Capitolo 4: Lunedì, 26 dicembre 2011

Siamo ancora nelle vacanze natalizie, che raccontano di un Leo ancora sano, diviso tra la spensieratezza dell’età e la preoccupazione per la sua mamma; questa è una giornata “ordinaria”, un 26 dicembre che se non fosse per l’ombra sempre presente della malattia della mamma, potrebbe essere simile a quello di molti altri adolescenti, trascorso per buona parte in famiglia e poi al cinema con gli amici.

E proprio al cinema, c’è un piccolo “cameo” che mi è stato suggerito da una delle mie più affezionate lettrici, e che ai fan più attenti non potrà certo sfuggire! 

 

Lunedì, 26 dicembre 2011

Non so che ora fosse quando ho spento la luce e mi sono messo a dormire, so solo che l’ultima volta che ho guardato il cellulare, le 2 erano passate da un pezzo, e adesso sono quasi le 5 e mi sono svegliato di soprassalto senza capire subito bene perché; mi metto a sedere sul letto, cercando di capire cosa mi abbia svegliato, e ad un tratto la sento: la mamma che tossisce violentemente.

La sua tosse mi ha svegliato spesso nell’ultimo periodo, nonostante lei faccia sempre di tutto per non disturbare, e a volte se ne vada addirittura sul balcone, tanto che papà ed Asia non si svegliano praticamente mai.

Ma io sì, io mi sveglio sempre.

È come se avessi un sensore speciale incorporato che mi mette subito all’erta, svegliandomi immediatamente quando lei non sta bene, anche se sto dormendo profondamente. Di solito me ne sto fermo a letto, con gli occhi spalancati nel buio, aspettando che le passi, e resto sveglio finché non sento che la crisi è finita e che lei se ne torna a dormire.

La prima volta che è successo, qualche settimana fa, mi sono alzato e l’ho raggiunta sul balcone, scalzo e in maglietta, e lei mi ha rispedito subito a letto dicendo che ero matto ad uscire così e che mi sarei preso un accidente; era mortificata dall’avermi svegliato in piena notte, anche perché poche ore dopo sarei dovuto andare a scuola. L’ho capito anche se non me l’ha detto, l’ho visto nel suo sguardo, nell’espressione del suo viso, e mi sono sentito quasi in colpa; da quella volta, ho sempre evitato di farle sapere quando la sua tosse mi sveglia e sono sempre rimasto ad aspettare nella mia stanza, all’erta.

 

Ed è così che me ne sto adesso: seduto sul letto, con gli occhi e le orecchie aperte, all’erta; ma passano i minuti e la sua tosse non sembra voler cessare; la sento anche attraverso la porta chiusa. Sento che va in cucina e si versa da bere, sento che apre la porta finestra del balcone, poi la sento tornare ancora in cucina a bere e sento ancora la tosse, forte, insistente. Sono ormai lì lì per alzarmi quando la sento correre e spalancare la porta del bagno (quella porta cigola da matti, non si può non riconoscere) e allora proprio non ce la faccio più e mi alzo.

“Mamma…” chiamo a bassa voce, spingendo piano la porta del bagno che è socchiusa; lei è inginocchiata davanti al water e ha il viso pallido e stravolto.

“Leo, che fai qui?”; sta ancora tossendo forte, ed è come se ogni suo colpo di tosse mi rimbombasse nelle orecchie, nella testa, nel petto, nello stomaco. “Esci.”

“Ma…”

“Ti ho detto di uscire! E chiudi quella porta!”.

Ha alzato la voce e mi ha guardato dritto negli occhi, ed io non posso fare a meno di uscire, richiudendo la porta alle mie spalle.

Non ce la faccio a tornare a letto, però.

Mi siedo lì per terra, vicino alla porta del bagno, con la schiena appoggiata alla parete, e lì rimango, a sentirla tossire e vomitare, e poi ancora vomitare e tossire, mentre rannicchio le gambe e le abbraccio, sforzandomi di rimanere fermo lì, quando l’unica cosa che vorrei fare è tornare da lei.

Passa un’eternità, poi finalmente tutto sembra placarsi: la sento tirare lo sciacquone, la sento aprire il rubinetto del lavandino, la sento aprire la porta. Non ho il coraggio di voltarmi a guardarla perché so che l’ultima cosa che avrebbe voluto era trovarmi qua ad aspettarla; rimango immobile, fissando un punto imprecisato davanti a me; la vedo avvicinarsi, con la coda dell’occhio, per poi lasciarsi ricadere sul pavimento, vicino a me.

“Scusa se ho urlato…”; sospira, poggiandomi una mano sul ginocchio.

Io mi stringo nelle spalle e poi appoggio la testa nell’incavo tra il suo collo e la sua spalla.

“Tranquilla…” mormoro deglutendo mentre lei comincia ad accarezzarmi i capelli.

“Questa tosse mi rende nervosa. E ancora di più se so che crea disturbo agli altri.”

“Non mi hai creato disturbo” le dico con la voce rotta dalle lacrime che sto cercando di trattenere.

“Il mio Leone con la criniera da corvo…” sorride lei passandomi ancora la mano in mezzo ai capelli, lentamente. “La vuoi una cioccolata?”

“Sì” rispondo alzandomi e porgendole una mano. Lei l’afferra saldamente e si alza.

“Però vatti a mettere una felpa” mi dice accarezzandomi le braccia nude. “Sei gelido.”

“Va bene…”

“E anche i calzini!” aggiunge mentre mi dirigo verso la mia stanza.

“Sì…” sospiro io sorridendo, mentre la sento andare in cucina e tirare fuori dal pensile il pentolino per preparare la cioccolata.

 

“Leo!”. Asia è entrata nella mia stanza chiamandomi a gran voce e adesso sta tirando su la tapparella. “È ora che ti alzi!”.

Io sto ancora morendo di sonno e non ci penso proprio: erano ormai le 6 quando io e la mamma siamo tornati a letto. “Lasciami stare!” mugugno mentre mi giro dall’altra parte e mi copro la testa col piumone.

“Me l’ha detto la mamma di svegliarti! È ora di pranzo!”.

Ora di pranzo?! Di già?!

Allungo a tentoni una mano verso il comodino e prendo il telefono per guardare che ore sono: le 12:02.

Torno a rintanarmi sotto al piumone.

“Leo, su!”

“Ma è prestissimo!” protesto io scoprendomi la faccia. “Quando mai mangiamo così presto?! Siamo diventati dei polentoni?!”

“Papà deve andare in caserma tra un po’. Abbiamo pensato di mangiare tutti insieme prima che esca.”

“E va bene!” sbuffo scoprendomi del tutto e dirigendomi verso il bagno col passo di uno zombie.

 

Come da tradizione, pranziamo con gli avanzi di Natale, ed io faccio incetta di involtini di pesce spada e di patate al forno. Sono di poche parole: quando vengo disturbato mentre dormo, il mio umore ci mette un po’ a riprendersi, non ho voglia di parlare con nessuno e rispondo a monosillabi; in più sono preoccupato per la mamma e per questa sua dannata tosse che anziché migliorare sembra peggiorare di giorno in giorno, nonostante le terapie.

“Stai bene?” mi domanda papà ad un certo punto, quando abbiamo ormai finito di mangiare.

“Sì” rispondo io mentre gioco con la forchetta a far saltare gli stuzzicadenti degli involtini rimasti sul piatto.

“Non farci caso, papà…” si intromette Asia. “Si è appena svegliato.”

“Mi hai appena svegliato” puntualizzo lanciandole un’occhiataccia. “Urlando come una matta.”

“A dire il vero ti ho pure chiamato piano, all’inizio, ma non mi sentivi e ho dovuto alzare la voce!”.

Papà fa un sorrisetto e scuote la testa. “Hai fatto tardi come al solito a leggere?”

“Sì” rispondo io; e la mamma mi guarda con aria complice, ben consapevole di aver pagato il mio silenzio con la cioccolata.

“Se almeno leggessi qualche buon libro, anziché sempre quei fumetti!” esclama Asia ridendo.

“In effetti…, tua sorella non ha tutti i torti…” dice papà, che tanto per cambiare è d’accordo con lei.

“Ma smettila, Matteo!” ride la mamma mentre appoggia davanti a lui la tazzina col caffè. “Che in garage ci sono scatoloni pieni di Tex! E quando ti ho conosciuto lo compravi ancora… e avevi molto più di quindici anni!”.

Touché!

Lui sorride imbarazzato e io ridacchio compiaciuto.

“Ci sono ancora i due pasticcini rimasti da ieri?” domando alla mamma.

“Eh, mi dispiace fratellone! Li ho mangiati io a colazione” mi risponde Asia.

“Che palle, potevi lasciarmene uno!”

“Chi tardi arriva…”.

Poco dopo papà scappa a lavoro, Asia sparecchia e poi va in camera sua a studiare, ed io rimango con la mamma ad aiutarla a caricare la lavastoviglie.

“Vado al cinema, più tardi” le dico mentre prendo i piatti, che lei pulisce con un tovagliolo di carta e poi mi porge, e li sistemo nella lavastoviglie.

“Con una ragazza?” mi chiede lei lanciandomi uno sguardo complice.

“No, con Mattia e gli altri.”

“E a che ora andate?”

“Allo spettacolo delle sei. E dopo pensavamo di fermarci a mangiare allo Spiedo Matto.”

“Va bene… Però prometti che domani cominci a fare i compiti!”

“Ok, promesso…” sbuffo mentre cerco di incastrare nel modo migliore una padella; il solo pensare ai compiti mi fa venire l’orticaria.

“E giurami che non andate a vedere il cinepanettone, ti prego!”

“No no, stai tranquilla!” rido io. “Andiamo a vedere Sherlock Holmes!”

“Ah ok, ottima scelta, c’è un proprio un bel cast!” esclama lei con un sorrisetto malizioso.

“Mamma! Guarda che lo dico a papà, eh?!” la prendo in giro io, facendo partire la lavastoviglie.

“Perché?! Che ho detto?!”

“Lasciamo perdere che è meglio, va’!”

“Ti serve un passaggio? Asia mi ha chiesto la macchina per quell’ora, più o meno… Potrebbe accompagnarti.”

“No no, prendo l’autobus.”

“L’autobus?”

“Sì” rispondo lottando contro l’impellente istinto di sfregarmi un occhio. “Perché? Che c’è di strano?”

“Oggi è un giorno festivo. Sei sicuro che ci sia l’autobus a quell’ora lì?”

“Sì sì, ho controllato”; e stavolta l’occhio non riesco a fare a meno di sfregarmelo.

“Sarà…” dice lei aprendo il frigo e prendendo il contenitore dei formaggi.

Io la guardo perplesso, non capendo cosa debba fare coi formaggi quando abbiamo appena finito di mangiare, finché non lo apre e non ne tira fuori un involucro dalla forma sospetta e me lo porge.

“Mamma!” sorrido io sorpreso, che ho già capito di cosa si tratta. “Fantastico!” esclamo aprendo l’involucro e trovandovi, come mi aspettavo, una zeppola gigante sopravvissuta al pranzo di Natale.

“Te l’ho messa da parte ieri, prima che finissero!”

“Sei una grande!” le dico cominciando a mangiarla.

“Non so se sarà buona come quella che hai condiviso con Ele, ma…”

“Eddai! Smettila! È buonissima! Te lo garantisco!”.

 

“Ciao, io vado!” dico chinandomi a dare un bacio alla mamma che è seduta sul divano a leggere.

“Come torni a casa?” mi chiede lei mentre io prendo il giubbotto dall’attaccapanni e lo indosso.

“Eh? Ah…, sì…, ci passa a prendere la mamma di Riccardo!”

“A casa per le undici, eh?!”

“Così presto?! Ma se quando esco il sabato torno all’una!”

“Oggi infatti è lunedì!” mi risponde lei tornando a leggere.

“Eddai, mamma!”

“Starai fuori casa quasi sei ore, direi che ti possono bastare, no?” dice tornando a guardarmi.

“Ma… le undici?! Dai, è da sfigati! Ti prego!”

“No. E poi lo sai che papà non va a letto finché non rientri… e stasera tornerà molto stanco.”

“Va bene!” sbuffo prendendo le chiavi di casa dal portaoggetti che c’è sopra al mobile dell’ingresso.

“Ah, Leo!” mi richiama lei quando ormai ho già aperto la porta.

“Che c’è?”

“Chiudi bene il giubbotto… che in motorino prendi freddo!”.

Beccato.

Per l’ennesima volta.

Non riesco a nasconderle proprio niente, accidenti! Sto per dire qualcosa ma lei ha già ripreso a leggere, sorridendo tra sé e sé, così lascio stare ed esco. Mattia mi aspetta dietro l’angolo della strada con lo scooter, e sono già in ritardo.

 

“E Alberto non viene?” domando io quando ci ritroviamo davanti al cinema con Riccardo e Daniele.

“È ad Alberobello dai suoi nonni” mi risponde Daniele.

“Ah!”

“Se leggessi la chat di gruppo lo sapresti!” mi punzecchia Mattia.

“Ma tanto ci sei tu che mi aggiorni, no?!” ribatto io sorridendo. “Così faccio a meno di leggere tutte le cazzate che scrivete di continuo!”

“Vediamo come fai se smetto di aggiornarti, allora!”

“Vabbè, entriamo, dai!” esclama Riccardo. “Che qua c’è un freddo cane!”.

Prendiamo i biglietti, facciamo scorta di pop corn e Coca Cola, e poi andiamo a sederci, ad aspettare che cominci il film.

“Oh! Com’è andata ieri con la Fighetta?” mi domanda Riccardo cominciando a bere la Coca; come al solito, l’avrà già finita prima ancora della pubblicità che danno all’inizio della proiezione.

“È andata!” rispondo io ridendo. “Nel senso che è andata a fanculo!”

“Cioè? L’hai scaricata?” mi chiede Daniele stupito.

“Più o meno…”

“Beh, ma racconta, scusa!” esclama Riccardo. “Niente pomiciata stavolta?!”

“Oh sì, ci puoi scommettere!”

“E poi che è successo?” insiste lui. “Perché l’hai mandata a fanculo?”

“Perché non si è fatta toccare le tette!” ride Mattia, che ho già provveduto ad aggiornare ieri sera.

“C’hai poco da ridere, tu!” esclamo io dandogli una gomitata, mentre si spengono le luci in sala e comincia la pubblicità. “Dal momento che le tette di Cecilia non le hai ancora né toccate, né viste!”

“Scommettiamo che ci riuscirò prima di te?!”

“A toccare le tette di Cecilia?!”

“Non fare il coglione che hai capito!”

“Scommettiamo che le trovo prima io, un paio di tette da toccare?!” interviene Daniele.

“Shhh!” si lamenta qualcuno dalla fila dietro, ma noi continuiamo imperterriti a fare scommesse su chi raggiungerà per primo la seconda base, o la terza, o addirittura la casa base.

“E basta!” protesta ancora qualcuno, così alla fine ci zittiamo, fino alla fine del primo tempo.

 

“Io vado a prendermi un’altra Coca!” dice Riccardo alzandosi. “Volete qualcosa?”

“Sì, grazie! Fammi il pieno di pop corn” gli rispondo porgendogli 3 euro e il cartone ormai vuoto.

Quando Riccardo torna, ha un’espressione contrariata e la felpa bagnata di Coca Cola.

“Che hai fatto?!” gli domanda Daniele ridendo. “Avevi voglia di rinfrescarti?!”

“Lascia stare” dice lui porgendomi i pop corn e sprofondando nella poltrona. “Una tipa stava correndo come una matta senza guardare e mi è venuta addosso, facendomi rovesciare metà della Coca!”

“Era carina almeno?” gli chiede Mattia.

“Sì, era carina! Magra… forse pure troppo! E c’aveva anche i capelli lunghi e biondi, come piacciono a me! Ma secondo me aveva qualche rotella fuori posto!”

“Perché?” domando io con la bocca piena di poc corn.

“Quando le ho detto di stare più attenta per poco non si è messa a piangere! Ha ripetuto scusa un paio di volte e poi se n’è andata via, di nuovo correndo!”

“Aveva le tette grandi?!” gli chiede Daniele ridendo.

Riccardo si stringe nelle spalle. “Boh… Non ci ho badato!”

“Allora le aveva piccole!” ribatto io. “Altrimenti ci avresti badato!”

“Mi sa che hai ragione!” ride lui. “Però era proprio carina! Ripensandoci avrei dovuto correrle dietro!”.

 

Quando rientro a casa, la mamma e papà sono seduti sul divano a guardare la tv; sono le 23:20 e mi aspetto già il cazziatone per essere tornato in ritardo.

“Ciao…” dico provando a far finta di niente, mentre appoggio le chiavi e mi tolgo il giubbotto.

“Ciao!” mi rispondono loro in coro.

“Era bello il film?” mi chiede poi la mamma.

“Sì, fighissimo!” le rispondo cercando di capire quando arriverà la strigliata.

“Però!” esclama papà guardando l’orologio appeso alla parete. “Dieci minuti di anticipo! E che è successo?!”.

È successo che la mamma, a quanto pare, gli ha mentito sull’orario stabilito per il mio rientro, immaginando già che non sarei stato puntuale.

“Eh! Sarà la magia del Natale!” sorrido io allargando le braccia, prima di andarmene in camera mia.

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2 commenti su “Capitolo 4: Lunedì, 26 dicembre 2011

  1. Questa volta, oltre a levarmi il fiato mi hai anche tolto le parole perché ogni singola frase, dialogo ed immagine che hai creato mi ha suscitato un’emozione che ora non riesco a restituirti! Ho sorriso, mi sono commossa, preoccupata, intristita, ho provato ansia, tenerezza, meraviglia, allegria, stupore, COMPLICITÀ…mi hai fatta ridere…
    Sono emozioni quasi private! Purtroppo o per fortuna qui non c’è tempo e non c’è spazio per raccontarle e contenerle, ma tu, che le senti arrivare, e vivi il loro travolgerti facendocene poi dono, già sai tutto ciò che vorrei dirti! Non è una scusa, giuro, anzi perdonami se questa volta non cito nemmeno un’immagine o una frase come mi piace fare di solito, ma non riesco proprio a scegliere, non posso.
    Questo 26 dicembre lo attendevo come si attendono le cose belle ed è stato la mia “sorpresa ossimora”: stupefacente e inaspettato proprio perché è esattamente ciò che mi aspettavo da te! Come in ognuno dei tuoi capitoli si percepisce, anzi, si legge il tuo amore per Leo e per ciò che stai realizzando, ma questa volta, forse, gli hai messo tra le righe anche un po’ della tua magia!

    1. Che dirti questa volta? Non è mai stato così difficile risponderti adeguatamente… le tue non sono parole, ma il tentativo di spiegare delle emozioni e ci sei riuscita benissimo… Sono quelle emozioni che per prima mi travolgono, che riverso sulla tastiera del computer, che condivido con chi mi legge e che poi mi tornano indietro, moltiplicate. Da mesi ormai non te ne perdi una, di recensione ai miei capitoli, e questi scambi di punti di vista, di riflessioni, di pensieri, di emozioni, non possono che arricchirmi e arricchire quello che scrivo.
      Questo capitolo tu l’hai visto nascere; non in tutti i suoi particolari, ma in molti c’è la tua influenza… c’è la mia difficoltà iniziale nel metterlo in moto, c’è la tua voglia di vederci Cris e il nostro pensare a come incastrarcela, c’è lo scegliere quale film Leo dovesse andare a vedere e quale proprio no…, c’è il tuo amore per Irene e la tua accoglienza verso quel padre che verrà in futuro tanto duramente bistrattato… e ci siamo noi, io, te e il Leoncino e tutte le nostre divagazioni su di lui, tutto il nostro amore per la sua storia.
      Grazie!

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