipite della porta, che è accostata. “Scusate…”

“Avanti” le rispondo io, mentre papà si alza dal mio letto e le dice buonasera.

“Scusate il disturbo… La stanza numero 2 è questa, giusto?”

“Sì sì” dico allontanando il tavolino mobile con sopra la cena, che tanto non mangio più.

“Mi hanno detto di aspettare qui…” mormora un po’ spaesata, guardandosi intorno. “Che stanno per portare mio figlio.”

“Aaah!” esclamo io. “Il ragazzo che ha avuto l’incidente in moto?”

“Sì…, come lo sai?” mi domanda scrutandomi.

“Eh…! Qua dentro le voci corrono in fretta!”

“Molto in fretta” risponde lei con un sorriso tirato.

“Io sono Leo” mi presento, poggiandomi una mano sul petto. “Lui è mio padre, Matteo.”

“Piacere, Anna…”

“Piacere…” le dice papà allungando la mano per stringergliela, e giurerei di aver visto qualcosa nel modo in cui si sono guardati.

Non so bene cosa, ma qualcosa.

“E tuo figlio come si chiama?” le domando io.

“Alessandro. Ale…”

“Ciao mamma di Ale” dico allora sorridendo, e sorride anche lei.

Ha proprio un bellissimo sorriso, e ci scommetto che lo sta pensando anche papà.

“Non arriva…” dice con apprensione, guardando l’orologio che ha al polso.

“Tranquilla… Qua è sempre così. Hanno una concezione del tempo tutta loro! Dicono tra poco, poi passa un’ora!”.

Riesco a farla sorridere di nuovo, poi sospira, va verso la finestra, guarda fuori…

“C’è una tazza sul davanzale…” dice voltandosi a guardarmi.

“Ah sì!” esclamo io ridendo. “È il tè che mi hanno portato per merenda! L’ho messo lì a raffreddare!”

“Mi sa che si è annacquato” osserva lei. “Sta piovendo forte.”

“Tanto fa schifo uguale” le rispondo stringendomi nelle spalle.

“Lo prendo?”

“Sì, grazie”.

Lei prende la tazza di tè e me la porta, ma mi sa che non lo bevo, si è davvero annacquato un sacco.

“Lo butto via…” dico alzandomi dal letto per andare in bagno a svuotare la tazza nel lavandino, e vedo che lei mi fissa, squadrandomi dall’alto in basso. Istintivamente mi guardo le gambe, pensando che magari il gambale dei pantaloni del pigiama si è arrotolato e si vede la super gamba, ma non sembra essere questo il motivo per cui mi scruta.

“Leo!” esclama all’improvviso.

“Sì…” annuisco un po’ imbarazzato.

“Ma certo… Leo!”

“Ci… conosciamo?” le chiedo mentre anche papà la guarda senza capire.

“Sì…”

“Scusami ma non mi ricordo… Ci siamo conosciuti qui? Ho conosciuto così tante persone da quando sono in ospedale, magari non mi ricordo di tutte…”.

Lei scuote la testa e accenna un sorriso che però risulta triste. “In realtà non ci siamo proprio conosciuti… Sono io che mi ricordo di te perché hai cantato al funerale di Davide. E hai anche fatto un discorso bellissimo”.

Il funerale di Davide…

Un altro di quei ricordi che mi stringono lo stomaco in una morsa non appena ci ripenso.

“Sono la zia di Lilia…” aggiunge sfiorandomi un braccio con una leggera carezza. Dev’essersi accorta di avermi turbato.

“Ah…, in effetti, ora che me lo dici… le somigli! Vero papà?”

“Eh?” mi chiede lui colto alla sprovvista.

“Somiglia a Lilia, no?”

“Sì…” risponde un po’ a disagio.

“Troppo buoni” dice Anna scuotendo la testa. “Lilia è così giovane e bella…”

“Beh, ma anche tu sei una bellissima donna!” esclamo io sfacciatamente. “No, papà?”.

Stavolta lui diventa di mille colori, e balbetta a malapena un “sì”.

“E poi anche tu sei giovane, scusa, eh?! Quanti anni, hai? Quaranta?”

“Quarantotto” risponde divertita, ma anche un po’ lusingata.

Quarantotto!” ripeto io con enfasi. “Ma che bell’età! È un’età perfetta!” esclamo dando una pacca sulla schiena a papà per poi appoggiarmi col braccio sulla sua spalla.

“Vedo che ti sei ripreso bene…” mi dice lui spostandosi. “A questo punto posso anche andare a casa”.

Eh no, cazzo!

Non può andarsene a casa proprio adesso!

Lo so che vuole scappare, mica sono scemo!

Questa donna gli piace, e quindi vuole scappare!

“Prima però mi vai a prendere un succo al bar?” gli chiedo per prendere tempo e farmi venire qualche idea.

“Va bene… Mela?”

“Sì.”

“Vado e torno.”

“Aspetta! Mamma di Ale, tu vuoi qualcosa?”

“Ah già, mi scusi…” dice papà imbarazzato. “Vuole che le prenda qualcosa?”

“N… no, grazie.”

“Sì, invece!” ribatto io. “Ci vuole un bel caffè forte! Scommetto che è stata una giornata lunghissima! E non è ancora finita!”.

Anna sospira e poi annuisce. “Va bene, vada per il caffè. Molto dolce.”

“Brava!” esclamo schioccando le dita. “Anzi, sai che fai?! Meglio se vai a prenderlo direttamente al bar, così fai due passi e ti svaghi, invece che aspettare qui.”

“Oh…, no…, non mi voglio allontanare. Tra poco arriva Ale, voglio che mi trovi…”

“Ti ho già spiegato che qui tra poco equivale come minimo a un’ora! E poi appena Ale arriva…, sarà così rincoglionito dall’anestesia che se tu ci sei o non ci sei manco si accorge della differenza! Fidati! Vai al bar a prenderti ‘sto caffè e vedrai che dopo ti sentirai meglio!”

“E va bene…” dice lei sospirando, mentre papà mi guarda in un modo strano, a metà tra l’incazzato e lo smarrito; ma io sono sicuro che sotto sotto gli fa anche piacere.

Va verso la porta, poi si ferma per lasciar passare prima Anna e si volta a guardarmi, di nuovo in quel modo strano.

“Ben freddo il succo, grazie” gli dico sfoggiando un super sorriso e agitando la mano a mo’ di saluto mentre lui esce dalla stanza.

 

Rimasto da solo, apro il cassetto del comodino e prendo la nuova foto del Piscione, poi mi lascio cadere stancamente sdraiato sul letto; pare che sono già stato troppo in piedi per oggi, e il mio corpo non ce la fa più.

“Senti, Piscione…” dico ad alta voce, guardando l’ecografia che tengo stretta tra le mani. “Ti prometto che quando nascerai, io starò alla grande. Sarò nel pieno delle mie forze e potrò stare in piedi a cullarti per tutto il tempo che serve”.

E anche per quello che non serve.

E passeremo le notti così, a camminare avanti e indietro, e a guardarci negli occhi, io e te, finché non ti addormenti, senza disturbare la mamma.

A meno che avrai fame, e allora sì…, ci toccherà disturbarla.

Ma magari starai sveglio per lo stesso motivo per cui starò sveglio io, perché non ti parrà vero il fatto di essere veramente insieme, io e te.

E la mamma, certo.

Noi tre.

Noi tre.

Quando sembrava impossibile che potesse esistere un noi tre.

Anzi, fino a poco tempo fa sembrava pure impossibile che potesse esistere a lungo anche un noi due.

Pure l’uno sembrava impossibile.

E invece eccoci qua.

Tu bello comodo dentro la mamma e io invece ancora qua dentro a vomitare l’anima, ma ci siamo.

Noi.

Non è meraviglioso?!

Non credevo che nella mia vita sarei riuscito a fare qualcosa di così meraviglioso.

Qua stanno tutti a dirmi che ho fatto grandi cose, che sono un eroe…

Ma la verità è che per me il vero eroe sei tu.

Volevi a tutti i costi esistere e ci sei riuscito, nonostante due genitori mezzi disastrati con la probabilità di concepirti probabilmente vicina allo zero…

E poi, non contento, mi hai salvato la vita.

Perché è per te che sono ancora qui, lo sai.

È per te che non mi sono arreso.

E sappi, davvero te lo posso giurare su qualsiasi cosa, che io per te non mi arrenderò mai.

Qualsiasi cosa succederà, qualsiasi cosa dovrò affrontare per stare con te e per vederti felice, io lo farò.

Sarai il bambino più felice della faccia della terra.

Anche se a volte sarò un casino, anche se a volte non mi sentirò all’altezza di essere tuo padre, io ci sarò.

Ci sarò sempre.

E sarai felice di avermi come papà.

Te lo prometto.

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2 commenti su “Capitolo 1130: Lunedì, 26 gennaio 2015

  1. Ciaoo Mary bellissimo capitolo so che non ci parliamo da tanto e che abbiamo perso i rapporti ma spero si recuperi… Un abbraccio marusa

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