Capitolo 1053: Lunedì, 10 novembre 2014

Questo capitolo non ha bisogno di molte presentazioni: è il giorno in cui Leo e Cris si sposano, e in cui poi lui affronta la battaglia finale contro la Bestia.

Però ci tengo a dirvi che è un capitolo per me particolarmente caro e importante: come finisce lo sappiamo bene tutti, ma mentre scrivevo sono riuscita a resettare, a dimenticare il lieto fine, e a calarmi totalmente nelle emozioni che in una simile giornata Leo deve aver provato.

E non solo lui.

Ho temuto di non riuscire a finire di scriverlo in tempo per oggi, perché in questa giornata succedono tantissime cose, e perché tantissimo altro ho aggiunto io, ma sono molto soddisfatta del risultato.

È stata un’immersione profonda e totale nell’anima di tanti personaggi, ed è come se per giorni avessi vissuto dentro ognuno di loro: talvolta le loro emozioni mi hanno fatta piangere -molto-, talvolta sorridere, talvolta mi hanno quasi sopraffatta, ma è stato un viaggio davvero meraviglioso, e sono felice, adesso, di poterlo condividere con voi.

PS: ho anche inserito un paio di link (li trovate in blu).

 

Lunedì, 10 novembre 2014

Sto per sposarmi.

E forse sto anche per morire.

E ho avuto a malapena un giorno per abituarmi all’idea.

Oddio, a dire il vero di tempo per abituarmi all’idea di morire ne ho avuto parecchio: direi che due anni e mezzo sono un tempo più che sufficiente.

Eppure non sono pronto.

La morte non ti farà più paura”: così mi ha detto la Lisandri quel giorno che le ho chiesto di dirmi tutto quello che mi aspettava. E se ci penso bene, è vero che non ho poi così tanta paura; beh, forse un po’ sì, ma la rabbia prevale di gran lunga.

Sono incazzato.

Non voglio morire.

Non oggi.

Non prima di veder nascere mio figlio.

E di vederlo crescere, magari.

E se proprio vogliamo dirla tutta, l’ideale sarebbe vivere una lunga vita felice con Cris, e invecchiare insieme a lei.

Ma forse questo resterà solo un sogno.

Un bellissimo, fantastico, irrealizzabile sogno.

Forse il mio tempo è giunto davvero alla fine, ma voglio provarci lo stesso, anche se mi sento matto anche solo a pensarci, anche se mi sembra una follia, e invece lo sto per fare davvero: tra poco sarò un marito, tra poco io e Cris saremo marito e moglie, anche se probabilmente sarà il matrimonio più breve della storia.

Se la morte ti vuole prendere, allora ti prendo prima io”.

Come potevo mai dirle di no, dopo una dichiarazione del genere? C’ho pensato, per un attimo, a dirle di no, e ci ho pensato anche stanotte, a dirle che avevo cambiato idea e che era meglio annullare tutto quanto, ma poi mi sono detto che non sarebbe giusto, che dopo tutto quello che abbiamo passato, io e lei ce lo meritiamo di essere felici pienamente, di fare quello che desideriamo, fosse anche solo per un’ora; anche se non avremo la festa e il banchetto, anche se non avremo la prima notte di nozze e tantomeno la luna di miele, però avremo quel momento in cui saremo uno di fronte all’altra, ci guarderemo negli occhi e ci prometteremo amore e fiducia, e lo faremo davanti alle persone che amiamo e che saranno tutte lì, apposta per noi.

No, tutte no.

Mancherà Asia, che è dall’altra parte del mondo; finalmente sta pensando a se stessa, ed io proprio non me la sono sentita di dirle come stanno le cose, di dirle come tutto sia precipitato nel giro di pochi mesi, di pochi giorni; glielo spiegherò con calma quando il peggio sarà passato, se il peggio sarà passato. E altrimenti vorrà dire che dovrà spiegarglielo qualcun altro, e temo che lei non mi perdonerà mai per non averle permesso di starmi vicino in un giorno come questo, per non averle permesso di dirmi addio, ma io preferisco così.

E poi mancherà la mamma.

Lei mancherà sempre.

Per sempre.

Mancherà in ogni momento importante della mia vita, e anche in quelli più banali.

E chissà se mi guarda da lassù, se mi è vicina ogni giorno, se sa quello che mi sta capitando. Chissà se lei già sa che fine farò, se oggi ci riabbracceremo magari, oppure no. L’idea che forse presto la rivedrò, è una dolce e amara consolazione, ma è una consolazione che rimanderei volentieri.

Non voglio morire.

Non sono pronto.

Ho ancora troppe cose belle da vivere.

Non è giusto.

Non voglio morire.

Non voglio!

E però sembra che io non abbia scelta: o rischio il tutto e per tutto oggi, o la morte arriverà comunque, presto, in un modo di gran lunga peggiore, tra atroci sofferenze, mie e di chi mi ama.

Meglio bruciare in fretta che spegnersi lentamente.

Chi l’ha detta? Non me lo ricordo. L’aveva scritta una mia compagna di scuola sul suo diario e mi era piaciuta molto.

Non sono disposto a spegnermi lentamente, quindi adesso mi vesto, vedo di rimediare il sorriso più bello che riesco, e vado a sposare la donna che amo; poi cercherò di recuperare tutto il coraggio possibile, e andrò alla resa dei conti finale con la Bestia.

Una volta per tutte.

O lei, o io.

 

È arrivato il momento della resa dei conti.

E lei non è pronta.

Non è pronta per niente.

È rimasta fino a tardi a studiare l’intervento nei minimi particolari, finché Andrea non l’ha persuasa che per il proprio bene, e per quello di Leo, era il caso che andasse a dormire, per poter essere riposata e pronta.

Riposata lo è, ma pronta proprio no.

E come potrebbe mai esserlo?

È come se dentro di lei qualcosa si stesse spezzando.

È come se stesse condannando Leo a morte.

Leo, che per lei è come un figlio ormai.

Ed è inutile ripetersi che non è lei che lo sta condannando a morte, che lei sta solo cercando di salvarlo da quella condanna terribile, ingiusta e spaventosa.

Spaventosa come il ritrovarsi all’improvviso su uno strapiombo, in piena notte.

È inutile.

Cerca di tenere insieme i pezzi di quella corazza che già da tempo è andata in frantumi, si illude di poterci ancora fare qualcosa, ma sa, lo sa con una consapevolezza così agghiacciante da toglierle il fiato, che a nulla saranno valsi questi anni in cui ha cercato di risalire dal fondo in cui è caduta quando quel bambino le è morto tra le mani, a nulla sarà valso aver salvato Rocco e averlo restituito alla sua mamma, a nulla sarà valso, a nulla, se non riuscirà a salvare Leo.

Il suo Leo.

Suo come poche altre persone ha mai sentito sue.

Suo.

E oggi potrebbe perderlo.

E oggi potrebbe essere proprio lei a mettere fine alla sua vita.

No no no, tu stai solo cercando di salvarlo, di restituirgliela, quella vita che merita, una vita lunga e felice, una vita piena di tutta la gioia e l’amore possibili.

Dottoressa… io ho bisogno di una speranza”.

Una speranza.

Questo è ciò che Leo le ha chiesto ieri mattina, supplicandola.

Una speranza.

E lei non è riuscita a dirgli di no.

Seppure entrambi sanno che si tratta di una “speranza piccolissima, come un granello di sabbia”.

Ma io ho bisogno di averla qui, nella mia mano”.

Leo ha bisogno di sapere di averci provato fino in fondo; non può accettare di starsene fermo, impotente, ad “aspettare di morire piano piano”, vuole sentire di avere ancora in mano la propria vita, ma la verità è che quella vita, è a lei che lui l’ha messa in mano.

A lei.

Io ho solo lei”.

Solo lei.

Nessun altro chirurgo avrebbe mai accettato di fare questa operazione.

Nessuno.

Solo lei avrebbe potuto accettare.

Solo lei.

È una scelta kamikaze, e lei lo sa.

Lo sa benissimo.

Perché se oggi Leo morirà tra le sue mani, lei ne sarà annientata, e nessuno, nessuno potrà mai più salvarla.

Mai più.

 

Mi viene da piangere.

Sono giorni che accumulo tensione e non la sfogo, e adesso sono sul punto di esplodere. Visto quello che mi aspetta, poi, come faccio a non piangere?

No, non devo piangere.

Devo sorridere e andare da Cris.

Faccio un respiro profondo, finisco di abbottonare la camicia e la infilo dentro ai jeans. Beh, dai, devo ammettere che non sono per niente male, anzi: sono proprio un gran figo. La prima volta che mi sono visto senza capelli, non avrei mai creduto possibile di riuscire a sentirmi ancora così figo; peggio ancora quando mi sono visto anche senza una gamba. Eppure eccomi qua, ancora senza capelli ma di nuovo in piedi, compiaciuto dalla mia immagine allo specchio. Prendo la cravatta e provo a metterla, ma come al solito non so da dove cominciare e faccio un gran casino: il nodo è tutto storto. Lo slaccio e provo a rifarlo, ma niente. Mi sto innervosendo e sto per lanciarla sul letto, decidendo di farne a meno, quando bussano alla porta ed entra papà.

“Posso?”

“Oh sì, sì! Vieni pure! Sei arrivato al momento perfetto!” gli dico mostrandogli la cravatta, agitandola in aria.

Lui sorride, la prende, e poi me la passa intorno al collo e comincia a fare il nodo. “Però bisogna che impari, prima o poi!”; e mentre finisce di pronunciare questa frase, mi guarda con aria sgomenta; ci guardiamo per un attimo, in silenzio, a lui trema il mento e a me viene di nuovo da piangere.

“Sì…” annuisco accennando un sorriso. “Prima o poi imparerò”.

Se sopravvivo.

Se sopravvivo giuro che imparo a mettere la cravatta.

“Sei nervoso?” mi domanda lui porgendomi la giacca.

“Un po’…” gli rispondo stringendomi nelle spalle, prima di indossarla. “Però sono felice”.

Perché è del mio matrimonio che stiamo parlando, vero?

È di questo che mi stai chiedendo.

L’altra domanda non me la faresti mai.

Non potresti mai farmela.

E lo sappiamo benissimo entrambi.

“Fai bene ad esserlo” dice lui abbottonandomi la giacca.

“Nervoso?”

“Felice” mi risponde con gli occhi lucidi, e con un sorriso che deve costargli un’enorme fatica. “Ho visto Cris poco fa, ed è davvero bellissima… e radiosa”.

Siamo tutti e due sul punto di piangere, ed è l’ultima cosa che ci serve adesso.

“Non dirmi com’è il suo vestito, eh?!” esclamo per sdrammatizzare, puntando l’indice contro di lui. “Porta malissimo!”

Vederlo, si dice che porti malissimo, mica sentirne parlare! Comunque stai tranquillo, non ti dico niente.”

“Leo!” mi chiama Flam, entrando insieme a Chicco. “Ti ho portato i fiori per la giacca.”

“Oh grazie” le dico accarezzandole la testa; prendo dalle sue mani il minuscolo mazzolino di fiori di campo e lo infilo nell’occhiello che c’è nel bavero della giacca.

“A’ Leader!” mi dice Chicco dandomi una manata un po’ troppo forte sulla schiena. “Vedi de sfangarla eh, che poi ce devi offri’ un pranzo coi fiocchi! Ché io un matrimonio dove nun se magna non l’ho mai visto!”

“Ah grazie tante, eh?!” esclamo io guardandolo male apposta. “Io come regalo di nozze mi becco una bella trapanata alla testa, e tu pensi a mangiare!”

“Chicco, sei sempre il solito!” lo rimprovera Flam sbuffando.

“Ahò, stavo a scherza’!” esclama lui alzando le mani in segno di difesa. “Ma non ce sta proprio niente niente…? Nemmeno ‘n aperitivo?” mi chiede ridendo. “’no stuzzichino?”

“No, perché se il Leader non può mangiare, non mangia nessuno”; questo è Vale, che mi sorride venendo verso di me, e poi solleva il braccio per salutarmi col Watanka. “Sei pronto, fratello? Cris c’era quasi.”

Pronto diciamo che è una parola un po’ grossa” gli rispondo io sorridendo. “Però ci sono.”

“Va bene, allora posso andare a dire agli altri che stai arrivando?”

“Sì sì, vai pure”.

Pare sia ora di andare.

Improvvisamente questa giacca mi sembra troppo stretta, e pure la cravatta.

Mi tolgono il respiro.

“Papà, la cravatta è troppo stretta!” gli dico mentre mi sbottono la giacca.

“Dici? Non mi sembra…”

“Sì! Ti dico di !” esclamo provando ad allentare il nodo. “Mi soffoca!”

“Va bene, va bene, aspetta”; lui disfa il nodo e me lo rifà un po’ più largo, e poi mi sistema pure la giacca. “Ecco qua…”.

La sgradevole sensazione di non riuscire a respirare bene però ce l’ho ancora, ma a questo punto direi che non dipende né dalla cravatta né dalla giacca.

“Voilà…” dico facendo una giravolta per farmi ammirare; papà mi guarda commosso, Flam applaude, e Chicco mi dice che “sto al bacio”.

Ok, è proprio ora di andare.

 

Leo non arriva.

È tutto pronto: i documenti, gli addobbi, gli invitati, persino lei, anche se di solito le spose si fanno attendere; ma lei no: era troppo impaziente e si è preparata in fretta, e poi non aveva voglia di starsene ad aspettare a casa o da qualche altra parte; doveva subito arrivare lì, raggiungere Leo, vederlo, baciarlo, sposarlo.

Ma lui non arriva.

Che abbia cambiato idea?

Forse ha pensato che tutto questo non ha senso, che è una follia, e non ha avuto il coraggio di dirglielo.

Forse ha deciso di lasciar perdere tutto quanto e di andarsene a morire in pace da qualche parte, come voleva fare in estate. No, non lo farebbe mai, non ora che c’è lui. Cris si appoggia una mano sulla pancia, cercando di tranquillizzarsi, di respirare lentamente.

Leo verrà.

Verrà.

E se invece no?

E se davvero ha cambiato idea?

Forse è convinto di non farcela a superare l’intervento, e non vuole fare di lei una vedova. Questo da Leo se lo potrebbe aspettare. Sì, ma che cambia? Che cambierebbe? Sposati o no, se lui non ce la dovesse fare, lei comunque vedova si sentirà.

Persa.

Atterrita.

Dilaniata.

Squarciata.

È così che si sentirà.

E niente avrà più senso, niente, se non questo bambino che cresce dentro di lei.

Nient’altro.

Ma Leo ce la farà.

Leo verrà.

E vivrà.

E avranno una vita bellissima.

Lunga e bellissima.

Insieme.

 

Alla fine non ce l’ho fatta più a resistere, e sono scoppiato a piangere; quando sono rimasto da solo, ovviamente: ho detto a papà, Chicco e Flam di andare pure, che stavo per arrivare, e invece mi sono guardato un’ultima volta allo specchio e sono crollato.

Miseramente.

Mi sembra di essere in un incubo.

E mi sento grottesco.

Non si è mai visto uno sposo con questa faccia.

O di sicuro non si è mai visto uno sposo innamorato e felice di sposarsi, con questa faccia.

Non è così che sarebbe dovuta andare.

Avrebbe dovuto esserci una grande festa, con tanto cibo da stufare pure Chicco, e con tanto alcool che mi sarebbe toccato mettere a letto Toni; con risate, e musica, e balli per tutta la notte; e ad un certo punto io e Cris ci saremmo guardati negli occhi, e senza bisogno di dirci nulla ci saremmo dileguati dalla festa, e avremmo trascorso la notte di passione più bella e più intensa che mai.

Così sarebbe dovuta andare.

E invece no.

E invece dopo averle giurato amore eterno, dovrò partire per l’ennesima battaglia di questa lunga, logorante, ingiusta guerra che ormai combatto da più di due anni, e da cui molto probabilmente stavolta non tornerò.

E non lo posso spiegare quanto sono incazzato.

Quanta sete di vivere ho ancora.

Ma temo di aver finito realmente, stavolta.

E non voglio.

Non voglio!

Non posso morire così.

Mi asciugo gli occhi; mi bruciano. Dovrei cercare di rimediare una cazzo di faccia normale e andare a sposarmi, ma mi sento paralizzato. So che quando uscirò da questo bagno non potrò più tornare indietro, e che dopo aver firmato sul registro di stato civile per diventare il marito di Cris, dovrò firmare su quell’altro foglio, quel cazzo di consenso informato, che stavolta equivale più o meno alla mia condanna a morte.

 

Mi decido ad uscire dal bagno, però non raggiungo subito Cris e gli altri agli Ulivoni; prima ho bisogno di fare una cosa importante che mi è venuta in mente. Vado verso i locali della Radio, stando bene attento a non farmi beccare da nessuno, che a momenti di sicuro verranno a cercarmi per portarmi in sala operatoria; fila tutto liscio e incontro solo il Signor Perché, che mi chiede perché sono vestito così; gli rispondo che è una sorpresa, e lui mi chiede di nuovo perché, ma stavolta io gli dico che non glielo posso dire, gli faccio un sorriso, e me ne vado alla Radio.

Prendo un treppiedi e ci metto sopra il mio telefono, poi prendo uno sgabello e lo posiziono davanti alla parete col Leone; premo Rec sulla videocamera del telefono, faccio un respiro profondo, e poi mi siedo. “È per te” dico sorridendo, allargando le braccia e lasciandole ricadere.

Per lui.

Per il mio Piscione che forse sono destinato a non conoscere mai.

“Sto registrando un po’ di cose…, perché penso che chiunque venga al mondo abbia diritto alla sua giusta serie di cazzate paterne…, e siccome non sono… sicuro di potertele dire di persona… eccomi qua! Così potrai vedermi e sentirmi”; sorrido di nuovo e allargo le braccia, come se potessi abbracciarlo davvero, come se questo abbraccio virtuale potesse contare veramente qualcosa, un giorno, quando vedrà questo video. Non lo so se conterà, non lo so se conteranno le mie parole, però sento il bisogno di dirgliele lo stesso. “Ciao piccolo mio…” sussurro agitando una mano per salutarlo. “Spero di andarti a genio come papà”; sospiro, faccio una pausa, è così difficile riuscire a non piangere, però sono appena riuscito a calmarmi, non voglio crollare di nuovo. “Certo, mi farebbe piacere… che tu potessi conoscere questa faccetta… di persona, ma non so se siamo così fortunati”.

Non lo so.

Più si avvicina il momento della resa dei conti, più mi sento il cervello annebbiato; mi sembra di perdere lucidità, e mi sembra anche di perdere speranza. Però non voglio deprimere il mio Piscione, non è per questo che sto girando questo video, perciò mi sforzo di fare un sorriso convincente e di dirgli delle cose meno deprimenti. “Comunque vada io sarò… lì con te. Nascosto dietro a un arcobaleno…, in un cagnolino che passa, in un uccellino sul davanzale… a guardare i tuoi primi passi, ad ascoltare le tue prime parole… La tua prima corsa in bicicletta e… il primo giorno di scuola. Le piccole difficoltà, e anche quelle grandi…”.

Quanto vorrei poterci essere davvero, poter assistere davvero a tutte queste cose, sentirlo chiamare papà, vederlo camminare verso di me con quel passo sbilenco che hanno i bambini piccoli, perfino più sbilenco del mio, giocare con lui, prendermene cura, crescere insieme, giorno per giorno, tra stupore e meraviglia. Ma continuo a pensare che quasi certamente non ci sarò, e che queste mie parole sono tutto ciò che gli posso lasciare.

“Sarò lì a bisbigliarti quel poco che ho imparato nella vita… Il coraggio, figlio mio, e la forza di volontà sono le cose più importanti. E poi cerca la felicità… nelle cose vere. Io per esempio non ho mai avuto un soldo in tasca…., la mia… unica, vera, ricchezza sono stati gli amici. Ecco: cerca degli amici veri. E poi sorridi, sorridi, sorridi sempre! Perché c’è sempre un… un motivo per essere felici nella vita! E te lo dice tuo padre che ha avuto un sacco di quei problemi che…”; sospiro e mi fermo: lo sto facendo di nuovo; gli sto dicendo di nuovo cose deprimenti. Non va bene. Non voglio che cresca pensando che suo padre era una lagna che si piangeva addosso; voglio parlargli solo di cose belle, la sua mamma ad esempio. “E poi tu parti avvantaggiato. Tu hai la tua mamma. È la più dolce e fantastica mamma che possa esistere sulla faccia della terra”; ed io non so cosa darei per poterli vedere insieme, lei e lui; stare accanto a Cris mentre lo mette al mondo, vedere la sua espressione mentre glielo danno tra le braccia, guardarli mentre lei lo culla e lo allatta, e poi… “Sono sicuro che lei ti racconterà tutto il resto che adesso non riesco a raccontarti, però…”; niente, sto seriamente per piangere, di nuovo, e non riesco più nemmeno a parlare. Meglio se la chiudo qui.

“Ti mando un bacio, figlio mio”.

 

Sono già tutti qui, anche lei.

La mia sposa.

Tanto bella da farmi male.

“Nooo, e che è ‘sto mortorio?!” esclamo cogliendo tutti di sorpresa. “Un po’ di allegria, ragazziii!”; vado verso Cris, ridendo, mentre tutti applaudono. “Vi siete presi paura però, eh?!”

“Eh sì, un po’, Leo!” mi risponde Vale.

“Scusa è che… mi facevo bello per te!” dico a Cris accarezzandole un braccio che il vestito lascia scoperto; del resto oggi c’è davvero un caldo anomalo: sembra una giornata di primavera, e non di novembre.

Lei mi sorride, e devo dire che papà aveva ragione: è radiosa. Ha proprio usato il termine giusto. Sembra felice, proprio come una sposa dev’essere: senza ombre, senza paure, senza brutti pensieri. “Stavi per cambiare idea?” mi domanda ridendo. “Volevi bloccare tutto?”

“Scherzi?! Quando mi ricapita una come te?” le rispondo squadrandola dalla testa ai piedi, e lei ride ancora. “Vieni qui”; la prendo per una mano e le faccio fare la giravolta, mentre tutti cominciano a intonare la marcia nuziale e Bobo la suona con la chitarra. “Permetti?” le chiedo porgendole il braccio, che lei prende subito.

“Certo!”.

Camminiamo sottobraccio, verso Toni che ci aspetta con indosso una fascia tricolore fatta di carta crespa, dietro a un tavolo con sopra tutti i documenti. Ancora non ci credo che gli hanno dato il permesso di celebrare il matrimonio, ma Carola ha un amico nel consiglio comunale che figurerà negli atti come officiante, e che ci ha fatto questa concessione sottobanco. I casi sono due: o Carola gli ha raccontato la mia storia e devo avergli fatto davvero molta pena, o questo è un amico molto speciale, con parecchi benefit, tanto per capirci.

Quando arriviamo davanti a Toni, io e Cris ci giriamo istintivamente l’uno verso l’altra, e restiamo a guadarci per un tempo che mi sembra lunghissimo, quasi ipnotizzati.

Questo tempo d’amare non chiedo quanto durerà.

Forse sta già finendo, proprio in questo momento, ancora prima di cominciare, ma se questo è davvero l’ultimo giorno della mia vita, non c’è miglior modo per rendergli onore.

“Beh… eh… iniziamo dalle domande semplici” dice Toni schiarendosi la voce. “Leone Correani, nato l’11 giugno del 1996, e Cristina Valli, nata il 28…”

“Dai, Toni!” esclamo io interrompendolo, impaziente; chissà, magari se si sbriga riesco pure a trovare un momento per avere Cris tutta per me, prima dell’operazione. Non sarebbe affatto male. “Eh… è il rito che lo prevede!” mi risponde lui. “La forma e la sostanza! Dunque: siete qui comparsi oggi per la celebrazione del vostro matrimonio…”

“Sì” annuisce Cris, girandosi di nuovo a guardarmi e rivolgendomi un sorriso splendido.

“Ci puoi scommettere Furbo” gli dico io in tono molto serio.

“Bene. Ottimo. Adesso do un’occhiata alle norme del codice civile, così vediamo quello che stiamo per fare, eh?”; lui guarda tra i fogli che ha sul tavolo, poi ne prende uno e comincia a leggere, mentre io e Cris non riusciamo a fare a meno di guardarci e di sorriderci, felici e imbarazzati.

Cazzo! Ci stiamo sposando veramente!

“Diritti e doveri reciproci dei coniugi. Con il matrimonio il marito e la moglie acquistano gli stessi diritti e assumono i medesimi doveri. Dal matrimonio deriva l’obbligo reciproco alla fedeltà, all’assistenza morale e materiale, e alla collaborazione nell’interesse della famiglia, alla coabitazione…”. Dopo una lunghissima solfa pallosissima che sembra non finire più, Toni mette giù il foglio e prende una specie di quaderno sulla cui copertina ci sono la C e la L, e la scritta Sposi: “Adesso, procediamo con il rito dei pellerossa Apache” annuncia schiarendosi la voce. “Adesso la pioggia non vi bagnerà più, perché sarete riparo l’uno all’altra. Adesso non sentirete più freddo, perché vi riscalderete l’un l’altra. Adesso siete due persone, ma ci sono tre vite davanti a voi”; io lo guardo perplesso, e lui mi sorride. “Eh sì: la vita di Leo, la vita di Cris, e la vita di voi due”.

Sorrido anch’io, e Cris si avvicina di più a me e mi sussurra: “Allora col nostro Fagiolino facciamo quattro…”

“Cavolo! La nostra famiglia si allarga in fretta, eh?!” esclamo io voltandomi verso gli altri che sono alle nostre spalle, facendoli ridere.

“Che il sole vi porti nuova energia durante il giorno” riprende Toni. “Che la luna dolcemente vi rigeneri di notte, che la pioggia lavi via le preoccupazioni, e che il vento soffi nuova forza nel vostro essere; che voi possiate camminare nel mondo e conoscere la sua bellezza, per tutti i giorni della vostra vita”.

Mi sto perdendo dentro a queste parole, fantasticando di poter vivere davvero tutto questo, quando vedo arrivare una vera e propria folla: medici, infermieri, inservienti, pazienti, e in testa Alfredi e la Lisandri, che mi rivolge uno sguardo del tipo: “Me l’hai fatta anche stavolta!”.

“Ma che ci fate qui?!” gli chiede Chicco.

“No voi spiegatemi!” ribatte Alfredi.

“Aaah! Prego prego, accomodatevi!” esclama Toni, per poi richiamare il silenzio, dato che si è creata molta confusione. “Signori! Signori, shhh! Dai, riprendiamo!”

“Sì sì, silenzio” interviene anche Vale. “Silenzio!”

“Che bellezza vi circondi, nel viaggio davanti, e per il futuro”: così dice Toni, e io e Cris per l’ennesima volta ci guardiamo, e lei mi prende per mano; io ho una voglia matta di baciarla, ma resisto; intreccio le mie dita alle sue e le stringo forte la mano. “Che allegria diventi la vostra compagna, fino al posto dove il fiume incontra il cielo, e che i vostri giorni insieme siano buoni e lunghi su questa terra. E cantate lode al Signore, che sempre vi proteggerà. Watanka!”

“Watanka!” ripetono tutti.

“Watanka” ripetiamo pure io e Cris.

E adesso ci siamo per davvero. “E ora… siamo arrivati proprio al clou del rito” dice Toni, e io e Cris ci mettiamo uno di fronte all’altra. “Leone Correani, vuoi tu prendere come legittima sposa Cristina Valli?”.

Sì.

Sì sì sì.

Mille volte .

Fosse l’ultima cosa che faccio.

“Lo voglio” dico guardando Cris negli occhi: sono lucidi, c’è anche il sole che vi si riflette dentro, e mi sembrano più verdi e più belli che mai.

“Bene. Cristina Valli, vuoi tu prendere Leone Correani come tuo legittimo sposo?”

“Lo voglio” mormora lei con un tono dolcissimo e sensuale al tempo stesso.

“Bene. I testimoni hanno sentito?” domanda Toni a Carola e Vale, che rispondono di sì. “Bene. Allora… in nome di noi Braccialetti Rossi, vi dichiaro marito e moglie!”.

Marito e moglie.

Oooh! Finalmente posso baciare Cris! Lei mi butta immediatamente le braccia al collo, ed io di certo non perdo tempo: la stringo a me e ci baciamo come se non ci fosse nessuno oltre a noi, anche se tutti stanno urlando e applaudendo; ma Toni ci interrompe e ci divide: “No, ragazzi! No no no no! Leo! Cris!”

“Che c’è?!” gli chiedo io scocciato.

“Non è ancora finito! Gli anelli…?!”

“Gli anelli…?” chiede Cris disorientata, voltandosi verso Carola.

“Oddio gli anelli!” esclamo io; a nessuno dei due sono venute in mente le fedi, e a quanto pare nemmeno ai testimoni, perché sia Carola che Vale non ne sanno nulla. “Vale, gli anelli! Sei tu il testimone, no?!”

“Leo non…” mi risponde lui imbarazzato. “Non mi hai detto niente, io… non lo so… pensavo li avessi già presi tu!”.

E adesso come facciamo? Non è la stessa cosa senza gli anelli!

“Leo” mi chiama la Lisandri togliendosi la sua fede e porgendomela. E mi rendo conto solo adesso che non so assolutamente nulla su quella fede: è sposata? Da quando la conosco non ho mai sentito parlare di un marito. Lo è stata? Non lo è più? Ma questo non è di certo il momento per le domande. Glielo chiederò, prima o poi, se avrò modo di farlo.

“Grazie…”

“Cris, ecco qua” dice Alfredi dandole la propria fede.

“Ce li ridate!” esclama la Lisandri, e poi si allontana immediatamente, dandoci le spalle. Di sicuro non vuole farmi vedere che ha pianto, ma io l’ho già sgamata.

Cris lancia il bouquet ad Olga, che lo afferra tra le ovazioni generali (compresa quella di Alfredi che si congratula con lei), e poi mi prende la mano sinistra. “Leo, ti amo, e ti amerò sempre, qualsiasi cosa succederà” mi dice mettendomi l’anello.

Qualsiasi cosa succederà.

Qualsiasi.

Vorrei sorriderle, ma adesso sono troppo emozionato per farlo. “E io ti amerò sempre” le dico prendendole la mano e infilandole l’anello al dito. “Ovunque sarò”.

Ovunque sarò.

Ovunque.

“Orsù dunque, che lo sposo baci la sposa!” esclama Toni, anche se in realtà è Cris che fa la prima mossa, poggiandomi una mano sul viso e tirandomi verso di sé per baciarmi, ma ormai la sua intraprendenza non mi sorprende più. Le appoggio una mano sulla parte bassa della schiena per avvicinarla ancora di più a me, mentre con l’altra mano le prendo il viso.

“È la prima volta che bacio una donna sposata!” le dico ridendo, quando ci stacchiamo dal bacio. “Fantastico, direi, no?”

“Sì!” mi risponde lei afferrandomi il viso con tutte e due le mani e baciandomi ancora; e di nuovo è come se tutti quanti scomparissero. Stanno tutti cantando la marcia nuziale, ma è come se non ci fossero.

Esistiamo solo io e Cris, in quest’attimo di eternità.

Ci sono persone, che si sono conosciute cento milioni di anni fa…

 

Un po’ alla volta si avvicinano tutti per congratularsi con noi e abbracciarci, ma io e Cris non riusciamo proprio a stare lontani e ci baciamo di continuo, tra urla e applausi, finché Alfredi non richiama l’attenzione: “Eh… solo due parole…” dice con la voce che gli trema, da quanto è emozionato. “Cari… Cris e Leo… queste nozze all’improvviso sono state una vera sorpresa, ma questo è lo stile dei Braccialetti, no?”

“Eh sì” annuisce Chicco, mentre io prendo una mano di Cris tra le mie e la tengo stretta.

“Ecco. E… è anche il coronamento naturale di… tutta la gioia che ci avete dato in questi anni. Noi medici siamo abituati alla malattia, al dolore, ma… questa ventata di vita, di passione… è stato un regalo che… ci ha travolto tutti. Tu Leo, non sei solo l’eroe di questo ospedale…”.

Mi fa sempre strano sentirmi chiamare eroe.

Cosa ho fatto di tanto eroico da meritare di essere chiamato così?

In questi anni non ho fatto altro che cercare di sopravvivere nel modo migliore possibile, senza lasciarmi schiacciare dalla Bestia, senza permetterle di distruggermi completamente la vita, ma non ho fatto niente di così straordinario, e alla fine forse perderò pure contro di lei. Forse con il mio modo di essere ho risollevato il morale a qualcuno o l’ho incoraggiato, ma eroe mi sembra decisamente troppo, e mi sento più che lusingato.

“Tu, con la tua forza, con la tua allegria… hai fatto più bene a noi, di quanto noi forse…”; lo abbraccio, di slancio, prima che lui scoppi a piangere, o prima che ci scoppi io. Lo abbraccio forte, e come quella volta di qualche mese fa, quando stavo per lasciare l’ospedale convinto di non tornare più, vorrei dirgli tante cose, vorrei ringraziarlo per esserci sempre stato e per avermi sempre detto, senza ipocrisie e senza giri di parole, la Verità per me tanto importante; ma anche stavolta non riesco a dirgli tutto questo e mi limito a stringerlo, mentre anche Cris ci raggiunge e si unisce all’abbraccio, e tutti gli altri applaudono.

“Un momento!” esclama Toni attirando l’attenzione. “Al mio segnale… scatenate l’inferno!”; lui solleva le braccia, ed io e Cris veniamo inondati da una pioggia di chicchi di riso e petali di fiori.

“Che bello!” esclama lei abbracciandomi, ed è bello davvero: è come sentirmi inondato dall’amore di tutti, è come se il nostro, di amore, fosse più forte che mai, ed è come se il mio cuore stesse traboccando di gioia. Mi sento così grato per questo momento.

Così grato.

Così grato da dimenticarmi per un attimo di tutto il resto.

“Bacio! Bacio! Bacio!” cominciano ad urlare tutti, e sento la mano di papà accarezzarmi la testa, spingendomi verso Cris. La bacio come se fosse l’ultima volta, facendole sentire tutta la mia passione, facendola aderire al mio corpo; quello che vorrei adesso è portarla via, da qualsiasi parte lontano da qui, e fare l’amore con lei fino a non poterne più.

“È ora, Leo” mi richiama la Lisandri, ed è come una doccia fredda.

Ghiacciata.

“Dottoressa, ancora tre minuti” le chiedo mentre lei mi appoggia le mani sulle spalle e mi guarda negli occhi; deve aver pianto un bel po’.

“Due” è quello che mi concede.

Incrocio lo sguardo smarrito di papà, lo sguardo di chi si accorge che l’incantesimo è finito e che adesso ci tocca a tutti quanti fare i conti con la realtà.

“Braccialetti, venite un attimo” dico guardandoli, poi comincio ad avviarmi mano nella mano con Cris verso l’ospedale, e loro mi seguono in silenzio.

È un silenzio pesante, denso.

È un silenzio così assordante.

 

Senza di lui, tutti loro adesso non sarebbero lì, insieme.

Senza di lui, probabilmente le loro vite sarebbero molto più vuote e spente.

Senza di lui: il loro Leader.

Il loro Leader che sta per giocarsi la vita nello scontro finale con la Bestia che da troppo tempo ormai gliela condiziona, ma che prima ha voluto riunirli, nei locali della Radio, e che adesso tiene una mano stretta sul ginocchio di Cris e li guarda tutti ad uno ad uno, con quello sguardo limpido e fiero che l’ha sempre contraddistinto, e parla loro con voce ferma: “Io… volevo parlarvi qui, davanti al Leone, prima di andare là dentro. Sappiamo tutti che non ho molte possibilità” dice voltandosi a guardare Cris che è seduta su uno sgabello più alto, e che gli circonda le spalle con un braccio; le costa una fatica assurda, ma si volta a guardarlo, anche se sa che guardare quegli occhi, mentre ascolta quelle parole, sarà un altro pugno dritto nello stomaco. “…e volevo ringraziarvi e salutarvi tutti”.

Vale scuote la testa, gli rivolge uno sguardo serio, e resta dritto e rigido sulla propria sedia, di fronte a lui: “Non lo devi dire, Leo. Tu ce la farai”.

Toni e Chicco annuiscono, e Leo sospira, accennando un sorriso. Lo commuove il loro affetto, lo commuove vedere come ostentino sicurezza, forza e ottimismo, quando invece i loro occhi e le loro facce tradiscono tutta la paura che stanno provando per lui; persino Chicco che fa sempre il duro, non riesce a fare a meno di piangere.

“Vedete…” dice Leo voltandosi di nuovo a guardare Cris. “Sposare Cris è stato quanto di più bello potessi chiedere”. Lei gli rivolge un sorriso dolcissimo e non prova nemmeno ad asciugarsi le lacrime, che tanto lo sa già che sarebbe del tutto inutile farlo, e che quelle non smetterebbero di scendere. “Ed è fantastico poter dire di essere stato felice, pienamente. La mia vita, prima dei Braccialetti, è come se fosse piccola…, lontana… Con voi invece sento che… è come se avessi vissuto venti vite! Abbiamo riso…, abbiamo pianto…, abbiamo perso amici che ci mancheranno per sempre, ma nessuno è mai stato solo”.

Davide.

Nina.

E anche Nicola.

E il vuoto immenso che hanno lasciato.

Ma se dovessero perdere anche Leo, non sarebbe solo un vuoto immenso.

Sarebbe un abisso senza fondo.

Un buco nero che li risucchierebbe tutti quanti.

Nessuno riesce a dire niente.

È troppa la paura.

È paralizzante.

Solo Cris ci riesce, ma deve stringerlo più vicino a sé, mentre parla. “È vero…” mormora guardandolo negli occhi.

“Mi avete dato tanta forza. E calore. Non m’importa di quello che succederà. Vi giuro”.

Leo lo giura.

Con gli occhi lucidi anche lui, con la voce che ormai non è più ferma come prima, ma lo giura.

E se Leo lo giura, tutti loro non possono che credergli.

Cris sospira, chiude gli occhi, appoggia la testa contro la sua. A lei importa quello che succederà, le importa come non le è mai importato di altro in tutta la sua vita, ma se lo tiene per sé.

“Non vorrei mai, mai, una vita senza tutti voi, e vorrei chiedervi un’ultima cosa”.

Leo ha una richiesta, e loro non hanno idea di quale sia, ma non importa.

Qualunque cosa.

Qualunque cosa per il loro Leader.

“Quando sarò sotto i ferri…, non voglio che voi aspettiate là, davanti a quella maledetta porta, in lacrime, per sapere se ce l’ho fatta… o no. Vorrei invece che ciascuno di voi facesse qualcosa di… importante! O di bello. Qualcosa che per voi abbia un significato. Così sarò io ad essere vicino a voi. Ok?”.

Tipico di Leo.

Mettere da parte se stesso, pure in un momento come questo. Pensare a loro.

A Toni non sembra giusto: Leo è più di un amico per lui, è un fratello, un padre, e a volte anche un po’ madre; è come tutta una famiglia assieme, e lui vorrebbe stargli il più vicino possibile; vorrebbe aspettarlo fuori da quella porta, insieme a tutti gli altri Braccialetti, uniti, come hanno sempre fatto, ma se è questo ciò che il suo Leader chiede, di certo non sarà lui a rifiutarglielo. “Beh…” sospira slacciandosi il braccialetto rosso, quel braccialetto che non ha mai tolto da quella sera di febbraio in cui Leo glielo ha messo. “Eh… se vuoi così, almeno con questo voglio starti vicino” gli dice legandoglielo al polso.

E poi, uno alla volta, fanno tutti come Toni, in religioso silenzio, come dei cavalieri che promettono fedeltà al proprio re. Vale si è addirittura inginocchiato davanti a lui, mentre gli metteva il braccialetto, e adesso resta lì a guardare quello sguardo di immenso amore che si scambiano lui e Cris mentre lei gli mette al polso il proprio braccialetto. Quando poi si sta per alzare, Leo lo ferma, afferrandolo per una spalla e tenendo la presa ben ferma: “Aspetta. A te devo ricordare una cosa”.

E Vale lo sa benissimo, quello che Leo gli deve ricordare, ma proprio non vorrebbe starlo a sentire.

“Il Vice Leader… diventa Leader, quando non c’è più il Leader”.

No. Non è un discorso che lui può ascoltare.

“Non dirlo neanche per scherzo, Leo”.

Ma Leo non molla: lo trattiene ancora, lo guarda negli occhi, lo inchioda. “Invece te lo dico, perché so che tu lo farai. Perché i Braccialetti devono continuare anche senza di me”.

No.

I Braccialetti non devono continuare anche senza di te.

I Braccialetti non possono continuare senza di te.

Non possono!

Se tu morirai, i Braccialetti moriranno con te!

Vorrebbe urlarle, Vale, queste parole, urlarle con tutto il fiato che ha, urlarle con tutto il fiato che ancora gli rimane, anche se non è tanto, perché è da due giorni che ha un peso sul petto che il fiato glielo toglie, da quando lo ha visto contorcersi sul pavimento dell’hall e ha creduto che fosse finita.

Finita per sempre.

Dopo tutto il tempo che Leo ha dovuto passare in ospedale, dopo tutte le sofferenze che ha provato, dopo tutte le sue lotte, ha creduto di vederlo morire lì, sotto ai suoi occhi, e in un lampo nella sua testa sono passati tutti i momenti trascorsi insieme, a partire da quel giorno che si sono conosciuti, quel giorno in cui Leo lo ha accolto nella sua stanza come se fossero amici da una vita. E dopo poche ore lo erano già, amici da una vita.

Lui e Leo.

Leo.

Il migliore amico che abbia mai avuto.

E che avrà mai.

Anche se quelli come Leo a lui lo avevano sempre messo da parte, o spesso era lui stesso a tenersene alla larga, perché troppo timido, troppo impacciato, troppo riservato; ma con Leo era stato diverso, perché Leo ha il potere di non farti pesare il suo essere così speciale, ma anzi ti contagia, e accanto a lui diventi speciale pure tu, o ti ci senti, almeno.

Leo li ha cambiati tutti.

Ora sono tutti diversi.

Migliori.

Erano soli, e lui li ha trasformati in un gruppo. Ha fatto capire loro che non sono soli, e Vale non ci può pensare che adesso invece è da solo che lui affronterà la sua battaglia più difficile.

Lo scontro finale.

A faccia a faccia con la Bestia.

A faccia a faccia con la morte.

E nonostante questo, prima ha voluto celebrare la vita, ha voluto sposare Cris, per poter dire di essere stato felice pienamente.

E adesso lo sta guardando negli occhi, gli sta stringendo la spalla, e senza dire niente lo sta supplicando di dirgli di sì, di rassicurarlo. Sembrava un ordine, quella richiesta, e invece è una supplica.

E lui non può sottrarvisi.

Lui non può dire di no.

Anche se fa male da morire.

Anche se l’idea di dover prendere il suo posto è lacerante e inconcepibile.

Ma lo farà.

Se ce ne sarà bisogno, lo farà.

Glielo deve.

Annuisce, senza riuscire a dire una parola, parlando soltanto con gli occhi, ma a Leo basta per capirlo e per lasciarlo andare, trasformando la presa salda sulla sua spalla in una tenera carezza sul viso.

Vale si alza, e immediatamente anche Leo fa lo stesso: i due minuti concessi dalla Lisandri sono ormai scaduti da un bel po’.

“Leo, aspetta” gli dice Cris afferrandogli una mano e alzandosi anche lei; sospira, gli appoggia le mani sulle spalle, e gli sorride; e lui trova quel sorriso bellissimo, anche se lei ha tutto il viso rigato di lacrime. “Io sto con te” mormora accarezzandogli il viso. “Vengo con te. Come una moglie”.

Teme che lui le dica di no.

Teme che lui pretenda che anche lei rimanga qui con gli altri, a fare qualcosa di importante, o di bello, o di significativo, mentre lui sarà in sala operatoria, ed è pronta a ribattere che lui è ciò che di più importante, e bello, e significativo, lei abbia mai avuto.

Ma Leo non le dice di no.

Leo accenna un sorriso e si lascia baciare.

E la bacia, con un amore disperato.

E poi le prende una mano e la tiene stretta, portandosela sul cuore.

Ed è tenendo ancora stretta quella mano, che Leo se ne va, passando in mezzo a tutti loro, che rimangono fermi e silenziosi, a tenersi per mano, a guardare la tenda che si richiude dietro di lui, aspettandosi quasi di vederla riaprirsi, aspettandosi quasi di vedere Leo rientrare, per salutarli con uno dei suoi sorrisi splendidi e una battuta stupida.

Ma stavolta no.

Il Leader se n’è andato.

Verso la battaglia finale.

In silenzio.

 

Come una moglie.

Come una moglie, Cris vuole aspettare fuori dal Blocco Operatorio, anche se ci vorranno tantissime ore e sarà un’attesa logorante.

Come una moglie, è voluta venire con me in camera, dove sul letto mi aspetta l’adorato camice azzurrino. “Mi sono sempre chiesto perché non li facciano di un colore più bello” le dico togliendolo dalla busta, e lei sorride.

“E di che colore lo vorresti?”

“Che so…, verde ramarro, blu elettrico… Già che quando lo indossi sai che non ti aspetta niente di bello, almeno che uno si senta un po’ figo, no?”.

Lei ride, mentre io mi tolgo la giacca e la appoggio sul letto. “Tu sei figo pure con questo” dice prendendo in mano il camice.

“Però sono più figo vestito così, no?” le chiedo con un sorriso, allargando le braccia.

“Così sei fighissimo!” mi risponde lei baciandomi.

“Sei fighissima anche tu” le dico spostandole i capelli dietro l’orecchio. “Bellissima. E odio dover andare sotto i ferri adesso, quando vorrei solo andare sotto le lenzuola con te”.

Lei sorride e scuote la testa: “Ma se le sposti sempre le lenzuola, ché ti danno fastidio!”

“Vabbè, hai capito!” esclamo ridendo.

“Sì, ho capito” sorride lei allentandomi il nodo della cravatta.

“Ehi! Che intenzioni hai?” le chiedo con tono malizioso, avvicinandomi al suo orecchio e mordicchiandoglielo.

Lei ride e si allontana: “Che stupido! Ti aiuto, no?”; mi toglie la cravatta e poi comincia a sbottonarmi la camicia, ma dopo un paio di bottoni si ferma e mi guarda negli occhi. “Posso?”

“Sì, certo” annuisco io deglutendo.

Non è così che doveva andare.

Nemmeno questo.

Ci siamo appena sposati.

Cris dovrebbe spogliarmi per passione, per desiderio, non prepararmi alla sala operatoria.

Trattengo il respiro, mentre lei mi spoglia, pensando che forse è l’ultima volta che lo fa; e forse ci sta pensando anche lei, perché lo sta facendo lentamente, molto lentamente, e guardandosi bene dall’incrociare il mio sguardo.

“Ehi…” le dico sollevandole il mento con due dita, mentre mi sfilo i pantaloni coi piedi.

“Ehi…” sussurra lei, e ha gli occhi pieni di lacrime.

“Ti amo…”; prendo una sua mano e l’appoggio sul mio petto nudo, sul mio cuore. “Anche se questo non dovesse battere più, io ti amerò lo stesso. Sempre”.

Ovunque sarò.

Ovunque.

Lei annuisce e si asciuga gli occhi con le dita. “Lo so”; mi abbraccia, il pizzo del suo vestito sulla mia pelle nuda pizzica, ma mi sembra la sensazione più dolce del mondo.

Indosso il camice, Cris me lo allaccia, poi mi siedo sul letto e la tiro verso di me per farla avvicinare; appoggio la testa sulla sua pancia, resto lì per qualche secondo, poi gliela bacio. “E amerò sempre anche te, Piscione”.

Lei mi accarezza la testa, tenendola ancora contro di sé; vorrei che questo momento non finisse mai.

Purtroppo ci pensa Orietta a riportarmi alla realtà: “Sei pronto, Mister Sorriso?”.

 

Dopo la puntura del coraggio è arrivato papà, e Cris ha preferito lasciarci da soli, ma in realtà non ci siamo detti granché; ce ne siamo stati per un po’ seduti sul mio letto, vicini, a parlare di come sia stato bello il matrimonio e di come sia stato emozionante il discorso di Alfredi.

Poi è venuta Barbara che ha portato la barella e mi ci ha fatto sdraiare, e papà se n’è andato, ma questo me lo aspettavo. Adesso Barbara mi sta mettendo la flebo; certo che quando Jhonny se n’è andato, al posto suo avrebbero potuto assumere un’infermiera più briosa! Mi manca quel fricchettone.

E poi entra la Lisandri in persona e si china verso di me, cercando di mostrarsi serena, ma io ormai la conosco troppo bene.

“Allora ci siamo, dottoressa?” le dico sospirando.

“Sì, ci siamo. Sei pronto?”

“Sono pronto da una vita” le rispondo annuendo.

“Allora ti faccio portare di là e cominciamo. Coraggio”.

Coraggio.

Coraggio.

Coraggio.

Respiro profondamente, ma proprio non riesco a trovarlo, il mio coraggio.

Questi potrebbero essere i miei ultimi minuti di vita, e ho paura.

“Aspetti!” esclamo afferrando la Lisandri per un braccio, mentre lei sta per andarsene. “Le volevo dire un’ultima cosa.”

“Dimmi” mi dice tornando vicina a me.

“Se vede che si mette male, stacchi tutto. Io di certo non lo vado a raccontare a nessuno, giuro! Se vede che non ce la faccio, e si accorge che diventerò un pezzo di legno, si fermi e mi lasci andare”.

Lei scuote la testa e mi guarda senza dire niente; e lo so che non può dire niente, ma io davvero non voglio diventare un vegetale. Non la voglio una vita a metà. È vero, quando Alfredi ieri mi ha parlato di possibili “gravi menomazioni” ho detto che non mi importava, e in quel momento forse era anche vero, ma era vero solo in quel momento, preso dalla frenesia di convincere la Lisandri ad operarmi; ma adesso, a mente più lucida, non è più così.

Non è affatto così.

Lei mi stringe una spalla, ed io afferro la sua mano, sperando che mi faccia capire in qualche modo che il suo è un . Ma lei si libera bruscamente dalla mia stretta e se ne va, in fretta, senza farmi capire niente.

Torna Barbara per venirmi a prendere, ma Toni la ferma: “No, voglio fare io, è il mio amico, eh…”

“Va bene, dai” gli concede lei, andandosene.

“Grazie” mormora lui, e poi col tono di voce più allegro che può si rivolge a me: “Allora Leo.., ci siamo eh?! Oh, senti! Dalle mie parti… ci sta una scaramanzia…”

“Quale scaramanzia?” gli chiedo mentre mi viene da ridere, e sollevo le braccia per lasciargli sistemare il lenzuolo che mi copre.

“Allora…, dunque…, io ti porto là. Tu devi stare muto, come un pesce. Non devi guardare nessuno e soprattutto non devi salutare nessuno”.

Mai sentita una roba del genere, ma decido di assecondarlo: “Ok Toni” gli dico sorridendo. “Tu invece lo sai quello che devi fare, no?”

“No! Che cosa…?”

“Guarda che l’ho vista…”

“Chi?!”

“Mela”; lui fa lo gnorri e comincia a guardarsi intorno. “Ascolta, tra un po’, mentre io sono là dentro, tu vai e fatti avanti con lei, ok?”

“No no no, Leo!” risponde lui agitando l’indice. “Mentre tu stai no!”

“Eeeh… dalle mie parti… c’è questa scaramanzia!” ribatto io ridendo. “Promesso?”

“Vabbè… eh… promesso!”; chissà cosa darebbe per non farmi questa promessa, ma è impossibile che lui mi rifiuti qualcosa in un giorno come questo. “Vabbuò, jamm bell jà, andiamo, che ci stanno aspettando!” mi dice prima di prendere la barella e cominciare a spingerla fuori dalla stanza. “Allora, tu hai capito quello che devi fare? Eh? Allora, devi stare muto, non devi fiatare, non ti devi muovere soprattutto, e non guardare negli occhi nessuno”.

Mi sembra sempre una gran cazzata, ma d’altronde non ho niente da perdere, e sono bravissimo a fare finta di niente mentre Toni mi porta verso Chirurgia, anche se mi si avvicina un sacco di gente, compreso Antonio e la mia Ester, ma quando passiamo vicino ai Braccialetti è più difficile; ancora più difficile quando si avvicina Cris e mi accarezza.

“Ciao amore…” mi sussurra baciandomi, ma io resto impassibile. “Che cos’ha?” domanda preoccupata a Toni, ma pure lui resta impassibile e mi trasporta al di là della porta del Blocco Operatorio, mentre a me sfugge un sorriso.

 

E dopo due anni, rieccomi di nuovo qui, in sala operatoria, mentre un sacco di gente in camice verde e mascherina mi gira intorno per attaccarmi fili e misuratori vari.

Sento qualcuno chiedere se c’è il sangue a disposizione, qualcun altro se l’aspiratore a ultrasuoni è pronto. Aspiratore a ultrasuoni?! E che è ‘sta roba? Già solo il nome è inquietante, pensarlo vicino alla mia testa… ancora di più. Molto di più.

Tutti si muovono in fretta, indaffarati, e anche se molta di questa gente ormai la conosco benissimo, mi sento lo stesso spaesato.

E spaventato.

E ho anche freddo.

Penso che queste potrebbero essere le ultime persone che vedo nella mia vita.

E che questa luce abbagliante che hanno acceso sopra alla mia testa sarà l’ultima cosa che vedrò prima di chiudere gli occhi.

E che questi bip angoscianti saranno l’ultimo suono che sentirò.

Sto per lasciarmi prendere dal panico, ma poi reagisco e comincio a cantare, per sovrastare i bip, per distrarmi, per farmi coraggio.

Guarda che cosa mi tocca,
cucirmi la pelle poi la bocca.
Ho gli occhi da grande,
più grandi di me.
Vinciamo ai rigori
io e te.

Ci metto il coraggio.
E il mio domani intero è questo tempo mezzo rotto,
ma nonostante tutto,
tutto…

Io non ho finito,
perché ho sete ancora.
Io non ho finito,
fuori è primavera.
Io non ho finito,
non ti lascio ora.
Io non ho… finito.

 

Leo si è messo a cantare.

In sala operatoria.

Roba da non credere.

Se non si trattasse di lui, ovviamente.

Perché come lei stessa gli ha detto poco tempo fa: “Tu qui dentro hai reso possibili cose che sembravano impossibili”.

Ed è la verità.

E adesso sta a lei, rendere possibile l’impossibile.

È pronta.

Mentre va verso di lui, le viene in mente quella volta che era passata a controllare come stava dopo che aveva subito il primo intervento alla gamba; anzi no, era il secondo; il primo era stato la biopsia. Quella volta lui stava dormendo tranquillo, e lei era rimasta a guardarlo per qualche minuto, consapevole che da quel momento in poi lo avrebbe visto raramente con quell’espressione così serena sul viso, che sarebbero arrivati i tempi più duri.

E i tempi più duri erano arrivati.

Innumerevoli cicli di chemio, pesanti, debilitanti, devastanti.

Inutili.

E la recidiva.

E poi la metastasi al polmone di cui non si era accorta immediatamente, di cui forse non aveva voluto accorgersi, convincendosi che quei sintomi Leo se li stesse trascinando dietro dalla bronchite.

E ancora cicli di chemio, pesanti, debilitanti, devastanti.

Inutili.

E quel giorno che aveva dovuto dirgli che l’unica possibilità che rimaneva era quella di amputare la gamba. E aveva dovuto chiedere ad Andrea di starle a fianco, mentre glielo diceva, perché da sola non ce l’avrebbe mai fatta. E quella sedia rovesciata con violenza, e quelle parole, urlate con ancora più violenza: “Scordatevelo! Preferisco morire piuttosto!”. E lo preferiva davvero, morire, e aveva convinto suo padre a farlo dimettere, e se n’era tornato a casa.

Ma poi era ritornato.

Determinato a non arrendersi.

A vivere.

E aveva affrontato quella nuova, drastica, operazione, con una forza e una serenità che lei non aveva mai visto in nessun altro, e che credeva impossibile per un ragazzo di sedici anni.

E poi ancora chemio.

E radio.

E quando finalmente sembrava tutto finito, quando finalmente lei lo aveva visto di nuovo dormire con quella bellissima espressione serena, il tumore era tornato.

Al cervello.

E poi era arrivata quell’agghiacciante sentenza, quella fucilata dritta al cuore: 8%.

E Leo che se ne andava di nuovo dall’ospedale, che non voleva tornare più, che ancora una volta aveva detto che preferiva morire.

Ma poi era tornato.

Di nuovo.

E di nuovo cicli di chemio.

Inutili.

E la malattia che continuava ad avanzare, sempre di più.

Fino ad arrivare ad oggi.

Fino ad arrivare a lei che oggi metterà le mani su quel cranio perfetto, per provare a salvare il suo ragazzo.

Stamattina non si sentiva pronta, ma adesso sì.

Quella notte d’estate di due anni fa, mentre lo guardava dormire sereno, si era ripromessa di fare di tutto per riuscire a salvarlo, e adesso non sta facendo altro che andare fino in fondo a quella promessa, perché sa, ora come allora, che glielo deve.

Glielo deve per la sua giovinezza e la sua voglia di vivere.

Glielo deve per la sua famiglia.

Glielo deve per sua madre.

Glielo deve per Cris, per i suoi amici, per tutti quelli che lo amano.

Glielo deve per suo figlio.

E glielo deve anche per se stessa.

Gli sorride rassicurante, dietro alla mascherina, mentre gli va vicino. “Li tenevo un po’ su” le dice lui accennando un sorriso. “Mi sembrano tutti un po’ preoccupati.”

“Bravo” gli risponde lei con tono dolce, e poi sempre con lo stesso tono gli dice che ormai ci siamo: “Ti stiamo per addormentare, Leo.”

“Posso esprimere un ultimo desiderio?”

“No, non puoi. Non sei un condannato a morte.”

“Ma insomma…!” ribatte lui. “Siamo lì lì…!”.

Lei sospira, ma decide di accontentarlo, o almeno di stare a sentire cos’ha da chiedere. “D’accordo, esprimi”; ma quello che Leo vuole la spiazza del tutto.

“Vorrei un bacio. Da lei.”

“Da me?!” gli chiede sgranando gli occhi.

“Un bacio come quello che danno le mamme ai figli, quando li mettono a letto. Per dirgli… che domani quando si sveglieranno, lei sarà lì, e che tutto andrà bene durante la notte”.

Un bacio.

Come quello che danno le mamme ai figli.

Un bacio che la sua mamma non gli può più dare.

Un bacio che lei non ha mai potuto dare.

Ma adesso sì.

Adesso può.

E lo fa.

Si abbassa la mascherina e si china a dargli un bacio sulla fronte: tenero, struggente, pieno di tutto quell’amore che prova per questo ragazzo che le ha stravolto la vita.

“Andrà tutto bene durante la notte” mormora Leo tra sé e sé.

“Dormi bene Leo” gli dice lei con dolcezza; e pieno di dolcezza è anche il sorriso appena accennato che Leo le rivolge, prima che lei si giri verso Orietta per dirle di procedere con l’anestesia. Poi si volta a guardare di nuovo Leo, gli dice di fare un bel respiro, e lo guarda chiudere gli occhi.

Quegli splendidi occhi verdi.

Gli occhi di sua madre.

 

Avanti e indietro.

Avanti e indietro.

Lungo questa sala d’attesa.

Da quante ore, ormai, Cris non lo saprebbe dire: il tempo ha perso importanza.

Tutto ha perso importanza.

È fuori dal mondo.

Lontana anni luce.

Esiste solo questa stanza.

Esiste solo questa porta, e tutto il mondo che c’è al di là.

Tutto il suo mondo.

Dietro a quella porta, Leo sta affrontando la prova più dura di sempre, e insieme a lui la Lisandri, e Carlo, e Orietta, e il miglior personale dell’ospedale, tutto lì per lui.

E lei è di qua.

Di qua dalla porta.

Di qua dal baratro.

Perché è in un baratro che sprofonderà se le cose non dovessero andare bene, se Leo…

No. Non ci vuole pensare.

Si appoggia una mano sulla pancia, sembra che quell’essere minuscolo sia l’unica cosa in grado di darle forza, l’unica cosa che le permette di restare in piedi e di non crollare, nonostante la fame, la sete, la stanchezza, la paura.

Paura come mai ne ha avuta prima ad ora.

Paura di perdere Leo, e con lui tutto quello che di bello ha portato nella sua vita.

Non riesce a immaginarla, quella vita, senza di lui. Non è tollerabile. E non può neanche lontanamente pensare di crescere questo bambino senza averlo a fianco, senza vederlo diventare quel papà meraviglioso che di sicuro sarebbe.

Col suo sorriso, i suoi occhi, e una testa piena di capelli neri: così se lo immagina Cris, il loro Leoncino, e non può proprio pensare di non riuscire a vederli insieme, vicini uno all’altro, simili, incantevoli, meravigliosamente belli, da perdersi a guardarli per ore, e ore, e ore, senza riuscire a realizzare davvero quanto sia immensamente fortunata ad averli.

 

Anche Irene era incinta, quando si sono sposati: a questo pensa Matteo mentre guarda Cris e non riesce a distogliere lo sguardo da lei; è così bella, nel suo abito da sposa. Non ha voluto toglierlo. Sono passate ore, ormai, da quando Leo è lì dentro, e un paio di volte lui le si è avvicinato, suggerendole di andarsi a cambiare, di andare a mangiare qualcosa, magari di andarsi a stendere un po’ in camera di Leo, ma lei è stata irremovibile.

Vuole restare lì.

Non si muove da lì.

Cammina avanti e indietro lungo la sala d’attesa, e ogni tanto si ferma davanti a quella porta.

Quella porta spaventosa che lui conosce così bene.

Maledettamente bene.

Quante volte ha vissuto questa attesa logorante, per Leo, e prima ancora per Irene. Ne ha perso il conto, ormai. Non se lo ricorda più. Sa solo che un’attesa angosciante come questa, davvero non l’ha mai vissuta. E tutte le altre volte faceva proprio come Cris: avanti e indietro, avanti e indietro; ma stavolta non ce la fa.

Si sente paralizzato e resta lì.

Fermo.

Immobile.

Attonito.

A guardare quella ragazza così minuta, dall’aspetto così fragile, ma che in questo momento sembra incarnare tutta la forza del mondo. Così tanta forza da stordirlo. Non c’è che dire, è la degna compagna di Leo.

Sua moglie.

Leo ha una moglie.

E presto avrà anche un bambino.

Queste notizie lo hanno investito come un tornado, anche se sono niente in confronto a quell’altra: “Senti papà, è inutile che ci giro intorno, le cose stanno così: la malattia è peggiorata ancora…, e mi restano pochi mesi di vita. La mia unica speranza è un’operazione che probabilmente non supererò, ma io ci voglio provare. Mi opera la Lisandri. Domani”. Questo è quello che gli ha detto Leo ieri pomeriggio, dopo avergli chiesto di raggiungerlo in ospedale. E prima gli ha detto pure che si sposava, ma quell’altra notizia lo ha sconvolto così tanto che non ha avuto nemmeno il tempo di realizzare davvero che razza di pazzia fosse questa del matrimonio. E sembra tutto così assurdo: sono passate meno di ventiquattr’ore da quella conversazione, e Leo adesso è lì dentro a lottare per la propria vita, e lui è lì fuori ad aspettare impotente insieme a sua moglie.

“Cris, anche se non vuoi venire a sederti, almeno mangia” le dice porgendole un panino che è appena andato a prenderle, tornando dal bar il più in fretta possibile.

“Oh… grazie” gli risponde lei prendendolo, accennando un sorriso.

“Te l’ho preso al formaggio. Quelli al prosciutto cotto erano finiti, e non sapevo se puoi mangiare gli altri salumi o…”

“Va benissimo grazie” sorride lei dando subito un morso; probabilmente sarà affamata, e anche lui lo è, e comincia a mangiare il proprio panino. “Comunque posso mangiarli. Non so quando, ma pare che la Toxoplasmosi io l’abbia già avuta.”

“Meglio così. Quando Irene era incinta di Leo, impazziva per il salame piccante. Non so quanto ne abbia mangiato! Tonnellate!”

“Ah! Ecco spiegato perché lui ne va matto, allora!” esclama lei sorridendo. “Io invece non faccio che mangiare cioccolato fondente, nonostante il mio preferito sia sempre stato quello al latte. Chissà se piacerà anche al Leoncino…” dice accarezzandosi la pancia.

“Il Leoncino?” le domanda lui sollevando le sopracciglia.

“Sì…, è un maschio.”

“E Leo… Leo lo sa?”.

Cris annuisce e sorride, sempre tenendosi una mano sulla pancia. “Sì. Gliel’ho detto ieri sera”.

Un maschio.

Un Leoncino.

Un piccolo Leo.

Non riesce a trattenersi, gli occhi gli si riempiono immediatamente di lacrime e il mento gli trema in modo incontrollato. Vorrebbe dire tante cose, ma non gli riesce possibile. Non è mai stato un uomo di troppe parole, e questo Irene non faceva che ripeterglielo.

 

Il Generale Leone Campo: quel titolo gli è cucito talmente addosso, ormai, che nonostante sia in pensione non riesce a toglierselo di dosso. Che poi non è che ci abbia mai provato, a toglierselo di dosso: gli piace; gli piace quell’aura di forza e di potere che gli conferisce, gli piace quel rispetto e quella reverenza che suscita negli altri.

Ma due giorni fa, un ragazzino si è permesso di piombare nella sua casa e nella sua vita, senza alcun rispetto e senza alcuna reverenza; un ragazzino sulla sedia a rotelle, malato, debole, che lo ha affrontato con la forza di un esercito, con la grinta e col coraggio di un leone.

Leone.

Così lo ha chiamato Irene. Come lui.

Questa cosa anziché lusingarlo lo ha sempre infastidito; è sempre stato orgoglioso del proprio nome, e l’idea che ci fosse un Leone che portava il cognome di quell’inetto che sua figlia aveva sposato, gli faceva ribollire il sangue nelle vene. Non aveva mai voluto conoscerlo, né lui né tantomeno quell’altra bambina, che Irene aveva addirittura concepito mentre era ancora fidanzata con Andrea. Quei due bambini erano figli del disonore e del tradimento, e lui non avrebbe mai potuto accettarli nelle propria vita, così come non avrebbe mai potuto perdonare Irene per il suo comportamento.

Con questa convinzione ha vissuto la sua vita, tra una missione e l’altra, senza fermarsi mai in nessun posto, senza legarsi mai a nessuno, finché dopo decenni di onorata carriera è arrivato il giorno di tornare a casa; quella casa enorme, silenziosa, da troppi anni vuota, dove tutto è ancora accatastato e imballato, anche se è da parecchio, ormai, che è tornato a viverci.

La porta della stanza di Irene era rimasta chiusa a lungo, per molti mesi; poi, un giorno, si era deciso ad aprirla e ad entrare: era tutto come lei lo aveva lasciato vent’anni prima, ed era stato così doloroso, più di ogni ferita di guerra; c’erano tutte le cose di Irene, ma lei non c’era più, lei non sarebbe più tornata, lei era morta.

Di cancro.

Come sua madre.

Se Lucrezia fosse stata ancora viva, forse le cose sarebbero andate diversamente, ma ormai era troppo tardi.

È troppo tardi.

E quel ragazzino glielo ha pure urlato addosso, sbattendo con forza sul tavolo la scatola piena delle lettere d’amore più belle che lui abbia mai letto.

Avresti dovuto leggerle anni fa!”.

Non si può tornare indietro, nessuno gli ridarà indietro gli anni passati a trincerarsi dietro muri di rabbia e di orgoglio.

Nessuno gli ridarà indietro sua figlia.

Eppure, l’altro ieri, gli è parso di rivederla: negli occhi fieri e sprezzanti di quel ragazzino.

Vivi.

Identici a quelli di Irene: stesso colore, stesso taglio, stesse ciglia lunghe, stessa intensità, stessa luce.

Stamattina ha riletto tutte le lettere, tutte, e stavolta si è pure concesso di piangere; poi è andato sulla tomba di Irene e l’ha riempita di tulipani; è rimasto a lungo inginocchiato lì, a mormorare tutte le parole mai dette, a invocare quel perdono che lei non potrà più concedergli, perché è troppo tardi; e quando è tornato a casa si è messo davanti al computer, per vedere quel ragazzino alla Radio, per vedere di nuovo gli occhi di Irene, ma lui non c’era; c’era un altro ragazzo, un suo amico, perché quel ragazzino, Leo, così pare che lo chiamino tutti, in quel momento stava in una sala operatoria, a lottare per la propria vita.

Per l’esattezza sono più morto che vivo”.

Se n’è stato davanti al computer, ad ascoltare quell’amico di Leo parlare di lui con un tale orgoglio, con un tale amore, e poi si è detto che forse non è ancora troppo tardi, che forse tramite quel ragazzino, lui il perdono di sua figlia potrà ottenerlo, o quantomeno quello di se stesso.

“Ma con che coraggio ti presenti qui?!”; questa domanda se l’è fatta a ripetizione, mentre guidava verso l’ospedale, ma adesso a fargliela è Matteo, nella sala d’attesa di Chirurgia.

“Lo so, ti capisco” gli risponde sospirando. “Ma ti prego, dimmi come sta Leo”. Non è sua abitudine pregare, né Dio né tantomeno qualcuno, ma adesso non riesce a farne a meno.

“Tu mio figlio non lo devi nemmeno nominare” gli dice lui con tono duro. “Ma cosa te ne frega a te di come sta?! Vattene via! Vattene via e non farti mai più vedere”.

Non ha urlato, non ha nemmeno alzato la voce; lo ha sempre irritato quella sua rabbia composta, e lo irrita anche adesso. Non sa se ribattere o andarsene, ma la ragazza di Leo -la moglie di Leo- si mette in mezzo.

“Vi prego… non litigate. Non… non adesso che Leo è tra la vita e… la morte”; ha l’aria distrutta, esausta; chissà da quante ore è qui ad aspettare. “Lei perché è qui?”.

E a lui non resta che dire la verità: “È perché volevo chiedere scusa” dice guardando Matteo. “A te. E a Leo. E Dio solo sa quanto vorrei poter chiedere scusa anche a mia figlia”.

La ragazza annuisce, poi scuote la testa: “Cioè… io non… proprio non capisco come… un padre possa arrivare a fare quello che ha fatto lei.”

“Lo so. Non cerco comprensione”; quella nessuno potrà dargliela, nemmeno se stesso. “Ma tu lo sai…” dice rivolgendosi di nuovo a Matteo. “Quando Irene era piccola io ero sempre fuori, all’estero, in missione…”; finché Lucrezia si era ammalata, e allora era dovuto rientrare a Brindisi. “Poi quando sono tornato, per restare, mia figlia non era più una bambina”; ed erano come due sconosciuti, e poi Lucrezia era morta. “Avevo perso tutto. Tutto… In pratica era passata una vita. Avevo perso la sua infanzia, per sempre”; si siede, sospirando, schiacciato dal peso di quei ricordi dolorosi, ricordi di una vita piena di errori irrimediabili. “Così ho… ho cercato di rimediare, di recuperare il tempo perduto…, pensavo che fosse… che fosse la cosa migliore. Volevo proteggerla, evitare che facesse le scelte sbagliate. Era così giovane, impulsiva… , ma era sempre la mia bambina. La bambina che non avevo visto per tanti anni”. Ma ormai non può più rimediare a niente. Ormai è troppo tardi. “Vado… scusate se vi ho disturbato” dice alzandosi. “Io spero con tutto il cuore che Leo ce la faccia. È un ragazzo eccezionale”; la ragazza annuisce, sorride, e sembra che stia per piangere ma non lo fa. Forse le sue lacrime ormai le ha piante tutte. Lui si gira a guardare negli occhi Matteo, perché questa cosa è a lui che vuole dirla: “Un grande combattente. Nessuno mi aveva affrontato come lo ha fatto lui”. Matteo annuisce in silenzio, mentre la ragazza sorride di nuovo, orgogliosa, e mormora un.

“Aspetta”; non lo credeva possibile, ma mentre sta per uscire, Matteo lo richiama. “Se vuoi puoi rimanere con noi”.

E lui non lo sa se questo sia proprio il perdono, o solo la tregua concessa da un padre in un giorno così angosciante e decisivo, ma è già più di quanto osasse sperare. Lo guarda in silenzio, grato, e torna indietro, mentre la ragazza gli passa accanto per andare a sedersi, lasciandogli una carezza sulla spalla e regalandogli un altro sorriso.

 

Ha creduto di perderlo.

C’è stato un momento in cui ha creduto davvero di perderlo.

E in quel momento ha rischiato di perdersi anche lei.

Una crisi epilettica in un passaggio delicatissimo dell’intervento -come se in quell’intervento ci fossero stati passaggi non delicatissimi-, e ha temuto seriamente che Leo non ce la facesse. Ha sentito la sua vita scivolarle tra le dita, e non ha potuto fare altro che aspettare che quel momento passasse, senza poter fare nulla se non avere fiducia in lui. Sono stati solo pochi secondi, ma le sono sembrati interminabili, mentre tutti i parametri vitali di Leo scendevano giù in picchiata, e lei si sforzava di restare immobile, lucida, razionale.

Per tutto l’intervento era riuscita a lasciare fuori dalla sala operatoria i suoi sentimenti. Per tutto l’intervento era riuscita a non pensare a quanto quella testa in cui stava mettendo le mani fosse importante per lei, a quanto fosse preziosa, a come ogni sua singola mossa avrebbe potuto compromettere tutto ciò che caratterizza Leo: la sua voce, il suo sorriso, il suo sguardo, il suo dinamismo, perfino la sua personalità. Per tutto l’intervento era riuscita a restare fredda, glaciale, impersonale, ma in quel momento, in quell’esatto, preciso, momento, ha rischiato di non farcela più; ha rischiato di lasciare ai suoi sentimenti lo spazio per annientarla, mentre continuava a ripetere “Forza Leo! Forza Leo! Coraggio!”, come un mantra. “Forza Leo! Coraggio! Coraggio! Aiutami! Forza Leo! Forza! Combatti!”.

Ma poi la crisi era passata, i parametri avevano iniziato a risalire, e lei aveva ripreso a respirare. “Bravo ragazzo mio!” aveva esclamato tirando un sospiro di sollievo e riprendendo ad operare. “Bravo!”.

E adesso l’intervento è finito.

Ed è andato tutto bene.

Certo, bisognerà aspettare che Leo si risvegli per poter fare la valutazione post-operatoria, prima di dirlo con assoluta certezza, ma lei sa di aver fatto del proprio meglio e di non aver toccato nessun centro vitale. Non ha lasciato nulla al caso, perfino la sutura ha voluto farla lei.

Guarda Alfredi e Baratti che le sorridono al di là dal vetro, e accenna un sorriso anche lei, togliendosi la mascherina, consapevole che di lì a poco scoppierà in un pianto liberatorio; prima, però, deve andare fuori da quella sala operatoria per dire a tutti che l’intervento è riuscito, e che Leo sta bene.

Leo sta bene.

Sembra sprofondato in un sonno vero, non in quello indotto dall’anestesia; è così bello, anche se è pallido e ancora intubato.

Ed ha un’espressione così serena.

E la felicità che lei sta provando in questo momento è inspiegabile, tanta da urlare, e ridere, e piangere, ma si trattiene: va in sala d’attesa, dove tutti, tutti, la stanno aspettando, e con voce ferma dà loro quella notizia che invece vorrebbe urlare di gioia: “È andato tutto bene. È pulito. Ho tolto tutto. Non c’è più niente”.

Cris l’abbraccia di slancio, e tra le braccia di questa giovane donna innamorata a cui ha appena restituito i sogni e il futuro, lei rischia veramente di crollare e di scoppiare in un pianto liberatorio irrefrenabile. Ma un momento dopo si sente sollevare da terra: Chicco, Vale, Toni, e tutti gli altri ragazzi, la stanno lanciando in aria per festeggiare, in un tripudio di gioia.

Avrà tempo per piangere.

Adesso è tempo di ridere.

Ce l’ha fatta.

È riuscita a salvare il suo ragazzo.

Il suo ragazzo che adesso dorme sereno.

Finalmente.

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