Capitolo 5: Martedì, 27 dicembre 2011

Come gli altri capitoli di dicembre, anche questo è ammantato da un’atmosfera soffusa e familiare, dolce; è un capitolo lento, incentrato su Irene, sulla sua malattia e sulla relazione con Leo, che trascorre la giornata in casa, alle prese con un malanno di stagione. 

Spero di essere riuscita ad alleggerire abbastanza delle tematiche che di leggero non hanno niente, e di riuscire comunque a strapparvi qualche sorriso.

 

Martedì, 27 dicembre 2011

Ho mal di gola.

Anzi, per essere più preciso, diciamo che è come se nella notte qualcuno avesse sostituito le mie tonsille con due palline da golf.

Perfino deglutire mi fa male.

“Ciao” dico entrando in cucina, sforzandomi di parlare nel modo più normale possibile.

Asia sta facendo colazione e risponde al mio saluto con un sorriso, la mamma invece è intenta a riguardare sul suo pc portatile le foto che ha fatto a Natale.

“Buongiorno!” esclama scompigliandomi i capelli quando mi chino a darle un bacio, per poi seguirmi con lo sguardo mentre apro il frigo per prendere il caffellatte. “Tutto bene?”

“Sì sì” rispondo sfregandomi un occhio e sedendomi al tavolo, di fronte ad Asia.

“Vuoi il pane con la marmellata?” mi domanda ancora la mamma.

“No, mangio i biscotti” dico allungando una mano verso il contenitore vicino ad Asia e prendendo un paio di biscotti al cioccolato; li ha preparati Asia ieri e sono davvero buonissimi, però adesso non riesco a mandarli giù e mi si piantano in gola; bevo un lungo sorso di caffellatte, che mi dà un po’ di sollievo, e decido che forse è meglio non mangiare.

“Uff! Non so decidermi!” sbuffa la mamma. “Sono tutte belle! Come faccio a scegliere quali stampare?!”.

Tutte le volte questa storia, e come risultato abbiamo la casa talmente invasa da foto che non sappiamo più dove metterle. Quando le ritira dal fotografo, le mette provvisoriamente in una scatola, ripromettendosi poi di attaccarle sulla miriade di album che ha già comprato, ma puntualmente passa troppo tempo e poi non le va più di farlo, finisce con lo scegliere le sue preferite e le incornicia, spargendole in tutta casa, e tutte le altre finiscono in una scatola. Il ripostiglio è ormai pieno di scatole zeppe di foto: ogni tanto le tira fuori, le riguarda, ci aggiunge qualche data, ma le lascia lì.

Quando finisco di bere il caffellatte, mi alzo e vado dietro di lei; appoggio il mento sulla sua testa, abbassandomi un po’, e mi soffermo per qualche minuto a guardare le foto insieme lei.

“Ma guarda Gianni!” esclamo ridendo. “Si sta mangiando Grazia con gli occhi!”

“Perché, tu qui che stai facendo con Ele?!” ribatte lei mostrandomi una foto dove ci sono io che sto vistosamente squadrando le gambe ad Eleonora.

“Beccato!” ride Asia alzandosi, appoggiando la tazza nel lavello e venendo anche lei a guardare le foto. “Te la stai proprio divorando!”

“Eddai basta!” dico tentando di alzare la voce che però mi esce rauca. “Mamma, vai un po’ avanti, su!”.

Lei si volta verso di me e socchiude leggermente gli occhi, scrutandomi. “Stai bene?”

“Sì, perché?! Che ho detto?!”

“Hai una voce che non mi piace.”

“È la mia voce.”

“Mi sembra più bassa.”

“Sarà la pubertà!” ridacchio io sollevando le spalle.

“Ah! Cambi voce un’altra volta?!”

“Può essere!”.

Lei non resiste e scoppia a ridere. “Sei sicuro di stare bene?”

“Sì!”

“Ti fa male la gola?”

“Eccheppalle! No!”

“Però hai mangiato solo due biscotti” si intromette Asia, guadagnandosi una mia occhiata fulminante.

“Ma cos’è una congiura?!” sbotto io alzando la voce e fregandomi da solo, perché oltre a farmi malissimo la gola, ancora una volta la mia voce esce rauca.

La mamma sposta indietro la sedia e si alza in piedi. “Sei di nuovo uscito senza sciarpa!”

“Ma sì che ce l’avevo, la sciarpa!” ribatto io sfregandomi un occhio.

“No, non ce l’avevi. Fammi vedere la gola.”

“Non ti fidi di me?!”

“Devo dire a papà che ieri te ne sei andato in giro in motorino? E che sei pure rientrato in ritardo?”

“Questo si chiama ricatto!”

“Va bene, dopo puoi chiamare il Telefono Azzurro, ma adesso fammi vedere la gola” insiste lei mentre Asia se la ridacchia, intanto che lava le stoviglie della colazione.

Mi arrendo.

Alzo gli occhi al cielo e apro la bocca.

“Ecco! Lo sapevo! Siamo alle solite! Ma tu continua pure ad andartene in giro per casa scalzo, eh?! Continua a non metterti mai la sciarpa, a non prendere mai l’ombrello…!”

“Cosa c’entra l’ombrello, adesso?! Sono giorni che non piove!”

“Vatti a mettere i calzini!” mi dice toccandomi la fronte. “Io prendo il termometro”.

*

“Forse stavolta te la cavi con poco!” sospira la mamma guardando il termometro. “37,7. L’ultima volta a quest’ora ce l’avevi già a 39! E poi non mi è sembrato di vedere placche. Certo che… pur di non fare i compiti…, te le inventi tutte, eh?!”

Io?! E che colpa ne ho?! Sarà il mio inconscio!”

“Aaah! E il tuo inconscio lo sa che così rischi di saltare il Capodanno?!”

“Cazzarola, no!”.

Non voglio rinunciare al veglione di Capodanno! È la prima volta che i miei mi concedono di festeggiarlo con i miei amici: Riccardo organizza una festa a casa sua e ho pure il permesso di fermarmi a dormire lì; sì, i suoi saranno al piano di sopra, ma abbiamo la taverna tutta per noi e ci saranno anche delle ragazze. Non posso assolutamente mancare!

“Ti conviene dire al tuo inconscio di farti guarire alla svelta!” esclama lei alzandosi dal mio letto e rimboccandomi la trapunta. “Vediamo di dargli una mano, va’! Vado a prepararti la mia tisana magica!”

“Mi prendi il Dylan Dog sulla scrivania?”

“Ecco qua” mi dice porgendomelo, per poi chinarsi a darmi un bacio sulla fronte.

Tanto per cambiare, pare essersi già dimenticata di avercela con me per il fatto che, a detta sua, non mi copro abbastanza, e prima di uscire dalla mia stanza mi sorride persino.

Ritorna circa dieci minuti dopo con una tazza fumante della sua tisana magica, che altri non è che acqua calda con zenzero, limone e miele, ma che devo ammetterlo, ha davvero la sua efficacia e per fortuna mia è pure buona.

“Aspetta un po’ prima di berla” mi dice poggiando la tazza sul comodino. “Adesso è troppo calda.”

“Sì, va bene…”

“Io tra poco esco. Vado dal fotografo e già che ci sono passo in farmacia a prendere l’antipiretico che non ne abbiamo più. Non si sa mai che stasera la febbre si alzi troppo.”

“Mi prendi le caramelle balsamiche?”

“Certo” sorride lei. “Quelle extra-forti. Ti serve qualcos’altro?”

“Mh… no.”

“Per pranzo cosa vuoi? Così se devo comprare qualcosa…”

“Il purè!”

“Ok, allora metto a bollire le patate e dico ad Asia di darci un occhio…”.

E proprio in quel momento, si sente Asia chiamare dalla cucina: “Mamma! Ti squilla il telefono!”

“Arrivo!”.

Io riprendo a leggere Dylan Dog finché non sento le voci della mamma e di Asia avvicinarsi.

“Lasciami venire con te!” sta dicendo Asia.

“No, è meglio che tu resti a casa” ribatte la mamma. “Leo potrebbe aver bisogno. Vado da sola.”

Tu potresti aver bisogno! Leo ha solo un po’ di febbre, non è una tragedia se resta da solo per un po’!”

“Cosa non ti è chiaro nelle parole vado da sola?!”

“Chiama almeno papà!”

“Non mi sembra il caso di disturbarlo sul lavoro. Non ce n’è bisogno. Davvero. Per favore, metti a bollire un po’ di patate che quando torno preparo il purè”.

Questa conversazione non mi convince.

I loro toni di voce non mi convincono.

Appoggio il Dylan Dog sul letto e mi alzo, irrompendo nel soggiorno e cogliendole di sorpresa.

“Dov’è che devi andare?!” chiedo alla mamma in tono brusco, guardandola dritto negli occhi.

“Dal fotografo, no?” risponde lei con un sorriso imbarazzato. “E in farmacia.”

“Ed io vorrei andare con lei, invece che restare qua a farti da baby sitter!” aggiunge Asia.

Io le guardo per un attimo tutte e due, poi non riesco a trattenermi dall’alzare la voce, che ovviamente esce meno forte di come vorrei: “Mi state prendendo per il culo?! Dove devi andare?!” ripeto avvicinandomi di più alla mamma.

“Te l’abbiamo già detto!” esclama Asia spostandosi i capelli dietro l’orecchio.

“Tu me l’hai promesso!” dico con rabbia continuando a guardare la mamma negli occhi. “Te lo ricordi?! Mi hai promesso che mi avresti sempre detto la verità!”.

Me l’ha promesso più di un anno fa, quel maledetto giorno in cui ho sentito nominare per la prima volta quella parola: condrosarcoma.

Rimango a fissare la mamma in attesa di una risposta; si volta verso Asia, le fa un cenno di assenso con la testa e a questo punto lei se ne va in camera sua, lasciandoci da soli.

“Devo andare in ospedale” mi dice con voce pacata, sostenendo il mio sguardo.

“Come sarebbe?! Perché?” le chiedo deglutendo.

“Mi hanno telefonato per dirmi che sono pronti i risultati dell’ultima tac.”

“Quale tac, scusa? Non dovevi farla a gennaio?”

“La Lisandri ha preferito anticiparla.”

“Perché?! E quand’è che l’hai fatta?!”

“Venerdì.”

“Quando sei svenuta?”

“Sì.”

“Ma mi avevate detto che era stato solo un calo di pressione!” protesto io agitando in aria una mano, mentre mi trema la voce.

“No” sospira lei scuotendo la testa. “Ho avuto una crisi respiratoria”.

E adesso mi sembra di avercela io, la crisi respiratoria. “Ma… credono… che…”

“Non lo so” mi sorride lei accarezzandomi il viso. “Quando torno te lo dico. Adesso però devo andare. E tu devi tornare a letto. Va bene?”.

No, non va bene.

“Non posso venire con te?” le domando pur conoscendo già benissimo la risposta.

Lei mi sorride con gli occhi e mi dà un bacio. “Fila a letto!”.

Io sospiro e me ne torno a letto, provando a riprendere la lettura, ma è inutile dire che non riesco a capirci più niente.

*

“La mamma mi ha scritto che ritarda” mi dice Asia entrando nella mia stanza, qualche ora più tardi. “Tu hai fame? Ti preparo il purè?”

“No, aspetto che torni la mamma.”

“Come vuoi” sospira lei prendendo dal comodino la tazza ormai vuota. “Ti serve qualcosa?”

Mi serve sapere perché la mamma ritarda.

Mi serve sapere che cosa le ha detto quella strega della Lisandri.

Mi serve sapere che tornerà a casa e che non la tratterranno in quel maledetto ospedale com’è già successo troppe volte.

Mi serve sapere che starà bene, che la malattia sta regredendo, che tutto va come deve andare.

“No no, sono a posto.”

“Va bene. Io torno in camera a studiare. Lascio la porta aperta. Chiamami se cambi idea e vuoi mangiare.”

“Sì ok, grazie”.

Dovrebbe saperlo che io non cambio idea tanto facilmente.

Finché non torna la mamma, io non voglio mangiare.

La mamma torna a casa verso le 14:30, e quando scopre che non ho ancora pranzato non la prende molto bene: “Come sarebbe a dire che non hai ancora mangiato?!”

“Non avevo fame. E volevo prima sapere come stai.”

“Sto come una che torna a casa dopo una pessima mattinata e scopre che suo figlio che ha la febbre è ancora digiuno!” sbotta lei poggiando le caramelle sul mio comodino.

“Volevo aspettarti. E poi volevo il tuo, di purè, non quello di Asia”.

Lo so che a dirla così sembro un bambino capriccioso, ma il fatto che lei riesca a ancora a cucinare per me rende tutto più normale, tutto come prima, e ha un valore inestimabile; e so benissimo che lo stesso vale per lei.

“Vado a preparartelo” mi dice nascondendo un sorriso.

“Aspetta” la fermo afferrandole una mano. “Dimmi prima che ti hanno detto.”

“Dopo. Penso che tu stia morendo di fame. E a dire la verità anch’io!”.

Lei se ne va e dopo un po’ io non resisto e mi alzo dal letto, raggiungendola in cucina; sta aggiungendo il latte alle patate che Asia probabilmente aveva già provveduto a sbucciare e schiacciare.

“Cosa fai in piedi?” mi domanda senza bisogno di girarsi a guardare che sono io: è impossibile che lei confonda il rumore dei miei passi con quello di Asia.

“Dai, non sto così male. Mangiamo insieme qua” dico sedendomi al tavolo.

Davvero, non sto così male; ho solo mal di gola e un senso diffuso di stanchezza.

E di sicuro sto meglio di lei, anche se non lo dà a vedere.

E poi, dopo tutta la mattina trascorsa a letto, ne sono già stufo.

“Ti sei coperto almeno?” mi chiede voltandosi verso di me.

“Sì!” sorrido io. “Felpa e… calzini!” esclamo sollevando in alto una gamba per farle vedere che stavolta li ho indossati senza bisogno che me lo dicesse.

Lei ride e finisce di preparare il purè.

Asia ha già pranzato prima, e papà arriverà più tardi, perciò siamo solo io e lei. Aspetto che da un momento all’altro mi dica cosa le ha detto la Strega, ma lei divaga raccontandomi di una strana tizia che c’era dal fotografo che aveva portato a stampare le foto della sua collezione di bambole davvero, ma davvero, inquietanti; della fila assurda che c’era in farmacia; della cena di Capodanno che quest’anno faranno a casa di Beppe e Simona e di come i bambini sentiranno la mia mancanza.

Quando abbiamo finito di mangiare, lei sparecchia, carica la lavastoviglie, mette sul fuoco la moka col suo decaffeinato, ed io le chiedo se mi prende il succo di mela.

“Meglio la mia tisana magica” risponde lei riempiendo il pentolino d’acqua, e io non obietto. Mi domanda chi ci sarà a Capodanno da Riccardo, parliamo di quello, e poi finalmente mi porge la tazza e si siede, poggiando davanti a sé la tazzina col caffè.

Credo che adesso ci siamo.

Ho paura, e devo appoggiare la tazza sul tavolo per non farle vedere che mi tremano le mani.

Lei prende fiato e poi lo dice: “Pare che la radioterapia non abbia funzionato”. Fa una pausa e mi scruta, come per valutare se io possa o meno reggere il seguito. “La metastasi ai polmoni non solo non è diminuita, ma se ne sono formate anche delle altre”.

Io sto ostentando tutta la sicurezza possibile, ma nascoste sotto al tavolo, le mie mani tremano da matti; sono sul punto di piangere e questo non posso nasconderlo, tantomeno a lei, che smette di parlare e viene a sedersi accanto a me.

“Non mi piace dirti queste cose…” sussurra accarezzandomi i capelli. “Secondo papà non dovrei parlarne così apertamente con te e Asia, ma come hai detto tu… te l’ho promesso. Però se vuoi che non…”

“No” la interrompo io. “Io voglio sapere tutto. Sempre.”

“Il mio Leone coraggioso…” mi dice dolcemente prendendomi una mano e mettendola tra le sue. “Va bene. Le cose stanno così: la radio non funziona e un’operazione non è fattibile perché le metastasi sono sparse in tutto il polmone, quindi l’unica alternativa è tentare con la chemio”.

Questa è una delle ultime cose che avrei voluto sentirle dire.

Non ricordo più quanti cicli di chemio abbia fatto per il tumore alle costole, ma ricordo benissimo lo schifo che ne derivava: i giorni in cui non riusciva ad alzarsi dal letto, i vestiti sempre più larghi, i capelli sempre più radi, le volte che tornavo a casa da scuola e lei non c’era perché l’avevano trattenuta in ospedale dopo una seduta troppo pesante.

“Peccato!” esclama mentre io rimango in silenzio perché non so cosa dire. “Adesso che i capelli avevano raggiunto una lunghezza decente!”.

Lei mi sorride, ma io non riesco a ricambiare.

“Non sei incazzata?!” le domando sbattendo il pugno sul tavolo. “Perché io lo sono da morire!”

“Certo che sono incazzata! Perché credi che abbia ritardato?! Sono dovuta rientrare in me, prima di tornare a casa. Sono andata via dallo studio della Lisandri dicendole che non potevo dirle così su due piedi se ero pronta a ricominciare con la chemio, e che mi serviva tempo. Siamo rimaste che le telefono domani. In realtà però ho già deciso”.

Ha già deciso.

Come sempre da sola, senza chiedere il parere di nessuno.

Ma non riesco a prendermela con lei per questo.

È il suo corpo.

Ed è la sua vita.

Anche se la sua vita è legata alla mia in un modo che non riesco nemmeno a spiegare.

“La faccio” mi dice con voce ferma e sicura. “Mi faccio avvelenare un’altra volta. L’idea non mi piace per niente, ma non sono ancora pronta a mollare”; mi sorride di nuovo e stavolta ricambio, anche se la voglia di piangere non mi è ancora passata.

“Papà lo sa?”

“No, gliene parlo quando torna.”

“Ok, torno a letto adesso. Mi sa che dormo un po’” le dico prima di alzarmi.

“Va bene” sorride lei lasciando andare la mia mano. “Io mi sa che vado a parlare con Asia”.

Si alza anche lei e mi abbraccia. Mi sembra così piccola. La tengo tra le mie braccia, ma senza stringere troppo, per paura di farle male.

“E stringi un po’, su!” ride lei dandomi una pacca sulla schiena. “Con le ragazze non ci credo che sei così delicato!”.

No, con le ragazze non sono così delicato.

Ma le ragazze non sono delicate come te.

Torno in camera, chiudo bene la porta, mi butto nel letto, e finalmente piango.

*

“Leo…”.

La porta della mia stanza che si apre e la voce sussurrata di papà mi svegliano: a quanto pare, alla fine mi sono addormentato veramente e ormai è buio.

“Ciao” gli dico accendendo la lampada sul comodino e mettendomi seduto.

“Come ti senti?” mi chiede sedendosi sul letto.

“Bene. Ho solo mal di gola.”

“La mamma ha detto di provarti la febbre.”

“Non credo di avercela più alta di oggi.”

“Vuoi discuterci tu, con tua madre?”.

Io sbuffo, prendo il termometro e me lo metto sotto l’ascella. Vorrei parlare con lui della mamma, capire che effetto abbiano avuto su di lui le notizie che per me sono state devastanti, ma lui evita l’argomento ed io non ho il coraggio di domandargli niente.

Poco dopo arriva la mamma a chiedermi cosa voglio per cena.

“Ma è già ora di cena?” le domando io stupito.

Ho davvero dormito così tanto?!

“Sì, sono quasi le otto.”

“Non ho molta fame adesso.”

“Le stelline in brodo col formaggino?”

“Mamma ti prego, non ho cinque anni!” rido io passandomi una mano tra i capelli.

“Guarda che non è passato così tanto tempo dall’ultima volta che le hai mangiate!” esclama lei.

“Perché tu sei fissata! E poi non ce li abbiamo nemmeno, i formaggini!”

“Sì che ce li abbiamo! Li ho comprati apposta oggi. E poi qualcosa devi pur mangiare! Noi abbiamo la bistecca e l’insalata, ma dubito che riusciresti a mandarle giù.”

“E va bene, vada per le stelline!” esclamo togliendomi il termometro.

“Quant’è?” mi chiede la mamma. “Anzi no, fa’ vedere a me che tu imbrogli!”

“38,3” le rispondo senza imbrogliare, passandole il termometro.

“Forse è meglio se prendi l’antipiretico” mi dice papà.

“Ma no, aspettiamo. Non è così alta” ribatte la mamma. “Ricontrolliamo più tardi. Comunque, hai visto…?” dice poi rivolta a papà. “Non puoi lasciarci da soli per mezza giornata che combiniamo casini!”.

Papà non prende molto bene questa battuta, ma la mamma comincia a ridere, e nonostante mi sia chiaro che la sua sia la risata di chi sfoga tutta la tensione accumulata, anch’io non posso fare a meno di ridere.

E ridiamo, ridiamo, mentre papà ci guarda allibito scuotendo la testa; ma noi continuiamo a ridere, fino ad avere le lacrime agli occhi.

Non riusciamo a smettere.

E ridiamo, ridiamo ancora, finché la mamma non comincia a tossire e a tossire. E allora smetto immediatamente di ridere e torno bruscamente alla realtà. 

Lei continua a tossire e afferra la bottiglietta sul mio comodino; la apre in fretta e beve, fino a quando la tosse non si placa.

“Oh accidenti!” esclama dopo. “Ho bevuto dalla tua bottiglia. Mi manca solo la tonsillite e poi sì che sono davvero a posto!”.

Ricomincia a ridere ed io le vado dietro, e stavolta anche papà non riesce a trattenersi.

“Ma cos’avete da ridere tanto?!” domanda Asia, appena rientrata da non so dove, affacciandosi sulla porta con ancora indosso il cappotto e la borsa, ma nessuno di noi le risponde, perché siamo troppo presi dal ridere.

In questo momento, ridere è la nostra priorità.

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4 commenti su “Capitolo 5: Martedì, 27 dicembre 2011

  1. Solo ieri sera ho scoperto la “fanfiction” della storia di Leo e ora non riesco a staccarmene. Mi piacerebbe sapere chi è l’autore o l’autrice. Descrive Irene, la mamma di Leo come se parlasse di me. Si comporta allo stesso mio modo con Leo, proprio come io faccio con i miei figli. Amo il personaggio di Leo e tutti coloro che lo circondano, è davvero il figlio che tutte le mamme dovrebbero avere.

    1. Ciao, l’autrice sono io, Mari, e se vuoi saperne di più su di me puoi curiosare nella fanpage “Carmine Buschini Over Club” (mi trovi sia su Facebook che su Instagram ?).

      Mi fa piacere averti tra le mie lettrici e mi fa piacere che riesci a identificarti nel personaggio di Irene come io l’ho immaginato ?.

      Per qualsiasi domanda o dubbio, non esitare a chiedere… e buona lettura ?!

      1. Salve Maria, lieta di conoscerti. Stai accompagnando queste mie ultime serate di fine vacanze. Mi piacerebbe chiederti come è nata l’idea di questa bellissima rivisitazione della storia di Leo.

        1. Piacere mio ?.

          Ho sempre amato scrivere, fin da bambina, poi per un lungo periodo della mia vita non l’ho più fatto (circa 10 anni).

          Leo mi ha stravolta (anche Carmine ?), e quando Braccialetti Rossi 3 è finito, ho provato un senso di vuoto incredibile: non potevo staccarmi da quel personaggio, ne volevo ancora!!!
          Così sono tornata a scrivere, e da tre anni e mezzo non riesco più a smettere ❤️!

          Se vuoi, prima del primo capitolo c’è un articolo intitolato “Facciamo chiarezza”, che spiega un po’ la genesi di tutto ?.

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